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Crans Montana: riflessioni su prevenzione, rischi e cultura delle emergenze
Brescia, 16 Gen – I tanti commenti all’articolo di Michele Del Gaudio “ Crans Montana: quando il luogo di lavoro è anche un luogo di divertimento” e i diversi messaggi inviati, sul tema, alla nostra redazione, evidenziano la necessità di continuare a parlare del tragico incendio avvenuto a Crans Montana (Cantone Vallese, Svizzera) nella notte del primo gennaio 2026. Non solo riflettendo sulle carenze in materia di sicurezza, che stanno emergendo attraverso le indagini, ma anche sul tema della percezione dei pericoli e sull’importanza di una cultura condivisa delle emergenze.
Anche perché, come vedremo oggi, i casi di gravissimi incendi, in situazioni non molto differenti da quelle del locale di Crans Montana - in “ luogo di divertimento”, come scriveva Del Gaudio - sono stati tanti negli anni. Ma non sono stati comunque in grado di fornire strumenti e consapevolezza per evitare quanto avvenuto nella notte di Capodanno.
Proprio per stimolare utili riflessioni, partendo anche dalla normativa antincendio in essere in Italia (non quella in Svizzera, che è diversa) e dalle esperienze relative a incendi e emergenze, abbiamo deciso di intervistare Stefano Zanut, architetto ed ex direttore vicedirigente dei Vigili del Fuoco presso il Comando di Pordenone, ora in pensione, che si è lungamente occupato dell’analisi e della corretta gestione di eventi emergenziali. Tra l’altro rispondendo anche alle nostre domande ad Ambiente Lavoro 2023 in una intervista su PuntoSicuro sulla necessità di un nuovo approccio alle emergenze.
Le domande che gli abbiamo rivolto riguardano gli eventi di Crans Montana, ma guardano, in prospettiva, anche ai passi che possiamo fare per migliorare consapevolezza e prevenzione.
Qual è l’equazione che sta alla base di quanto successo a Crans Montana?
L’evento di Crans Montana non è un caso isolato. Ci può fornire qualche dato e descrivere gli incidenti del passato ricordando anche le cause accertate?
Cosa è previsto in Italia per evitare il ripetersi di questi incendi? Quali sono le norme e gli obblighi che, se rispettati, dovrebbero prevenire incidenti di questo tipo?
Quali sono gli obblighi all’interno di un ristorante o un bar?
Qual è la sua impressione, dopo la sua lunga esperienza di lavoro nel corpo dei VVFF, sul rispetto normativo in Italia in materia di prevenzione incendi? C’è una sufficiente percezione dei rischi di incendio tra i lavoratori, dirigenti e datori di lavoro?
Al di là della prevenzione mancata a Crans Montana, l’evento mostra una grave sottovalutazione dei pericoli anche da parte degli ospiti del locale. Cosa si potrebbe fare per aumentare questa percezione?
La percezione di un pericolo deve essere insegnata anche in ogni famiglia?
Cosa si potrebbe fare, a suo parere, per migliorare la prevenzione anche nei locali di divertimento e nelle attività di ristorazione con somministrazione?

L’intervista si sofferma su vari argomenti:
- Incendi nei luoghi di divertimento: l’evento di Crans Montana non è un caso isolato
- Locali, ristoranti e bar: la normativa di prevenzione incendi in Italia
- Incendio a Crans Montana: migliorare la percezione dei pericoli
Incendi nei luoghi di divertimento: l’evento di Crans Montana non è un caso isolato
In un suo testo pubblicato nei giorni scorsi su un quotidiano lei fa riferimento ad una sorta di equazione che sta alla base di quanto successo a Crans Montana. Di che equazione stiamo parlando?
Stefano Zanut: Quell’articolo voleva essere una riflessione sull’accaduto e il tentativo di rappresentare l’emozione, ma anche la frustrazione, che quell’evento aveva destato in molti di noi viste le condizioni in cui si era sviluppato. Non si trattava di uno scenario mai visto prima. Si sono visti casi analoghi verificatisi in altre parti del mondo, così l’equazione diventava uno strumento per rappresentare ciò: folla + materiali facilmente infiammabili + pirotecnica = disastro, è questa l'equazione. È triste prendere atto che non siamo capaci di imparare dall'esperienza!
