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Design for all: come può contribuire alla gestione delle emergenze?

Design for all: come può contribuire alla gestione delle emergenze?
05/12/2013: Cos’è e quale può essere la rilevanza di Design for All alle situazioni di emergenza? La prevenzione, la prima risposta e il recupero post-emergenza.
 
Ospitiamo un articolo tratto da PdE, rivista di psicologia applicata all’emergenza, alla sicurezza e all’ambiente, che si propone due importanti ed innovativi obiettivi nel panorama nazionale. Da un lato presentare l’essenza del Design for All e dall’altro di declinarne le potenzialità nel settore dell’emergenza.
 
Design for all: che cos’è e come può contribuire alla gestione delle emergenze?
Di Pete Kercher
 
Ringrazio l’amico Antonio Zuliani dell’opportunità di scrivere alcune righe per la rivista PdE, poche righe in cui intendo solo abbozzare alcuni concetti, spunti se vogliamo, perché la tematica di per sé meriterebbe un discorso (magari una discussione ospitata in queste pagine?) ben più dettagliato.
Cominciamo allora dall’inizio, con qualche definizione.
Non ci deve sorprendere se il non addetto ai lavori è portato ad apostrofare il design senza tanti complimenti: roba costosa, lussuosa, superflua e per pochi viziati. Lo vediamo sempre nelle riviste patinate, no? Allora non fa per l’imprenditore che fa fatica a far tornare i conti e tantomeno per il settore pubblico o per chi lavora con l’emergenza. Ovvio.
Ma il design non è questa falsa immagine: il design è un processo progettuale che identifica una sfida, analizza tutti le variabili in gioco (le tecnologie e le risorse disponibili, per esempio, i destinatari e le loro esigenze e preferenze, latenti oltre che conosciute) e genera risposte innovative e creative, possibilmente a basso costo e per venire incontro alle esigenze di grandi numeri di persone. Oggigiorno affronta le sfide non solo dell’ambiente tridimensionale e delle comunicazioni, ma risponde ai quesiti anche dei servizi, dei sistemi e ultimamente anche delle strategie.
Il Design for All e il design strategico spingono di più in questa direzione: secondo la Dichiarazione di Stoccolma del 2004, redatta dall’associazione EIDD - Design for All Europe sotto la mia presidenza, “Design for All è il design per la diversità umana, l’inclusione sociale e l’uguaglianza”. In poche parole, questo ci dice che si tratta del processo progettuale (non del prodotto) che mira a soddisfare la realtà della diversità umana (non la finzione dell’”utente medio”), per consentire il raggiungimento dell’uguaglianza (non la carità) in una società costruita sull’inclusione (non su certi gruppi selezionati, quali le donne, gli anziani, gli immigrati, le minoranze religiose or le persone con disabilità). Il DfA propone un fondamentale cambio di paradigma nel modo in cui affrontiamo le sfide della complessa società moderna.
 

