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La mappa non è il territorio: ogni modello di sicurezza è uno strumento
Premessa: il paradosso della certezza
C'è un paradosso silenzioso nella sicurezza sul lavoro: più un metodo ha successo, più i suoi sostenitori tendono a presentarlo come la risposta. Non una risposta. La risposta. La BBS diventa "la scienza della sicurezza", la Safety-II "il nuovo paradigma", la Just Culture "l'unico modo etico", la cultura della sicurezza "il vero problema".
Analizzando oltre trenta articoli di Punto Sicuro su BBS, HOP, Safety-II, cultura della sicurezza, Vision Zero, Just Culture e FRAM, ciò che emerge non è la superiorità di un approccio, ma un pattern ricorrente: confondere il modello con la realtà. Alfred Korzybski lo disse nel 1931 con una frase da appendere in ogni ufficio HSE: "la mappa non è il territorio". Ogni modello della sicurezza, per quanto validato, resta una mappa: utile, necessaria, ma diversa dal territorio che pretende di descrivere.
La BBS: potere e limiti della lente comportamentale
La Behavior Based Safety è l'approccio più strutturato e misurabile oggi disponibile, dal nucleo elegante: ogni comportamento è funzione di antecedenti e conseguenze (il modello ABC). Osserva, misura, rinforza: in Italia, programmi che coinvolgono circa 100.000 lavoratori hanno registrato riduzioni significative degli infortuni.
Eppure proprio da dentro il mondo BBS emergono crepe. Al 12° Congresso Europeo su BBS (Como, 2018) i relatori stessi ne hanno identificato i "lati oscuri": scarsa fiducia nel processo, osservazioni di bassa qualità, inadeguata capacità di riconoscere i pericoli, basso valore percepito dai lavoratori. Il problema più profondo non è nelle tecniche, ma nella pretesa che le accompagna. Affermare che il 65% degli infortuni è dovuto a "errori umani" significa già adottare un frame che localizza la causa nell'individuo. È un modello legittimo, ma resta un modello. Le critiche dell'HOP (Human and Organizational Performance) spostano il focus dal comportamento individuale al sistema che lo genera.
Safety-II e Safety Differently: la seduzione del nuovo paradigma
Se la BBS guarda al comportamento, Safety-II guarda al sistema. Hollnagel e Dekker mostrano che la variabilità nei sistemi complessi non è un nemico ma una risorsa: il lavoro come realmente svolto (Work-as-Done) differisce da quello immaginato nelle procedure (Work-as-Imagined). Il FRAM (Functional Resonance Analysis Method) è il contributo metodologico più sofisticato: non un modello standardizzato, ma un metodo che studia come le funzioni si accoppiano e come la variabilità entri in risonanza.
Ma il rischio è speculare a quello della BBS: presentare Safety-II come "il" paradigma che supera tutti gli altri. Quando Dekker parla di Safety Theatre — checklist compilate sapendo che nessuno le leggerà — coglie un fenomeno reale; ma il passo successivo non è "abbandonare le checklist", bensì chiedersi in quali contesti funzionano e in quali no. Il FRAM è straordinario per i sistemi socio-tecnici complessi, ma la sua complessità lo rende quasi inaccessibile alle PMI italiane.
Cultura della sicurezza: il concetto più invocato e meno compreso
La "cultura della sicurezza" è forse il concetto più abusato del vocabolario HSE: tutti ne parlano, pochi la definiscono, quasi nessuno la problematizza. L'articolo più illuminante su Punto Sicuro è quello "Mito, Rito, Dito, Agito": MITO, il termine nato dopo Chernobyl e Piper Alpha; RITO, la cultura ridotta a cerimonia formale; DITO, la cultura della colpa ("se ti fai male è perché non hai abbastanza cultura"); AGITO, il lavoro reale fatto di fiducia, ascolto e revisione delle regole con chi le vive. Resta il punto epistemologico: "cultura della sicurezza" è un costrutto, non un osservabile diretto. Misurarla con la Bradley Curve o il framework di Westrum significa già adottare un modello di "maturità" che incorpora valori e assunzioni non neutri.
Just Culture e Vision Zero: utopie necessarie o trappole?
La Just Culture è forse il tentativo più nobile: creare ambienti in cui le persone segnalino errori senza timore, distinguendo errori non intenzionali (da analizzare) e condotte negligenti (da sanzionare). Ma il confine tra errore e negligenza è meno netto di quanto i modelli suggeriscano: chi decide dove finisce l'uno e inizia l'altra, con quale metro e in quale contesto? Funziona come principio ispiratore, ma la sua traduzione operativa richiede una maturità organizzativa che molte aziende non hanno; senza quella, rischia di diventare un altro RITO.
