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Formazione alla sicurezza: si valuta tutto tranne ciò che davvero conta
In Italia la formazione alla sicurezza rappresenta uno dei pilastri del sistema di prevenzione previsto dal D.Lgs. 81/2008.
È un obbligo giuridico, un dovere etico e, almeno in teoria, un investimento strategico per la salute dei lavoratori e la sostenibilità delle imprese.
Ogni anno vengono erogate milioni di ore di formazione, coinvolgendo lavoratori, preposti, dirigenti, datori di lavoro e figure della prevenzione.
Solo dal primo Accordo Stato Regioni del 21/12/2011, si stima che l’imprese italiane abbiano investito oltre 8 miliardi di euro in “formazione”.
Eppure, nonostante questa mole imponente di attività, la formazione continua a essere percepita e praticata come un adempimento formale, un passaggio obbligato per evitare sanzioni o per “mettersi a posto con i documenti”, più che come un reale strumento di cambiamento dei comportamenti e delle culture organizzative.
Il nodo centrale è evidente: in Italia si valuta quasi tutto tranne ciò che davvero conta.
Si misurano presenze, durata, contenuti minimi, qualifiche dei docenti, modalità di erogazione, test di apprendimento immediato, ecc.
Rimangono invece quasi del tutto assenti due dimensioni decisive per capire se la formazione funziona davvero:
- la capacità dei partecipanti di applicare ciò che hanno appreso nel proprio contesto lavorativo e
- l’impatto della formazione sui processi, sui sistemi di gestione, sui comportamenti collettivi e sugli indicatori di sicurezza.
Questa assenza non è casuale, ma il risultato di fattori culturali, normativi, economici e organizzativi profondamente radicati, che rendono difficile immaginare un cambiamento senza una trasformazione sistemica.
La normativa italiana privilegia la conformità formale.
Il D.Lgs. 81/2008 e gli Accordi Stato-Regioni definiscono con precisione durate minime, contenuti obbligatori, requisiti dei docenti, modalità di erogazione e obblighi documentali.
A questi si aggiungono le varie leggi regionali con ulteriori adempimenti formali.
Il nuovo ASR del 17 aprile 2025 chiede di misurare <<il cambiamento indotto nei partecipanti dall'intervento formativo, in termini di acquisizione di nuove conoscenze, abilità, competenze o di rafforzamento e riqualificazione di quelle possedute>>.
Sempre il nuovo ASR, però, non impone di valutare il trasferimento al lavoro di ciò che si è appreso. Infatti, il testo prevede che <<Nella verifica dell’apprendimento possono essere valutate, in relazione agli obiettivi formativi e ai risultati attesi specifici di ogni percorso formativo: ….. omissis … la capacità di applicare conoscenze, abilità e comportamenti per il successivo trasferimento in ambito lavorativo>>.
Quindi, si può dire tranquillamente che neanche il nuovo ASR impone alle aziende di dimostrare che la formazione produce cambiamenti reali.
Non è previsto alcun obbligo di verificare se i comportamenti migliorano, se gli indicatori di sicurezza evolvono positivamente, se l’organizzazione rimuove le barriere che impediscono l’applicazione delle competenze.
Il risultato è una logica del “minimo necessario”:
- corsi standardizzati,
- firme raccolte,
- attestati archiviati,
- controlli superati.
La formazione diventa un rituale amministrativo, un processo da completare più che un investimento da valorizzare.
In altri Paesi della stessa UE, le autorità di vigilanza promuovono modelli di valutazione basati su osservazioni sul campo, audit comportamentali, indicatori di performance, analisi delle barriere organizzative.
In Italia, invece, manca un framework istituzionale condiviso.
La valutazione dell’impatto reale è lasciata alla buona volontà delle aziende più mature, che rappresentano una esigua minoranza dei 4,6 mln di imprese attive in Italia.
La maggior parte delle organizzazioni si limita a ciò che la legge richiede, senza interrogarsi sull’efficacia reale della formazione.
A questo si aggiunge una cultura oggettiva della sicurezza ancora fortemente legalistica.
