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Come fare la valutazione dei rischi in ottica di genere degli ingegneri?

Come fare la valutazione dei rischi in ottica di genere degli ingegneri?

Un documento si sofferma sulla professione dell'ingegnere in ottica di genere e sulla valutazione dei rischi. Una ricerca mostra alcuni dei rischi di cui tener conto: violenza, orari, infortuni in itinere, posture, precarietà e stress.

 

Roma, 13 Lug – Nel Testo Unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro (D.Lgs. 81/2008) il “rischio” è definito come la ‘probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente oppure alla loro combinazione’.

Tuttavia se quando si fa riferimento ai rischi e alla loro valutazione si ragiona in termini “neutri”, una valutazione dei rischi in ottica di genere prevede un cambio di mentalità. In questo senso “il valutatore dovrà essere scevro da apriorismi, considerazioni stereotipate e basarsi invece su di una attenta osservazione delle differenze nell’eseguire il proprio lavoro da parte di uomini e donne, dovrà valutare l’adeguatezza delle attrezzature e delle postazioni di lavoro osservandole in uso a lavoratori di entrambi i sessi, dovrà effettuare interviste strutturate per lasciare emergere gli effetti che il lavoro può determinare in materia di salute e sicurezza, dovrà analizzare eventi sentinella, quali ad esempio le assenze dal lavoro differenziate per genere, dovrà cioè acquisire informazioni preziose che potranno orientarlo a muoversi in questa nuova determinazione, per la quale sappiamo esserci pochi elementi a disposizione. Dovrà infine porre in essere tutte le azioni volte a mitigare i rischi, soprattutto quelli organizzativi con l’obiettivo finale di azzerare le differenze che potrà aver evidenziato nella fase della valutazione del rischio”.

 

A presentare in questi termini la valutazione dei rischi in ottica di genere è il documento Inail “ La professione dell'ingegnere in ottica di genere. Uno studio diretto sulle professioni tecniche”, un documento – realizzato da Direzione regionale Campania dell’Inail, Fondazione Ordine Ingegneri Napoli, Ordine degli Ingegneri della Provincia di Napoli e Centro Formazione e Sicurezza Napoli – che raccoglie uno studio composto da una raccolta di dati e dall’analisi delle risposte ad un questionario sottoposto alle iscritte all’Ordine degli ingegneri della provincia di Napoli.

 

Dopo aver presentato, in un precedente articolo di presentazione del documento, alcuni dati ora ci soffermiamo sulle risposte al questionario con riferimento ai seguenti argomenti:


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La sicurezza delle professioniste e i rischi di violenza

Riguardo alla valutazione dei rischi in ottica di genere degli ingegneri, il documento – a cura di Rossella Continisio, Paola Marone, Carmen Napolano, Paola Francesca Nisticò e Clara Stella – ricorda che lo studio “è stato condotto in stretta collaborazione con le commissioni Pari opportunità e Sicurezza dell’ordine degli ingegneri della provincia di Napoli, partendo dalla individuazione e condivisione degli aspetti considerati peculiari dell’attività di dette professioniste, aspetti nei quali queste si sono sentite spesso, nel corso della carriera, penalizzate o discriminate rispetto ai propri colleghi maschi”. E le tematiche scelte “sono state sintetizzate in 18 domande riunite in un questionario”.

Riprendiamo dall’analisi delle risposte alcuni aspetti emersi che possono fornire indicazioni utili ai datori di lavoro per effettuare una valutazione dei rischi in ottica di genere.

 

Una prima criticità individuata è stata quella relativa alla “sicurezza personale delle professioniste in occasione delle proprie uscite. Le professioni tecniche prevedono infatti, oltre ad un corposo lavoro di concetto, anche l’abitudine ad effettuare sopralluoghi in luoghi spesso altamente rischiosi a causa di diversi fattori: si pensi ad esempio all’accesso ripetuto ed in diverse fasi delle lavorazioni ai cantieri edili temporanei e mobili, a lavori in sotterraneo, a luoghi reconditi o scarsamente accessibili, ad opifici situati in aree industriali spesso delocalizzate rispetto ai centri urbani, tutte condizioni che hanno orientato, fino a tempi molto recenti, un accesso a tali professioni solo degli uomini. La tecnologia e la facile disponibilità di mezzi di trasporto privato hanno sopperito a problematiche legate soprattutto alla sicurezza delle donne impegnate in tali trasferte, ma non le hanno, di fatto, annullate”.

Si indica che in fase di valutazione dei rischi “sarà quindi opportuno considerare una differenza nell’esposizione a rischio finalizzate al furto od alla violenza sessuale fra i dipendenti di sesso maschile o femminile, considerando la probabilità almeno tripla e la magnitudo del danno almeno doppia per le donne rispetto agli uomini. Per la valutazione del danno si può considerare infatti che quello residuato dagli uomini possa essere di carattere quasi esclusivamente fisico (percosse, reazioni a tentativi di sottrazione al furto), mentre per le donne le conseguenze possono più facilmente riguardare violenze di carattere sessuale che determinano esiti a lungo termine di carattere psicologico e comportamentale. Le donne, infatti, tendono a manifestare un disturbo post traumatico da stress dalle due alle tre volte più degli uomini”.