Vision Zero è ancora più emblematica. In "L'illusione zero: la felicità del tacchino" gli autori usano la metafora di Taleb: più una storia di successo continua, più la fiducia cresce mentre il rischio reale aumenta in silenzio. Il passato non prova la sicurezza; spesso ne consuma solo i margini. Eppure, anche questa critica è un modello: dire che "gli zero non sono mai reali" è una posizione epistemologica, non un fatto assoluto. Ci sono contesti in cui aspirare allo zero è motivante, altri in cui è tossico.
Ogni modello è sbagliato, alcuni sono utili
George Box scrisse una frase che la sicurezza dovrebbe tatuarsi addosso: "Tutti i modelli sono sbagliati, ma alcuni sono utili". Non è nichilismo, è maturità scientifica. La BBS rende osservabili i comportamenti ma non coglie le dinamiche organizzative profonde. Safety-II rivela la complessità ma può diventare astratta e inapplicabile. La Just Culture offre un framework etico potente, ma il confine errore/negligenza resta un problema filosofico. La cultura della sicurezza orienta il discorso ma è vaga da operazionalizzare. Vision Zero motiva in certi contesti e intossica in altri. La malicious compliance — l'adesione formale e malevola alle regole — dimostra che nessun singolo approccio cattura la realtà.
Verso un'epistemologia della sicurezza
Ciò che manca nel dibattito italiano è una consapevolezza epistemologica: nessuno degli articoli analizzati afferma esplicitamente che "ogni metodo è solo un modello". Propongo allora non un nuovo modello, ma una postura intellettuale fondata su cinque principi. Primo: ogni approccio è una lente, non una fotografia — la BBS rende visibili i comportamenti ma sfoca il sistema, Safety-II rende visibile la complessità ma sfoca la responsabilità individuale. Secondo: l'efficacia è contestuale, non universale; la domanda non è "quale approccio è migliore?" ma "quale è più utile in questo contesto, per questo problema, con queste risorse?". Terzo: i modelli non si superano, si integrano — la meccanica newtoniana non è stata "superata" dalla relatività, resta valida nel suo dominio. Quarto: la meta-cognizione è una competenza di sicurezza; il professionista del futuro non è chi conosce più modelli, ma chi sa riflettere su quelli che usa e riconoscere i propri bias. Quinto: l'umiltà epistemologica non è debolezza, è rigore; chi presenta il proprio metodo come "la risposta" sta facendo marketing, non scienza.
Conclusione: il territorio ci aspetta
Il panorama italiano della sicurezza è ricco e in evoluzione, e Punto Sicuro mostra una crescente sofisticazione critica. Ma ciò che manca è una voce che dica con chiarezza: ogni metodo è uno strumento, non un destino. La BBS non è il nemico di Safety-II, Safety-II non è il suo superamento, la Just Culture non risolve tutto, Vision Zero non è né utopia da perseguire né illusione da smascherare. Sono tutti strumenti: potenti, limitati, contestuali. Il nostro compito non è scegliere la mappa migliore, ma imparare a navigare il territorio.
Matteo Massironi
Professionista della scienza della sicurezza, promuove un approccio critico e integrato ai diversi paradigmi della prevenzione: la maturità professionale non sta nella padronanza di un singolo metodo, ma nella capacità di navigare tra modelli diversi con consapevolezza epistemologica e intelligenza contestuale.
Fonti (Punto Sicuro): "Cultura della Sicurezza? Mito, Rito, Dito, Agito" e "L'illusione zero: la felicità del tacchino"; "La gestione della variabilità"; "Il metodo FRAM"; "I lati oscuri della BBS"; "Attori della sicurezza o spettatori del Safety Theatre?"; "Il subdolo fenomeno della malicious compliance"; "Dalla safety culture alla just culture in ambito ferroviario"; "Insidie nell'implementazione della Vision Zero".