Poi però sono emerse anche altre circostanze come, ad esempio, quella dell'uscita di sicurezza intenzionalmente compromessa oppure della mancanza di controlli da parte dell’autorità preposta. Così col senno del poi e con altre informazioni sui fatti del primo gennaio quell'equazione dovrebbe essere ulteriormente incrementata di altri fattori, tra questi l’incapacità di gestire l’emergenza.
L’evento di Crans Montana non è un caso isolato. L’equazione di cui lei parla ha portato in questi decenni a diversi altri gravissimi incidenti. Ci può fornire qualche dato e descrivere qualcuno di questi incendi ricordando anche le cause accertate?
Stefano Zanut: Come detto non si è trattato di una condizione nuova, visto che negli ultimi anni ci sono stati molti casi analoghi in giro per il mondo. Per alcuni, in particolare, sono disponibili anche dei veri e propri report capaci di analizzare le circostanze in cui si è attivata e sviluppata la situazione di emergenza.
Uno di questi, ad esempio, riguarda l'incendio sviluppatosi in un night club a West Warwick, nello stato di Rhode Island (USA), dove morirono 100 persone e 230 rimasero ferite. L’evento si verificò durante l'esibizione di un gruppo rock quando vennero accese sul palco per creare una scenografia delle fontane luminose, capaci a loro volta di dar fuoco a tendaggi propagando l’incendio nel locale con una velocità incredibile. Dopo circa 90 secondi le condizioni ambientali erano già compromesse e il fumo era al livello del pavimento, impedendo alle molte persone presenti di identificare i percorsi per evacuare. Era il 2003 e da allora si sono verificati altri 30 incendi analoghi, molti dei quali generati proprio dall'accensione di materiale di arredo infiammabile grazie all'uso di fontane pirotecniche.
Sono dell’anno appena trascorso due gravi episodi: l’incendio di un night club a Kočani, nella Macedonia del nord, con il decesso di 63 persone e il ferimento di 193, e l’incendio ad Arpora, in India, dove ci sono state 25 vittime e 50 feriti. Anche in quei casi l’incendio è stato causato dall’accensione di prodotti pirotecnici che hanno trovato facile preda nei materiali impiegati per gli arredi.
Locali, ristoranti e bar: la normativa di prevenzione incendi in Italia
Partendo da questi dati, nel nostro Paese cosa è previsto per evitare il ripetersi di questi incendi?
Stefano Zanut: Qui da noi l'attività di prevenzione degli incendi viene condotta dal Corpo Nazionale Vigili del Fuoco, con procedimenti che riguardano l'approvazione di progetti, sopralluoghi di controllo ed anche procedimenti di polizia giudiziaria. Per dare un'idea di queste attività, nel 2024 sono stati compiuti più di 150.000 procedimenti di questo tipo. Sono attività che completano l'attenzione verso la progettazione, la realizzazione è la gestione delle attività che si considerano a maggior rischio in caso di incendio. In tale contesto, oltre al compito istituzionale demandato ai vigili del fuoco, un ruolo importante è svolto dai professionisti antincendio, ovvero coloro che si sono specializzati in questo campo della sicurezza.
Quali sono le norme e gli obblighi che, se rispettati, dovrebbero prevenire incidenti di questo tipo?
Stefano Zanut: Come accennato la normativa di prevenzione incendi si riferisce ad attività che sulla base di casi studio oppure delle esperienze maturate durante i controlli possono essere considerate a rischio di incendio. Queste sono elencate in un Decreto del Presidente della Repubblica ( DPR 151/2011) che identifica 80 tipologie. Per ognuna di queste si applicano norme tecniche i cui contenuti si evolvono nel tempo in funzione dello sviluppo delle conoscenze in questo campo, ma anche degli eventi che si verificano. I vigili del fuoco, infatti, possono anche contare sull’esperienza acquisita nelle attività di soccorso per migliorare gli aspetti normativi. Per fare un esempio, la moderna prevenzione incendi nasce dopo l'incendio del cinema Statuto di Torino, che si verificò nel 1983 causando la morte di 64 persone principalmente per intossicazione da fumi. L'anno prima si era verificato un altro grave incendio, a Todi, in occasione di una mostra di antiquariato in un palazzo storico. Anche in quel caso il bilancio fu tragico: 35 morti e 40 feriti.
Questi casi possono attivare un’importante riflessione cambiando radicalmente il nostro approccio a queste tematiche in un processo virtuoso per migliorare le prestazioni dei materiali e dei sistemi per garantire la sicurezza delle persone.
