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La sicurezza nella pesca e gli elementi di debolezza strutturale del settore
Molfetta, 29 Set – Ogni anno in Europa vengono pescate più di 4.800.000 tonnellate di pesce (circa il 5% degli oltre 95 milioni di tonnellate pescate nel mondo) e l’Italia “con le sue circa 180.000 ton. (circa il 4%) si pone al nono posto delle nazioni europee, dopo Spagna, Danimarca, Regno Unito, Francia, Olanda, Irlanda, Germania e Polonia e allo stesso livello di Svezia e Portogallo”.
A fornire questi dati per conoscere meglio le dimensione della pesca professionale è un intervento che si è tenuto al convegno “OLTRE LA RETE: salute e sicurezza sul lavoro nella pesca professionale” (Molfetta, 28 settembre 2023), organizzato dalla ASL di Bari e dalla Regione Puglia in collaborazione con la Consulta CIIP e Federpesca.
Il convegno, correlato anche alla quasi omonima pubblicazione digitale CIIP, permette, infatti, non solo di affrontare direttamente i rischi e la prevenzione nel settore, ma anche di riflettere su quelle che sono le eventuali criticità e caratteristiche di un settore che presenta elevati rischi per i suoi lavoratori.
L’intervento “La complessità nel mondo della pesca: i rapporti con la UE e le limitazioni operative”, a cura di Giorgio Di Leone (Direttore SPESAL Area Nord ASL Bari), ricorda che il mondo della pesca professionale “presenta degli aspetti del tutto peculiari che lo rendono molto differente da tutti gli altri comparti lavorativi”.
Un ambito lavorativo “di nicchia”, poco conosciuto, con un numero di denunce di infortuni o di malattie professionali limitato, probabilmente anche per un fenomeno di ‘sotto-denuncia’.
Ci soffermiamo su alcune riflessioni e indicazioni dell’intervento proprio per cercare di conoscere meglio la realtà della pesca professionale e favorire future idonee strategie di prevenzione.
Nel presentare l’intervento, l’articolo si sofferma sui seguenti argomenti:
- La pesca professionale: la riduzione del numero di occupati
- La pesca professionale: gli elementi di debolezza strutturale
- La pesca professionale: gli aspetti contrattuali e la sotto-denuncia
La pesca professionale: la riduzione del numero di occupati
L’intervento ricorda che, in linea con il mandato europeo e a seguito delle misure contenute nel FEP - Fondo Europeo per la Pesca (Art. 34, Regolamento n. 508/2014), “la capacità della flotta peschereccia italiana è andata progressivamente riducendosi. Nel periodo compreso tra il 2004 e il 2015 (quindi in epoca antecedente l’emergenza pandemica e la crisi energetica) si è avuta infatti una riduzione del 17% in termini di numero di battelli, del 26% in termini di tonnellaggio e del 21% in termini di potenza del motore”. E il FEAMP (Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e per la Pesca) e il FEAMPA (Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca e dell’Acquacoltura) “prevedono ulteriori ridimensionamenti della capacità di pesca”.
Inoltre l’età media delle imbarcazioni “è, nel complesso, superiore ai 31 anni con un’anzianità nettamente superiore per quelle di minori dimensioni, che rappresentano l’85% dell’intera flotta”.
A determinare “una costante riduzione del numero degli occupati in questo settore produttivo” sono “le debolezze strutturali del sistema pesca, per la sua aleatorietà e discontinuità, le complesse condizioni di lavoro, l’incertezza del reddito, le tipologie contrattuali e i forti incentivi europei al disarmo delle imbarcazioni”. Uno studio di Federpesca (Federazione Nazionale delle Imprese di Pesca) segnala nel decennio 2011 – 2020 una “riduzione del personale dipendente delle imprese di pesca nel complesso pari al 41% e del personale non dipendente pari al 56%”.
La pesca professionale: gli elementi di debolezza strutturale
L’intervento si sofferma anche sulle politiche italiane della pesca con riferimento al Piano Nazionale triennale della Pesca e dell’acquacoltura (PNP).