La sicurezza in Italia è storicamente legata:
- alla responsabilità penale,
- alla paura della sanzione,
- alla necessità di dimostrare di aver fatto “tutto il possibile” in caso di infortunio.
Grazie a questo approccio molto soggetti si sono erti a “paladini di un bene costituzionalmente tutelato”, spesso grazie al ruolo istituzionale da loro ricoperto ma provocando, in concreto, per il loro “integralismo” lontano dalla realtà sul campo, un progressivo allontanamento del piccolo imprenditore (e non solo) dai propri doveri di tutela della salute e della sicurezza dei propri lavoratori.
Oggi, molti datori di lavoro percepiscono la formazione come uno scudo giuridico, un documento da esibire in caso di contenzioso, più che come un investimento per migliorare i comportamenti.
La domanda che guida le scelte non è “come rendere la formazione efficace”, ma “come essere in regola”.
In questo contesto, la valutazione del trasferimento al lavoro e dell’impatto sull’organizzazione non rientra nelle priorità, perché non è percepita come necessaria per evitare sanzioni.
La cultura della valutazione è debole anche in altri settori, non solo per la sicurezza sul lavoro.
Valutare significa misurare, raccogliere dati, analizzare criticamente, mettere in discussione pratiche consolidate.
Tutto ciò richiede tempo, competenze, risorse e, soprattutto, disponibilità al cambiamento. Molte organizzazioni preferiscono evitare processi che potrebbero evidenziare inefficienze/criticità o alterare lo “status quo”.
La valutazione dell’impatto formativo, in particolare, potrebbe rivelare che la formazione non è sufficiente, che servono interventi più profondi, che esistono barriere organizzative che ostacolano il cambiamento.
Per molte aziende, soprattutto per le PMI, questa prospettiva è percepita come un rischio più che come un’opportunità.
Il trasferimento al lavoro è reso ancora più difficile dalle dinamiche organizzative.
Applicare ciò che si apprende in aula è complesso quando l’organizzazione non supporta il cambiamento.
Un lavoratore può conoscere perfettamente procedure, modalità operative, ecc., però, se i capi non danno l’esempio, i tempi di produzione sono incompatibili con le procedure, i DPI non sono disponibili o le attrezzature sono obsolete, l’applicazione reale diventa impossibile.
La formazione, da sola, non può compensare un contesto incoerente.
Valutare il trasferimento significherebbe valutare anche le responsabilità organizzative, un terreno che molte aziende preferiscono evitare mantenendo, così, lo status quo.
Inoltre, mancano strumenti e competenze: osservazioni sul campo, interviste strutturate, indicatori e analisi comportamentali richiedono professionalità che molte realtà, soprattutto le PMI, non possiedono.
Sul piano economico, la valutazione dell’impatto richiede risorse immediate, mentre i benefici sono indiretti e di lungo periodo.
Eppure, quando la formazione è efficace, il ritorno economico è enorme:
- meno infortuni,
- meno assenze,
- meno contenziosi,
- maggiore produttività,
- migliore clima aziendale.
Il problema è che molte aziende ragionano con l’orizzonte nel breve periodo e preferiscono investire solo nel minimo indispensabile.
Il mercato della formazione, dominato da corsi standardizzati e logiche di prezzo al ribasso, non favorisce approcci più maturi.
I fornitori che propongono percorsi avanzati di valutazione dell’impatto spesso trovano scarso interesse, perché la domanda è limitata e i costi percepiti sono elevati.
Le ricadute organizzative della formazione sono un tema spesso evitato perché scomodo.
Chiedersi se la formazione ha migliorato processi, comunicazione, leadership, partecipazione o indicatori di sicurezza, significa mettere in discussione la qualità del management, la coerenza delle politiche aziendali e la capacità dell’organizzazione di apprendere.
Molte aziende temono che una valutazione seria riveli che la formazione non basta e che servono investimenti più profondi per:
- attrezzature tecnologicamente più evolute,
- revisione dei processi,
- miglioramento del clima organizzativo,
- miglioramento delle competenze manageriali.
È più semplice limitarsi a erogare corsi e archiviare attestati, mantenendo l’illusione di aver fatto ciò che la legge richiede.