 

Riportiamo dal documento un estratto di alcune risposte al questionario:

 

 

Il problema degli orari, gli infortuni in itinere e i comportamenti stereotipati

Un altro problema rilevato e legato al genere è relativo agli “orari poco flessibili per gli accessi ai cantieri che generalmente devono essere effettuati ad apertura delle operazioni giornaliere poiché spesso le attività prevedono una organizzazione a cadenza quotidiana. Ciò può riflettersi in una conciliazione difficile dei tempi casa-lavoro che si sostanzia in una probabilità più elevata di incorrere in infortuni in itinere anche a prescindere dall’utilizzo del proprio mezzo di locomozione”.

 

Si ricorda, a questo proposito, che i dati Inail “individuano una percentuale più che doppia di accadimento dell’infortunio in itinere disaggregato per genere, e ciò costituisce una criticità che da anni l’Istituto pone all’attenzione della pubblica opinione al fine di stimolare opportune azioni prevenzionali a riguardo. Fra i fattori che possono causare tale diversità c’è l’evidenza che i tragitti casa-lavoro e lavoro-casa sono molto diversi fra uomini e donne, infatti generalmente i percorsi delle donne sono dettati dalla necessità di far quadrare il raggiungimento della propria destinazione con gli accompagnamenti dei figli e dalle incombenze collegate con la gestione della casa. Ciò si riflette nella copertura di percorsi più complessi e talvolta frenetici”.

 

Pertanto – segnala il documento – “in fase di valutazione del rischio infortunio in itinere sarà opportuno prevedere una probabilità doppia per le donne rispetto gli uomini”. Invece non si ritiene significativo “differenziare la previsione del danno non essendo verosimile considerare l’occorrenza di danni differenti fra uomini e donne in caso di infortunio, non potendo infatti prevedere le circostanze peculiari di ogni evento”.

 

Un altro problema riguarda “i comportamenti stereotipati che spesso affliggono le relazioni uomo-donna e che vengono trasferiti anche in ambito lavorativo, e ciò soprattutto in carenza di codici comportamentali. Questo, se non opportunamente prevenuto, può essere un fenomeno talmente spinto da configurarsi quale reato di molestie sessuali”.

Tra l’altro per le professioniste questo rischio è elevato “poiché in genere sono portate ad impartire direzioni a dipendenti con qualifiche e livello culturale di basso grado e di quasi totale appartenenza al genere maschile, il che implica, sovente, una cattiva sopportazione della sottordinazione rispetto ad una donna. Ciò spesso induce all’assunzione di condotte di carattere sessista”.  

 

I DPI, le posture, la precarietà e lo stress lavoro correlato

Il documento si sofferma poi sulla diversa antropometria uomo/donna “che non ha visto nel tempo sviluppi sull’adeguamento né delle attrezzature di lavoro né nei DPI. Questi ultimi non solo non rispettano le forme e le dimensioni delle donne, ma nemmeno i loro gusti, condizione questa che ne scoraggia, spesso e sempre a torto, l’utilizzo”.

Ad esempio “non è infrequente il mancato ricorso alle scarpe di sicurezza da parte delle donne impegnate in sopralluoghi in cantiere o per accessi, sebbene temporaneamente limitati, ad opere provvisionali che si sviluppano in elevazione. Ciò determina l’esposizione incongrua a rischi infortunistici facilmente mitigabili dall’utilizzo di idonee calzature”.

Anche i caschi di sicurezza “sono disegnati solo per capigliature corte a dispetto anche della moda, diffusa fra gli uomini, di lasciar crescere i capelli; i caschi possono infatti essere correttamente indossati solo da persone che portino i capelli corti o lunghi lasciati sciolti o raccolti in code basse, fattispecie limitante e che dispone spesso alla scelta di non indossare correttamente i caschi di sicurezza. Fra l’altro i capelli lunghi se non opportunamente raccolti e coperti si configurano essi stessi quale fattore predisponente al rischio impigliamento che può avvenire lungo le superfici più diverse e diffuse in ambiente di cantiere o ambiente industriale”.

 

Si ricorda poi che le lavorazioni svolte poi dalle donne in cantiere, “si pensi ad esempio alle restauratrici che sono le lavoratrici sicuramente più rappresentate in cantiere, impongono spesso l’assunzione di posture incongrue per tempi lunghi, tenendo, ad esempio, le braccia al di sopra delle spalle, solo perché le opere provvisionali sono disegnate per alloggiare uomini che presentano altezze medie diverse da quelle femminili”.

Se le patologie muscolo-scheletriche denunciate all’Inail “presentano un’incidenza almeno una volta e mezzo nelle donne rispetto agli uomini” e la valutazione dei rischi “potrà essere differenziata per genere, rispettando tale rapporto per la determinazione della probabilità di accadimento”, potrebbe essere interessante anche “valutare per le donne la combinazione dell’appartenenza al genere con l’età della lavoratrice”.

