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Imparare dagli errori: i rischi e la prevenzione dell’asma bronchiale

04/04/2013: Una comunicazione presentata al 73° Congresso SIMLII riporta i risultati di una ricerca sull’asma correlata al lavoro. Il ruolo dell’ambiente di lavoro nell’aggravamento della patologia. La prevenzione e la valutazione dei rischi.
Imparare dagli errori: i rischi e la prevenzione dell’asma bronchiale
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Brescia, 4 Apr – L’asma è una malattia che, a differenza di molte malattie croniche, colpisce spesso fasce di età in cui è più rappresentata la forza lavoro. Anche per questo motivo è una causa frequente di non idoneità al lavoro.
 
La rubrica “Imparare dagli errori” torna a parlare di  malattie professionali e per farlo parte da alcuni dati presentati in una comunicazione presentata al 73° Congresso Nazionale  SIMLII, pubblicata sul secondo supplemento del numero di  ottobre/dicembre 2010 del  Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia.
 
Nella comunicazione “Analisi di un campione di popolazione generale affetta da asma bronchiale e relazione con l’attività lavorativa” - a cura di D. Bartoli, T.E. Iaia, P. Del Guerra, D. Talini, M. Pinelli, A. Ciberti, G. Manuli, M. Lemmi, A. Innocenti, A. Cerrano, F. Di Pede, L. Carrozzi e P.L. Paggiaro – si ricorda che l’impatto dell’asma (che può essere “causata anche dall’esposizione professionale o esacerbata ed aggravata da essa”) può determinare limitazioni lavorative o addirittura la perdita del posto di lavoro.
 
Inoltre si stima che “dal 5 al 15% dei casi di asma siano di origine professionale, mentre il peggioramento della sintomatologia asmatica indotto dall’attività lavorativa svolta è riportato dai vari autori nel 16-25% degli asmatici”.
 
Per valutare “l’impatto dell’esposizione lavorativa ad agenti irritanti o sensibilizzanti sull’insorgenza, la recidiva e il peggioramento dell’asma ed identificare casi non riconosciuti di asma occupazionale, è stato esaminato un campione di popolazione generale di un vasto territorio della Toscana estratto dagli elenchi ASL degli esenti ticket per patologia asmatica”. In particolare 1280 soggetti, di età compresa fra i 15 ed i 46 anni, sono stati contattati telefonicamente: 919 (71,8%) di questi hanno accettato di partecipare allo studio.
 
Dei 919 soggetti esaminati 768 lavoravano (88.9%) o avevano lavorato in passato (11.1%).
Di questi “la maggior parte era costituita da femmine, la cui età media risultava significativamente più elevata di quella dei maschi” e “non aveva mai fumato”.
Nel sottocampione esaminato “elevata risultava la prevalenza di rinite, modesta era invece quella dei sintomi compatibili con bronchite cronica”.
 
Suddividendo inoltre i soggetti “fra chi lavorava attualmente e chi aveva lavorato solo in passato, non si rilevava differenza significativa fra i due gruppi per quanto riguardava la  severità dell’asma, fatta eccezione per la limitazione all’attività fisica che veniva riferita soprattutto dai soggetti al lavoro rispetto a quelli che avevano lavorato solo in passato”.
In particolare il 33.9% dei soggetti che lavoravano o avevano lavorato “riferiva al questionario sintomi compatibili con asma correlata al lavoro (WRA, work related asthma)”. I soggetti con WRA “riferivano una maggiore gravità della malattia, una maggiore assunzione di farmaci antiasmatici, ed in genere riferivano di aver cambiato lavoro a causa della malattia”.
Prendendo inoltre in considerazione i settori e le mansioni lavorativi “e suddividendo sulla base di questi i soggetti in: non a rischio, a basso e ad alto rischio per l’asma occupazionale, i soggetti con WRA lavorano o avevano lavorato in settori e mansioni a più alto rischio lavorativo”.
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Il presente lavoro - a cui vi rimandiamo per una lettura integrale della ricerca, corredata di tabelle esplicative – conferma dunque che “una discreta percentuale di soggetti asmatici riferisce sintomi compatibili con ‘work related asthma’ e che una buona quota di questi riferisce l’abbandono del posto di lavoro a causa dell’asma. Ciò può suggerire sia il ruolo determinante di fattori scatenanti presenti in ambito occupazionale sia una maggiore suscettibilità di questi soggetti”. Tuttavia buona parte di questi soggetti riferisce di lavorare o aver lavorato “in settori lavorativi e in mansioni noti per un’evidente relazione con lo sviluppo di asma professionale”: questo suggerisce un “ruolo determinante dell’ambiente di lavoro nell’aggravamento di una patologia asmatica”. Ed è quindi necessario, conclude la comunicazione, “aumentare il livello di attenzione alla relazione fra patologia asmatica e attività lavorativa, sia implementando la sorveglianza sanitaria svolta da parte dei Medici Competenti di idonei strumenti e metodi, sia inserendo nell’attività istituzionale dei Dipartimenti della Prevenzione indagini di ricerca attiva mirate a particolari patologie e/o settori lavorativi”.
   
La prevenzione
Sui problemi correlati all’asma e alle patologie respiratorie e allergiche in ambito professionale PuntoSicuro si è soffermato più volte.
 
Un documento pubblicato sul sito della Facoltà e Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Trieste e a cura di Francesca Larese Filon, dal titolo “ Patologie allergiche in ambito professionale”, riporta informazioni utili per la conoscenza, valutazione e prevenzione del rischio di patologie respiratorie.
 