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Tutto quanto fa parte della nostra esperienza - i luoghi, i prodotti, le comunicazioni, e servizi e i sistemi - è stato progettato: a volte in modo coerente a consapevole, ma spessissimo senza nemmeno rendersi conto che era in atto un processo progettuale.
Il risultato di questo “design incosciente” - ma anche di una proporzione del tutto inaccettabile del “design consapevole” - è la pletora di quanto si apostrofa fin troppo spesso con l’etichetta di “errori progettuali”. Perché succede? Principalmente perché il design classico, quello delle riviste patinate, si è basato su una falsa concezione del mondo e dei suoi abitanti, che in pratica si riducono al comodo modello di default dell’atleta olimpionico 25enne e maschile, in grado di affrontare ogni ostacolo, gode di perfetta salute, ha tutte le sue facoltà psicofisiche e nessuna delle regolari scomodità dell’essere donna.
Naturalmente è destro e abbastanza benestante per poter volere e comprare tutti i feticci obbligatori che si pubblicano nelle riviste patinate… Infine, per completare la su perfezione, è immortale e non invecchia mai.
Questo, per ora, per quanto riguarda il discorso relativo al design convenzionale (ambienti, architetture, prodotti, comunicazioni, servizi e sistemi). Quale può essere però la rilevanza di Design for All alle situazioni di emergenza?
Questo discorso si palesa in tre filoni principali: la prevenzione, la prima risposta e il recupero post-emergenza. Rimanendo nelle mie intenzioni di limitarmi qui ai soli accenni, abbozzerò risposte necessariamente superficiali che però possono indirizzarsi verso evoluzioni più compiute.
Nel campo della prevenzione, un buon progetto ha un ruolo di primaria importanza. Sebbene oggigiorno si possa prevedere una parte sempre più ampia delle emergenze, non si possono sempre prevenire del tutto. Eppure la correzione dei dissesti idrogeologici conosciuti può contribuire in modo significativo alla prevenzione. Cosa c’entrano il design e Design for All? Il principio del coinvolgimento degli utenti del processo progettuale si può e si deve estendere anche ai sistemi, tra cui il sistema del monitoraggio delle situazioni di pericolo potenziale, che in larga parte sono conosciute da chi abita nelle vicinanze ma che spesso non ha a disposizione un foro per far raccogliere le proprie esperienze. Vanno progettati non solo gli interventi, macro e micro che siano, ma anche il sistema logico che li gestisce nel medio e lungo termine.
Ricordare inoltre che la costruzione antisismica è d’obbligo per la prevenzione è quasi superfluo, ma il modello va estesa agli altri fenomeni di emergenza naturale che affliggono il territorio.
Subito dopo l’evento di emergenza, qualunque sia, è d’obbligo per una risposta efficace un sistema progettuale ben concepito in collaborazione con chi detiene la necessaria esperienza (non per niente in lingua inglese si comincia a parlare non più di “utenti” o “fruitori” ma di “experiencer”: portatori di esperienza). Qui non intendo tanto le infrastrutture tangibili (seppure vada da se che sia desiderabile una loro ottimale progettazione, naturalmente seguendo i dettami del Design for All), ma il progetto dei sistemi di pronta risposta, che devono funzionare senza soluzione di continuità, coprendo ogni eventualità con il minimo di spesa.
Una chiara sfida progettuale che deve comprendere come fattori integranti anche le caratteristiche che di solito non si considerano come centrali alla prima risposta, come la defiscalizzazione e la moratoria su pagamenti per privati e aziende, per evitare la seconda morte, quella economica, di zone già martoriate. Questi fattori sono ancora oggi trattati alla stregua non tanto di elementi concreti per il progetto di risposta quanto di gentili concessioni da parte di governi centrali che a volte, mi sia concesso di scrivere, sembrano non aver afferrato il concetto di progettazione e programmazione.
Nell’intervento post-emergenza si tratta di ricostruire non solo la fisicità dei luoghi colpiti, ma anche a soprattutto il tessuto socioeconomico. In questo senso è ancora vitale il coinvolgimento degli experiencer: l’intera comunità colpita ha qualcosa di valore da contribuire e il compito del design strategico è fornire il foro in cui questo possa avvenire. A che pro la ricostruzione (o la costruzione ex novo) anche di interi quartieri dopo i terremoti, se chi ci vive non ha più lavoro o senso di comunità? Anche situazioni di questo genere chiedono con urgenza l’intervento del design.
 
 
 
 

 



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Rispondi Autore: Filippo P. - likes: 0
05/12/2013 (08:55:09)
Cito: "Non ci deve sorprendere se il non addetto ai lavori è portato ad apostrofare il design senza tanti complimenti: roba costosa, lussuosa, superflua e per pochi viziati. Lo vediamo sempre nelle riviste patinate, no? Allora non fa per l’imprenditore che fa fatica a far tornare i conti e tantomeno per il settore pubblico o per chi lavora con l’emergenza."

Se prendo 5 imprenditori a caso e faccio leggere il vostro articolo "per forza" mi diranno: "Che diavolo è questa roba? Non si capisce nulla!".




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