Infatti è noto che con l’avvento ella menopausa “si sviluppano più facilmente, fra le altre, le malattie muscolo-scheletriche quali ad esempio la sindrome del tunnel carpale che affligge particolarmente chi, per lavoro, fa uso del computer e segnatamente del mouse, notevolmente utilizzato nei programmi di grafica usati dalle professioniste ingegnere”.

In fase di valutazione dei rischi “il rischio infortuni e malattie professionali in relazione all’inadeguatezza delle attrezzature e dei DPI dovrà essere considerato opportunamente più alto per individui di statura limitata ed inferiore alla altezza media per la quale le attrezzature ed i DPI sono stati progettati. Questo sarà vero per le donne, in generale, ma anche per individui maschi di altezza inferiore alla media”.

 

Si segnala poi che “il lavoro svolto in autonomia, ossia le opere di studio e progettazione consentono una grande flessibilità, ciò consente sicuramente alla professionista la libertà di organizzarle compatibilmente con gli impegni che essa svolge a favore della famiglia, ma presentano il risvolto di segregarla rispetto ai colleghi e ciò è fonte spesso di ansie e frustrazione”. E se la normativa non ha mai fatto specifico riferimento a fattispecie del genere, “appare evidente che la valutazione dei rischi derivante da tale condizione operativa, comune anche ai lavoratori in telelavoro, non può essere esclusa dall’obbligo della valutazione di tutti rischi posto in capo al datore di lavoro”.

 

Senza dimenticare che la condizione di solitudine, “peraltro connaturata con i lavori di natura professionale, può non essere l’unico elemento da tenere in considerazione nella valutazione del rischio specifico, gli altri elementi possono essere il numero di ore dedicate al lavoro, nonché l’interferenza con i normali ritmi circadiani, senza dimenticare il fenomeno della disgregazione psicologica cui l’individuo va incontro quando non riesce più a separare le proprie attività lavorative e di vita. Tutto ciò si configura come stress-lavoro correlato, sia per la natura del lavoro che per le condizioni operative in cui esso è svolto”.

Inoltre il mercato del lavoro nelle professioni “non va esente, tuttavia, dal fenomeno dell’attività svolta in regime di prestazione occasionale o, in generale, di precariato. In tali situazioni è dimostrato che l’accesso delle donne a forme contrattuali maggiormente stabili è inferiore a quello degli uomini. Lo stato di insicurezza rispetto al futuro che ne consegue, è stato dimostrato ripercuotersi sullo stato di salute della persona attraverso sintomi di insoddisfazione verso il lavoro. E questo è un altro punto posto all’attenzione del datore di lavoro”.  Si cita anche il gap salariale “fra uomini e donne che svolgono le stesse mansioni, che nel nostro paese è stimato pari al 20%. Anche questo è fonte di frustrazione e quindi di insoddisfazione ed ansia. Così come per il punto precedente, la valutazione dei rischi non può prescindere dal regime contrattuale riservato al lavoratore e ciò per esplicita previsione legislativa all’art. 28 del d.lgs. 81/08”.

 

Il consiglio, in definitiva, è “quello di effettuare la valutazione approfondita del rischio stress-lavoro correlato per i cosiddetti lavoratori atipici o in presenza di gap salariale di genere anche laddove la valutazione preliminare non presenti criticità significative o laddove gli indicatori standard presentino variazioni relative alle differenze appena considerate, ciò in un approccio cautelativo per le categorie interessate. Ancora nella valutazione dello stress lavoro correlato non potrà non tenersi conto delle già più volte citate problematiche legate alla conciliazione dei tempi lavoro vita privata. È infatti noto che se lo stress da lavoro negli uomini presenta forti correlazioni con il ruolo svolto all’interno delle organizzazioni, fra le donne vi sono maggiori riferimenti invece nei momenti di conflitto tra le responsabilità lavorative e quelle familiari”.

 

Rimandiamo, in conclusione, alla lettura integrale del documento che riporta anche indicazioni per la mitigazione del rischio.

 

 

Tiziano Menduto

 

 

 

Scarica il documento da cui è tratto l'articolo:

Inail - Direzione regionale Campania, Fondazione Ordine Ingegneri Napoli, Ordine degli Ingegneri della Provincia di Napoli, Centro Formazione e Sicurezza Napoli, “ La professione dell'ingegnere in ottica di genere. Uno studio diretto sulle professioni tecniche”, a cura di Rossella Continisio (Inail, Contarp Direzione regionale Campania), Paola Marone (Centro Formazione e Sicurezza), Carmen Napolano e Paola Francesca Nisticò (Fondazione Ordine Ingegneri Napoli) e Clara Stella (Inail, Direzione regionale Campania), con diverse collaborazioni, collana Salute e Sicurezza, edizione 2021 (formato PDF, 2.65 MB).

 

 

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