Anche il ruolo dei formatori contribuisce al problema.
Molti professionisti non hanno una preparazione multidisciplinare. Magari sono competenti sui contenuti tecnici ma non possiedono competenze in psicologia del lavoro, analisi organizzativa, change management o valutazione dell’impatto.
Di conseguenza, la formazione si concentra su normativa, rischi specifici e procedure, trascurando comportamenti, motivazioni e dinamiche di gruppo.
La formazione diventa un trasferimento di informazioni più che un processo di cambiamento. Senza una progettazione orientata al trasferimento e senza competenze multidisciplinari, è difficile ottenere risultati concreti.
Il modello di Kirkpatrick, che prevede quattro livelli di valutazione (reazione, apprendimento, comportamento, risultati), è noto ma raramente applicato oltre i primi due livelli.
In altre parole, non si va oltre il classico test di apprendimento
I livelli più avanzati richiedono osservazioni sul campo, indicatori, analisi dei processi e integrazione con il sistema di gestione e cioè tutte attività percepite come troppo complesse o costose.
Come detto prima, la maggior parte delle aziende si ferma ai test di apprendimento, che misurano solo la capacità di ricordare informazioni a breve termine, non la capacità di applicarle.
Le PMI, che costituiscono oltre il 90% del tessuto produttivo italiano, rappresentano il cuore del problema.
Con risorse limitate, funzioni HR poco strutturate o inesistenti e spesso senza un RSPP interno, per loro valutare il trasferimento e l’impatto è quasi impossibile senza supporto esterno.
La formazione viene vissuta come un costo da minimizzare, non come un investimento da valorizzare.
In questo contesto, la valutazione dell’impatto è percepita come un lusso, non come una necessità.
Le conseguenze sono evidenti:
- i lavoratori dimenticano rapidamente ciò che apprendono,
- i comportamenti non cambiano,
- le procedure restano sulla carta,
- i preposti non esercitano leadership,
- gli infortuni continuano e la formazione perde credibilità.
In sintesi, si forma molto ma si cambia poco.
La formazione rischia di diventare un rituale vuoto, incapace di produrre miglioramenti reali.
Per introdurre la valutazione del trasferimento e dell’impatto servono cambiamenti profondi. È necessaria un’evoluzione normativa che richieda la valutazione dell’efficacia reale, definisca linee guida per la valutazione dell’impatto e premi le aziende che dimostrano miglioramenti concreti.
Serve una cultura manageriale orientata alla prevenzione, non alla sola conformità.
I dirigenti e i preposti devono essere formati non solo sui rischi ma anche su:
- leadership,
- comunicazione,
- gestione dei comportamenti,
- coaching e
- analisi dei processi.
I formatori devono sviluppare competenze multidisciplinari, integrando psicologia del lavoro, ergonomia, scienze dell’apprendimento, change management e analisi organizzativa.
La formazione deve essere integrata con il sistema di gestione, collegata ad audit, indicatori, near miss, piani di miglioramento e valutazione dei rischi.
In conclusione, la formazione alla sicurezza in Italia non valuta il trasferimento al lavoro e le ricadute sull’organizzazione perché:
- la normativa non lo richiede,
- la cultura è ipernormorroica,
- le aziende temono di scoprire criticità,
- mancano competenze e strumenti,
- il mercato è orientato alla quantità e
- le PMI hanno risorse limitate.
Eppure, senza valutazione dell’impatto, la formazione rischia di rimanere un rituale vuoto.
Il cambiamento è possibile, ma richiede una visione sistemica, una cultura della prevenzione, investimenti nelle competenze e un mercato formativo più maturo.
Solo così la formazione potrà diventare uno strumento di trasformazione dei comportamenti e delle organizzazioni e non un semplice adempimento burocratico.