Riguardo all’ asma occupazionale si ricorda che è una patologia principalmente “caratterizzata da ostruzione delle vie aeree e/o ipereattività bronchiale, di gravità variabile, dovute a cause e condizioni attribuibili ad un particolare ambiente lavorativo”.
Per la valutazione dell’asma professionale è bene:
- “raccogliere un’anamnesi personale e lavorativa precisa;
- sospettare un’etiologia professionale;
- verificare se gli agenti a cui è esposto il soggetto possono essere asmogeni;
- visitare eventualmente il posto di lavoro per valutare il tipo di esposizione;
- seguire un iter diagnostico preciso”. 
È necessario poi identificare i possibili fattori di rischio:
- “fumo di sigaretta;
- sintomi asmatici insorti prima di iniziare il presente lavoro;
- atopia personale: anamnesi di sintomi stagionali o perenni da allergeni comuni; familiarità; prick test positivi ai comuni allergeni”.
 
Queste invece le indicazioni riguardo alla prevenzione primaria, secondaria e terziaria.
 Prevenzione primaria:
- “sostituzione dei prodotti con altri a minor rischio;
- automatizzare i processi;     
- cicli chiusi;
- aspirazione localizzata e abbattimento degli inquinanti;
- formazione-informazione degli esposti”. 
Prevenzione secondaria:
- “uso di adeguati mezzi di protezione personale (mascherina, guanti ecc.);
- visite mediche all’assunzione e periodicamente;
- controllo ambientale degli inquinanti;
- allontanamento dall’esposizione nella fase subclinica”.
Prevenzione terziaria:
- “terapia anche iposensibilizzante (?);
- riabilitazione”. 
 
Parlando più genericamente di patologie delle vie aeree che possono essere interessate dall’azione di irritanti e tossici inalabili, riprendiamo alcuni dati presenti nelle “ Linee Guida per la sorveglianza sanitaria di lavoratori esposti ad irritanti e tossici per l’apparato respiratorio”, documento pubblicato sul sito della Società Italiana di Medicina del Lavoro ed Igiene Industriale (SIMLII) e curato da un gruppo di lavoro coordinato dal Prof. Piero Maestrelli.
 
Le linee guida ricordano che tra le malattie professionali riconosciute nella U.E. il secondo gruppo di malattie più consistente è proprio quello relativo alle malattie respiratorie (circa il 19% dei casi).
 
Per la valutazione dei rischi – alla cui stesura collabora anche il medico competente – nel caso di esposizioni in atto si deve applicare un procedimento analitico consistente in:
-identificazione del pericolo attraverso “analisi della letteratura scientifica e banche dati, valutazione delle schede di sicurezza per sostanze chimiche (frase di rischio R 37= Irritante per le vie respiratorie), consultazione di fonti di riferimento autorevoli (Classificazione CE, ACGIH, Liste DM 14.1.08, Tabelle MP DM 9.4.08)”;
-valutazione del potenziale nocivo con “stima della curva dose–risposta”;
-stima dell’esposizione attraverso un monitoraggio ambientale e, come approccio alternativo al primo, un monitoraggio biologico;
-caratterizzazione del rischio (“confronto fra i livelli ambientali o personali misurati ed i valori accettabili della sostanza, uso di Dispositivi di Protezione Individuale”).
Ricordiamo che l’uso di DPI è “in grado di interferire significativamente con l‘esposizione, potendo pertanto modificare in modo sostanziale il rischio desumibile dalla valutazione derivante da misure ambientali o da una stima basata sulla tipologia del processo produttivo di per sé”. Nel caso poi di esposizioni pregresse, sarà spesso “impossibile fare riferimento a misure ambientali e si dovrà ricorrere a stime dell’esposizione, basate sulla ricostruzione anamnestica della tipologia di esposizione presente sul luogo di lavoro”. In tal caso per la valutazione dei rischi si potrà applicare un procedimento descrittivo o analogico in cui può tornare utile il ricorso a matrici esposizione-lavoro.
 
Concludiamo ricordando che – come sottolineato nelle linee guida - i risultati della sorveglianza sanitaria possono essere utilizzati per integrare la valutazione del rischio.
 
 
 
Analisi di un campione di popolazione generale affetta da asma bronchiale e relazione con l’attività lavorativa”, a cura di D. Bartoli, T.E. Iaia e P. Del Guerra (U.O. Prevenzione Luoghi di Lavoro USL 11 Empoli), D. Talini, M. Pinelli, A. Ciberti, G. Manuli e  M. Lemmi (U.O. Prevenzione Luoghi di Lavoro USL 5 Pisa), A. Innocenti (U.O. Prevenzione Luoghi di Lavoro USL 3 Pistoia), A. Cerrano (U.O. Prevenzione Luoghi di Lavoro USL 7 Siena), F. Di Pede (Istituto di Fisiologia Clinica CNR Pisa), L. Carrozzi e P.L. Paggiaro (Dipartimento Cardiotoracico Università di Pisa, comunicazione al 73° Congresso Nazionale SIMLII “La Medicina del Lavoro quale elemento migliorativo per la tutela e sicurezza del Lavoratore e delle attività dell’Impresa”, pubblicata in Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia, Volume XXXII n°4/suppl.2, ottobre/dicembre 2010 (formato PDF, 118 kB).
 
 
 
Tiziano Menduto
 
 

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