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Chi
scrive ha letto l’editoriale del direttore di Punto Sicuro dal titolo “
La ricetta del Ministro Sacconi per aumentare la sicurezza
in Italia” e si è sentito spinto a esprimere alcune considerazioni a
integrazione di quanto scritto che condivido assolutamente. Il punto di
partenza è
l’efficacia della formazione. Una formazione sulla sicurezza
è efficace non sulla base della capacità di trasmettere contenuti ai discenti
ma piuttosto sulla base della effettiva capacità di ridurre gli infortuni.
Questa affermazione apparentemente banale comporta alcune conseguenze
significative.
Vediamo
in sintesi perché viene attribuita tanta importanza alla formazione:
principalmente perché gran parte degli infortuni che si verificano nel nostro
paese hanno fra le cause
errori umani compiuti dagli stessi infortunati o
da altri colleghi; errori che derivano da ignoranza, disattenzione, pigrizia,
superficialità ecc. Attraverso una attenta analisi si riscontra quindi che
molti infortuni si sarebbero potuti evitare se ci fosse stata maggiore “
attenzione
alla sicurezza” da parte di chi opera sul campo. Questo non esclude che in
molti casi si rilevino anche gravi responsabilità aziendali, ma non è questo il
tema di cui vogliamo parlare in questa sede.
Come
la formazione può porre rimedio a questa situazione? La risposta più
semplicistica sarebbe: insegnando ai lavoratori le corrette procedure di
sicurezza da adottare in azienda. Ma questa risposta ha un difetto perché non
tiene conto delle situazioni anomale, cioè di quelle situazioni che non
possono essere regolamentate a priori (un esempio per tutte: la manutenzione su
guasto).
Allora
l’obiettivo deve essere diverso, e proviamo ad esprimerlo come segue: rendere
capaci tutti i lavoratori di rilevare i rischi a cui sono esposti e di prendere
le corrette contromisure per evitare gli infortuni.
Questo
obiettivo passa attraverso due aspetti:
• Capacità di operare tenendo d’occhio gli aspetti di sicurezza.
Il
primo aspetto si risolve più facilmente, in quanto una azienda che abbia ben
sviluppato la
Valutazione dei Rischi e le conseguenti regole di
lavoro sicuro (procedure di gestione dei processi critici e istruzioni di
lavoro per le situazioni pericolose) ha a disposizione gli elementi di base ha
tutti gli elementi per impostare una
formazione adeguata, che dovrebbe
tenere conto di questi requisiti:
•
Le regole di lavoro sicuro non sono sempre di immediata comprensione, e non
sono mai complete; è quindi necessario che i lavoratori capiscano le
relazioni causa effetto fra rischi e misure di sicurezza, per avere degli
elementi di partenza per elaborare misure di sicurezza “plausibili” qualora
dovessero rilevare rischi non previsti all’interno delle citate regole. Quindi
le regole diventano degli esempi pratici la cui illustrazione ha un fine
didattico più ampio.
•
Non è plausibile pensare che i lavoratori conoscano e ricordino esattamente
tutte le
regole, o che le consultino sempre, prima di dare
inizio a una attività; per questo è necessario
trasmettere un senso generale
di cosa sono e su cosa si basano le regole in oggetto.
Il
secondo è quello davvero difficile; infatti la capacità di guardarsi intorno
tenendo conto anche degli aspetti di sicurezza comporta:
•
Una
capacità di pensare alla sicurezza, o piuttosto di riconoscere che
ci muoviamo in un mondo pieno di rischi piccoli e grandi, già presenti in gran
numero a casa, ma che sul posto di lavoro (naturalmente in funzione del
contesto specifico) possono aumentare sensibilmente. Chi scrive opera nel
settore industriale dove è praticamente sempre vero che i rischi presenti sono
di gran lunga più numerosi ed elevati rispetto al
contesto domestico. Quindi chi opera in tale
contesto dovrebbe concludere che, vista la situazione, è importante
destinare
sempre una parte della propria attenzione alla sicurezza. Siccome,
purtroppo, di fronte a situazioni di rischio tendiamo a costruire barriere
psicologiche che ci consentono di operare senza venire paralizzati dalla paura,
non è facile fare superare questo ostacolo riportando appunto la giusta
attenzione sulla sicurezza.