Carmelo G. Catanoso
Ingegnere Consulente di Direzione
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Pubblica un commento
| Rispondi Autore: Stefano B | 13/07/2026 (08:29:42) |
| "Un lavoratore può conoscere perfettamente procedure, modalità operative, ecc., però, se i capi non danno l’esempio, i tempi di produzione sono incompatibili con le procedure, i DPI non sono disponibili o le attrezzature sono obsolete, l’applicazione reale diventa impossibile." In Italia siamo nel mondo delle piccole imprese, tutto ciò che è più complesso di un corso in aula è di difficile applicazione e immediatamente bocciato dalla dirigenza. Un accordo SR che aumenta l'impegno burocratico per l'applicazione di una formazione per lo più inutile (basta analizzare che miglioramenti ha apportato l'Accordo del 2011 alla sicurezza), non aiuta ad investire il poco tempo e le poche risorse in "esperimenti" orientati al REALE miglioiramento. | |
| Rispondi Autore: Marco Comazzi | 13/07/2026 (09:07:16) |
| Sono Marco Comazzi, mi occupo di consulenza e formazione per la sicurezza da prima della 626. Sicuramente i corsi di formazione non possono supplire a carenze organizzative e gestionali inveterate. Credo che una delle possibili azioni di miglioramento sia uscire da ogni logica di standardizzazione in quanto a contenuti, strumenti e metodologia. Un approccio estremamente pragmatico che parta dalla vita concreta in azienda possa fare una piccola differenza. Un corso di aggiornamento da me erogato per maestre di scuola primaria incaricate come Preposti, è stato realizzato partendo da due problematiche segnalate dalle allieve: l'organizzazione per l'emergenza e i contesti di visita didattica con un approfondimento verticale sulla sicurezza per la disabilità. Le poche ore di corso hanno fruttato alcuni strumenti di gestione di processo condivisi e redatti con le allieve, oltre che riflessioni organizzative da portare nei rispettivi plessi. Non sempre, non dovunque con i medesimi risultati, ma credo che questa strada possa essere percorribile. | |
| Rispondi Autore: GIANNI | 13/07/2026 (11:05:06) |
| Da sempre sono a favore dei fatti e non delle parole e/o normative burocratiche, e sono contento quando mi sento in compagnia d'autorevoli colleghi. Certo che in Italia, come in altre nazioni europee economicamente povere e culturalmente/politicamente conservatrici tutto è difficile se non impossibile e questo penso sia la causa dei ns/ mali, mentre le nazioni europee evolute oltre che essere avanzate non hanno problemi assimilabili ai ns/ e questo mi rattrista perchè faccio fatica a vedere una via d'uscita, certamente non ci siamo | |
| Rispondi Autore: Fausto Pane | 13/07/2026 (11:27:52) |
| Buongiorno. Una proposta: l'informazione e la formazione sulla sicurezza a carico del Ministero dell'istruzione e del merito (!), finanziata dalle imprese in maniera proporzionale al numero di dipendenti ed all'UTILE da bilancio, con esami finali di fronte a commissioni formate da vari soggetti aventi causa nel processo formativo e rilascio di attestati che abbiano validità legale, ma legale proprio. Superi l'esame, lavori. Non lo superi, ripeti il corso A TUE SPESE, e poi vediamo. Non fanno così anche i liberi professionisti? La responsabilità di un evento infortunistico, dovrà essere indagata a partire dal comportamento dell'addetto e non dal sistema prevenzionistico impostato dal datore di lavoro (come lavoratore/lavoratrice mi devo rifiutare di lavorare ad una macchina senza ripari, perchè IN PRIMIS la responsabilità è diventata mia....) e gli aggiornamenti della formazione dovranno svolgersi fuori azienda, sempre a cura del Ministero di cui sopra. L'addestramento, gestito sia da enti pubblici, sia da enti privati, dovrà avere come effetto, l'attribuzione primaria delle responsabilità, in caso di evento, al soggetto addestrato. E' vero che lo 'spessore' delle nostre imprese è poco, ma è anche vero che il lassismo di certe maestranze è deprimente. E il reintegro al lavoro di lavoratori e lavoratrici licenziati/e per giusta causa a fronte di gravi violazioni delle norme antinfortunistiche ed aziendali, non motiva certo i datori di lavoro a punire comportamenti temerari ed ad adottare la 'tolleranza zero', quanto mai auspicata per ridurre infortuni e morti. Eh sì, l'avrete capito: il mio cruccio sono i lavoratori e le lavoratrici, non i miei clienti datori di lavoro. Questi fanno (quasi) tutto quel che propongo loro; i loro dipendenti non fanno quel che il datore dice e scrive. E poi ci si fa male o si muore... Saluti Fausto Pane | |