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Pubblica un commento
| Rispondi Autore: Claudio Ceroni | 07/07/2026 (09:39:55) |
| Grazie Massironi, condivido appieno il suo intervento. Ci sono forme di vita intelligenti sul pianeta sicurezza! Buon lavoro. | |
| Rispondi Autore: Bacchetta Adriano Paolo | 08/07/2026 (08:56:42) |
| L’invito all’integrazione e alla contestualità è ragionevole, ma sbilanciare il discorso verso un relativismo eccessivo può tradursi in inerzia tecnica. Se ogni approccio va scelto caso per caso e “nessuno è la risposta”, chi decide operativamente? Nei sistemi aziendali servono criteri decisionali rapidi e linee guida pratiche; una eccessiva enfasi sulla meta‑cognizione può rallentare azioni necessarie e aumentare il rischio operativo. Inoltre, a parte il fatto che la base documentale di partenza non sono ricerche scientifiche pubblicate ma, come chiaramente esplicitato, il testo di basa solo sull’analisi di oltre trenta articoli pubblicati su Puntosicuro (quindi espressione di altrettanti singoli opinionisti, ognuno dei quali ha riportato la propria esperienza e sostenuto il proprio punto di vista), considerare i modelli come “mappe” parziali, trascura che alcuni modelli non sono solo rappresentazioni teoriche ma, invece, strumenti operativi consolidati che hanno prodotto riduzioni misurabili di infortuni e rischi. Nello specifico, ridurre alcuni modelli a mere “lenti” rischia di sminuire il valore pratico che hanno avuto nel cambiare comportamenti, processi e risultati conseguenti ottenuti anche grazie alla loro scalabilità e applicabilità anche in contesti diversi dalle grandi imprese. | |
| Rispondi Autore: avv. Rolando Dubini | 08/07/2026 (16:41:23) |
| Il contributo di Matteo Massironi ha un merito rilevante: richiama il mondo della prevenzione a una necessaria cautela epistemologica. BBS, HOP, Safety-II, Just Culture, Vision Zero, cultura della sicurezza e FRAM non sono verità autosufficienti, ma modelli interpretativi e operativi. Come ogni modello, illuminano una parte del fenomeno e ne lasciano altre in ombra. In questo senso, l’immagine della “mappa” è corretta: nessuna metodologia coincide con la complessità reale dell’organizzazione, del lavoro concretamente svolto e delle dinamiche umane. Il punto forte dell’articolo è quindi l’invito a evitare l’assolutizzazione dei metodi. La prevenzione non può trasformarsi in appartenenza ideologica: chi presenta un approccio come “la” soluzione rischia di fare più marketing che scienza. È condivisibile anche l’idea che l’efficacia di un modello dipenda dal contesto: grande impresa, PMI, lavoro standardizzato, sistemi complessi, cantieri, manutenzioni, sanità, trasporti o processi industriali non sono territori identici. Detto questo, l’articolo ha anche un limite: il suo impianto è prevalentemente riflessivo e divulgativo, non propriamente dimostrativo. La base dichiarata è costituita da articoli pubblicati su Punto Sicuro, non da una revisione sistematica della letteratura scientifica. Inoltre, insistere molto sulla parzialità dei modelli può generare, se mal compreso, un effetto ambiguo: l’idea che tutto sia relativo, che ogni approccio valga quanto un altro, o che la scelta debba restare sospesa in una continua metariflessione. Il commento critico di Adriano Paolo Bacchetta coglie proprio questo rischio. In azienda, infatti, la sicurezza non può restare sul piano della filosofia dei modelli: occorrono criteri decisionali, responsabilità definite, procedure applicabili, controlli, formazione, misure tecniche e organizzative. Il D.Lgs. 81/2008 non chiede al datore di lavoro di contemplare paradigmi, ma di valutare i rischi, individuare misure, attuarle e verificarne l’efficacia. Da questo punto di vista, la preoccupazione per una possibile deriva relativistica è fondata. Tuttavia, anche il commento presenta una criticità: sembra contrapporre eccessivamente la nozione di “modello come mappa” alla natura operativa di alcuni strumenti prevenzionistici. In realtà le due cose non sono incompatibili. Un modello può essere parziale e, nello stesso tempo, utilissimo. Una mappa non è il territorio, ma senza mappe ci si perde. La BBS, ad esempio, può produrre risultati importanti quando è ben progettata, partecipata e misurata; ma diventa riduttiva se trasforma la sicurezza in mera correzione dei comportamenti individuali, oscurando carenze organizzative, pressioni produttive, difetti progettuali o insufficienze gestionali. La posizione più solida sta dunque nel mezzo, ma non in senso debole o pilatesco. Occorre pluralismo metodologico, non relativismo. I modelli vanno integrati, non idolatrati; scelti in base al rischio concreto, non alla moda consulenziale; valutati nei risultati, non proclamati per appartenenza culturale. In sintesi: Massironi ha ragione quando ricorda che nessun modello esaurisce la realtà della sicurezza. Bacchetta ha ragione quando ricorda che l’organizzazione deve decidere e agire. La prevenzione matura nasce proprio dalla tensione tra questi due poli: umiltà teorica e responsabilità operativa. Senza la prima si cade nel dogmatismo del metodo unico; senza la seconda si cade nell’inerzia elegante della pura riflessione. | |