•
Un livello generale di attenzione piuttosto elevato, spesso poco
compatibile con determinate tipologie di lavoro (ripetitivo, faticoso ecc.);
questo in alcuni casi può essere un problema in più.
Come
risolvere questo passaggio critico? Certamente non tramite la consueta formazione
in aula, che al limite è un punto di partenza per avere delle
conoscenze di base comuni sulle quali si possono costruire i passaggi
successivi.
Uno
degli strumenti che sicuramente si possono adottare è
l’affiancamento on the
job, da non confondere però con l’
addestramento per affiancamento. Quest’ultimo,
affiancando un lavoratore esperto a uno meno esperto (per lo meno nello
specifico contesto aziendale), vuole trasmettere al secondo le regole di
comportamento aziendali, sia tramite l’esempio che tramite la correzione degli
errori.
Quello
di cui parliamo è invece qualcosa di molto diverso: affiancare al lavoratore
(esperto o meno), mentre è intento nella sua quotidiana attività in azienda, un
soggetto in grado di porre quesiti (perché esegui in questo modo questa
operazione? Lo sai a quali rischi sei esposto? Perché non utilizzi i
DPI che hai a disposizione?), di fare rilevare i
rischi presenti, di fare osservare i modi di lavoro scorretti, di dare
suggerimenti. Il tutto coinvolgendo il lavoratore quale attore principale che
quindi deve rispondere, dire la sua, suggerire ecc. Il docente deve essere solo
uno “strumento” per facilitare il lavoratore nel prendere coscienza del mondo
che lo circonda. Naturalmente perché questo approccio abbia un senso deve
essere adottato all’interno della azienda, nel corso della normale attività
lavorativa. Ipotetiche simulazioni per gruppi di lavoratori di aziende diverse,
oppure le così dette simulazioni multi mediali non hanno assolutamente la
stessa efficacia.
Anche
facendo tutto al meglio non è detto che questo approccio garantisca un successo
completo; le percentuali variano da caso a caso (la compatibilità fra docente e
discenti è un requisito delicatissimo), ma in ogni caso si riesce ad avviare un
importante processo di miglioramento.
Queste
considerazioni, basate sull’esperienza fatta in campo, e su tanti errori
commessi da tutti coloro che si occupano della materia (ovviamente, incluso chi
scrive) ci sono parse doverose a fronte di ipotesi di iniziative straordinarie
di formazione, che potrebbero rapidamente trasformarsi in occasioni perse, se
non saranno gestite con i giusti indirizzi, e in particolare con l’obiettivo diinsegnare a tutti i lavoratori (inclusi ovviamente dirigenti e preposti)a “vedere la sicurezza”, momento per momento, mentre svolgono le loro
attività quotidiane in azienda.
Chiudiamo
con una nota polemica: in pratica le aziende devono colmare un deficit della
scuola, che non insegna ai bambini e ai ragazzini
(chi scrive ha tre figli) a riconoscere le situazioni di rischio presenti a
scuola, a casa o per
strada … Peccato che sia molto più facile fare
acquisire sensibilità a un nuovo argomento a un bambino di sette anni piuttosto
che a un ragazzo di ventidue (per non parlare di un anziano di cinquanta anni).
Quindi
le aziende devono davvero fare uno sforzo straordinario per superare questa
situazione che è, oggettivamente, di stallo in quanto oggi possiamo affermare
che nelle aziende più attente tutto ciò che si poteva ottenere tramite
interventi tecnici e regole di sicurezza sviluppate secondo lo schema “comanda
e controlla”, è già stato ottenuto. È solo sul fronte del coinvolgimento reale
di tutti i soggetti interessati che siamo ancora fortemente carenti.
Ultima
nota: non abbiamo parlato (volontariamente) di consapevolezza del ruolo da
parte di tutti i soggetti interessati. È un altro bel tema su cui c’è davvero
molto da migliorare. Ne riparleremo prossimamente.