| Rispondi Autore: Gianni | 13/07/2026 (12:08:45) |
| Opinione condivisibile. Se a quanto sopra aggiungiamo la piaga degli stampatori di attestati a peso, con tanti timbri e molto colorati, avvallati da fantomatici organismi, il cerchio è chiuso. Il DDL è formalmente a posto. Il lavoratore non ha perso tempo. L'ispettore trova le carte a posto. Chi deve controllare mi ha detto più volte: "Non posso entrare nel merito di ogni attestato". Può essere, per carità. Ma almeno uno, dico uno, provaci. | |
| Rispondi Autore: Fabrizio Bertolaso | 14/07/2026 (10:46:07) |
| A mio avviso rimane un problema fondamentale: ogni modifica normativa che si sta facendo ai processi di formazione comporta aumenti di burocrazia (=aumento costi per la formazione) senza che vi siano miglioramenti reali. Da RSPP vedo valanghe di attestati di formazione specifica da 4 ore che riportano la formazione su tutti i rischi esistenti, rendendo gli attestati poco credibili. Gli enti di formazione cercano di standardizzare i loro processi per far fronte alla mole di burocrazia che aumenta i costi, spesso perdendo nella specificità dei percorsi formativi. Dall'altra parte gli alti costi di gestione burocratica rendono oneroso fare corsi per gruppi di poche persone, che sarebbero invece utili (o forse essenziali) per le piccole aziende. Si dovrebbe arrivare ad un alleggerimento burocratico che renda economicamente sostenibili corsi con 2-3 partecipanti in modo che gli argomenti trattati siano perfettamente centrati sulle mansioni svolte, come prevede la normativa. | |
| Rispondi Autore: Sara | 16/07/2026 (07:18:25) |
| Credo che un tassello fondamentale che manca, e che mina tantissimi aspetti compreso questo riguardo l’efficacia della formazione, sia la responsabilità condivisa. Ancora oggi moltissimi lavoratori prendono parte alle attività relative alla sicurezza “perché glielo impone l’azienda”, come se fosse qualcosa che non li riguarda, e molti DL allo stesso modo gestiscono il tutto “perché glielo impone la legge”. Il risultato è che tutto ciò che orbita attorno alla prevenzione diventa una specie di corpo estraneo, che non trova posto nella quotidianità e nei pensieri. Le cause ritengo siano molteplici e multi fattoriali, ma la carenza di responsabilità condivisa di sicuro è uno di questi. Così come il DL dovrebbe percepire che una formazione carente o mal fatta gli porta danno, che se non garantisce condizioni adeguate le conseguenze dirette saranno svariate (dalle sanzioni ai costi indiretti fino all’aver contribuito a far male a qualcuno) allo stesso modo dovrebbero percepirla i lavoratori. Invece, quando faccio formazione e parlo dell’art 20 in tanti mi guardano come se fossi matta, o come se li stessi oltraggiando. E non credo capiti solo a me. | |
| Rispondi Autore: F451 | 24/07/2026 (11:00:01) |
| pur riconoscendo, in astratto, una condivisibile verità sulle considerazioni prodotte dall'autore dell'articolo rilevo tuttavia l'assenza di una precisazione ineludibile: il legislatore non ha la minima idea su ciò che sta legiferando. Ed inoltre nell'articolo non si tiene in nessun conto il fatto che le aziende, quelle serie, devono combattere per la propria sopravvivenza sul mercato. infatti si parla di costi ma sono solo queste ultime che li devono sostenere. alle solite una impostazione che vede nel "padrone" imprenditore il soggetto da vessare, esattamente come sempre fatto dai nostri impresentabili politici. tutto cambia perchè nulla cambi. noi eravamo gattopardi, leoni; dopo noi noi solo sciacalli e iene. | |