Sono poi segnalati e ribaditi gli elementi di debolezza strutturale del settore:
- “Costante declino delle comunità costiere dedite alla pesca (continuo calo degli occupati nella pesca, contrazione della capacità di pesca e al basso ricambio generazionale)
- Scarso potere contrattuale degli operatori del settore e bassa concentrazione dell’offerta che determinano la stagnazione dei prezzi alla produzione
- Scarsa valorizzazione ed incentivazione delle Organizzazioni dei produttori (OP)
- Scarsa propensione italiana, a differenza di quanto avviene nelle flotte europee, ad investire in motopescherecci e attrezzature a maggiore efficienza energetica (tanto più in considerazione dell’attuale crisi internazionale) e con standard di sicurezza aumentati, con la conseguenza di maggiori costi operativi, minore efficienza e maggiori rischi sul lavoro. Da questo punto di vista occorrerebbe superare il paradigma che associa automaticamente la costruzione di una nuova imbarcazione ad un aumento dello sforzo di pesca. Un complessivo rinnovamento della flotta in termini di riduzione delle emissioni e di risparmio energetico avrebbe effetti positivi anche sul piano della salute e della sicurezza sul lavoro. I valori della sostenibilità ambientale ed economica non possono e non devono ostacolare i valori prioritari della prevenzione e sicurezza del lavoro a bordo delle unità di pesca”.
La pesca professionale: gli aspetti contrattuali e la sotto-denuncia
Un altro degli elementi di forte criticità è rappresentato “dagli aspetti contrattuali tipici del settore”. Il comparto è, infatti, caratterizzato “prevalentemente da microimprese, inquadrate dal CCNL di riferimento nel settore, che si basa su lavoro dipendente e, nella maggior parte dei casi, contratti di retribuzione ‘alla parte’, con un salario minimo monetario garantito”.
Il contratto di lavoro “alla parte” – “caratterizzato, nei suoi aspetti fondamentali, dalla ‘compartecipazione’ dei pescatori al buon andamento della pesca ed al suo risultato economico, al rischio ed all’incertezza dell’attività di pesca” – risulta strutturato in modo tale “da non stimolare l’armatore ad investire in attrezzature”, tese a “rendere il luogo di lavoro tecnologicamente più avanzato e più sicuro, e, per contro, tentare l’equipaggio da lui arruolato ad uscire in mare il più possibile, anche con meno uomini a bordo, fermo restando il rispetto del numero minimo stabilito dalla tabella d’armamento”.
Si sottolinea anche la ricaduta che alcuni eventi, come quelli infortunistici, esercitano su attività regolate dal contratto “alla parte”.
Ad esempio si ribadisce che sui pescherecci “deve essere assicurato il numero minimo di operatori stabilito dalla ‘tabella d’armamento’ vigente nel circondario di pertinenza” e “i piccoli infortuni e le malattie professionali (ma anche lievi patologie con ridotte conseguenze sull’operatività lavorativa) non vengono sempre denunciati”. Infatti “la denuncia di tali eventi comporterebbe l’attivazione della procedura di ‘sbarco’ dal peschereccio, con conseguenti perdite di tempo di lavoro e costi aggiuntivi per imbarcare altri lavoratori in sostituzione dell’infortunato (peraltro di difficile reperimento, stante la difficoltà sempre più accentuata a reperire mano d’opera nel comparto) o per il reimbarco dello stesso a fine infortunio”.
E questo potrebbe spiegare la sotto-denuncia all’INAIL di infortuni e malattie professionali tipica di questo comparto, “pur in presenza di indici di gravità degli eventi che lo pongono ai vertici di questa particolare classifica”.
Si segnala poi che l’orario di lavoro è regolato “dalle esigenze specifiche del momento contingente di pesca. Le uscite in mare vengono svolte in maniera differenziata a seconda del tipo di pesca esercitato e ciò comporta operare in condizioni ambientali ed orari totalmente diversi”. Lo stesso contratto collettivo nazionale per il personale imbarcato sulle navi adibite alla pesca – continua il relatore – “non stabilisce l’orario di lavoro ma fa alcune precisazioni sul riposo giornaliero, settimanale, sui lavori di manutenzione e pulizia delle imbarcazioni e sui servizi”.
Si parla, infine, anche di “fermo pesca”.
Con questo termine “si intendono tutti quei periodi di sospensione dell’attività lavorativa della pesca marittima a causa di misure di arresto temporaneo che possono derivare da un provvedimento dell’Autorità per ragioni contingenti o per contenimento faunistico (fermo biologico) o per motivi individuali dell’azienda, quali per esempio l’assenza del comandante dell’imbarcazione per malattia”. Chiaramente “a fronte della riduzione forzosa dell’attività produttiva, anche prossima ad 1/3 dei giorni di calendario, i costi operativi sostenuti dalle imprese gravano per l’intero anno, in assenza di un adeguato sistema di ammortizzazione sociale”.
Rimandiamo, in conclusione, alla lettura integrale dell’intervento che riporta molte altre informazioni, anche sul fermo pesca (con riferimento alle eventuali indennità e ai sostegni finanziari) e sulla cosiddetta Politica Comune della Pesca (PCP), che permettono di comprendere le complessità e criticità del settore della pesca professionale.
Tiziano Menduto
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