Più recentemente, siamo nel 2015, è stato emanato il cosiddetto Codice di Prevenzione Incendi che riprende per mano tutte le precedenti norme e cerca di inquadrarle in un percorso organico che possa essere applicato contestualizzandolo alla specifica tipologia di attività.
All’interno di un ristorante o un bar è necessaria la presenza di un piano di emergenza?
Stefano Zanut: Tra le attività soggette ai controlli di prevenzione incendi non figurano ristoranti e bar. Lo sono eventualmente certe tipologie di impianti al loro servizio, come ad esempio le cucine o gli impianti termici se superano la potenzialità di 116 kW.
Ma il fatto che un'attività non sia soggetta non vuol dire che non debba garantire anche la sicurezza antincendio degli utenti e dei lavoratori, per questo le norme di cui ho accennato dedicano sempre una parte che si applica anche in questi casi. Per le attività non soggette esiste anche quello che si chiama “mini codice” ( D.M. 3/9/2021), ovvero una proposizione del codice di prevenzione incendi calibrata sulle caratteristiche e le dimensioni di quei contesti.
Infine, se da una parte può mancare il controllo istituzionale, dall'altra entra in gioco l’importanza dei professionisti antincendio che intervengono su incarico del titolare dell'attività per definire la sicurezza di quegli ambienti, nel cui ambito deve essere considerato anche il piano di emergenza e la formazione del personale incaricato di attuarlo.
Qual è la sua impressione, dopo la sua lunga esperienza di lavoro nel corpo dei VVFF, sul rispetto normativo in Italia in materia di prevenzione incendi? C’è una sufficiente percezione dei rischi di incendio tra i lavoratori, dirigenti e datori di lavoro?
Stefano Zanut: È una domanda a cui non è semplice rispondere e provo a farlo sulla base del mio percorso professionale, attraverso i controlli richiesti dal titolare dell'attività nel contesto dei procedimenti di prevenzione incendi. Ma se il titolare non li attiva, violando la norma e incorrendo potenzialmente in sanzioni penali, questa verifica non si può fare.
Premesso ciò, personalmente ho visto nel tempo un miglioramento della qualità della progettazione e dell'esecuzione delle opere, così come per gli aspetti che riguardano la pianificazione dell'emergenza e la formazione dei lavoratori su questi temi.
Questi ultimi aspetti, se sviluppati a dovere, possono incidere sulla percezione dei rischi connessi con l’incendio da parte di tutto il personale coinvolto nella filiera lavorativa, ma non solo quello. È un aspetto da considerare anche, ad esempio, nelle scuole, dov'è la pianificazione dell'emergenza e coinvolgimento dei ragazzi rappresenta un passo importante verso il raggiungimento di quella cultura della sicurezza a cui tutti quanti vorremmo arrivare.
Incendio a Crans Montana: migliorare la percezione dei pericoli
Al di là della prevenzione mancata a Crans Montana, l’evento mostra una grave sottovalutazione dei pericoli anche da parte degli ospiti del locale. Cosa si potrebbe fare per aumentare questa percezione?
Stefano Zanut: È importante costruire un percorso che sappia innescare e sostenere l'attenzione verso la cultura della sicurezza. Il caso di Crans Montana ha destato molta attenzione ed emozione tra le persone su questi aspetti.
Tutti ci siamo chiesti: se io fossi stato là come mi sarei comportato? Avrei avuto l'attenzione giusta verso la presenza dei presidi di sicurezza come estintori e uscite di emergenza? Sarei stato capace di rispondere nel migliore dei modi?
Domande legittime, direi, che richiamano l'attenzione verso l'importanza di costruire in tutte le persone l’attenzione verso questi temi a cominciare dalle famiglie e dalle scuole. Dobbiamo costruire un percorso che ci aiuti ad acquisire competenze al riguardo per tutelare noi stessi e gli altri e da trasmetterle alle persone che ci stanno vicine.
Uno dei ragazzi di Crans Montana, fuggiti dall’incendio, ha seguito le parole di suo padre per allontanarsi da un pericolo. La percezione di un pericolo deve essere insegnata anche in ogni famiglia?
Stefano Zanut: Beh, certo, la famiglia è il nucleo in cui si muove il ragazzo, futuro adulto di domani, e se vogliamo che lo diventi dobbiamo costruire per lui, e con lui, un percorso che ci aiuti a concretizzare questo obiettivo. Quindi parlare a casa di queste cose è importante e si comincia dalle piccole cose che possono accadere in ambiente domestico.
Faccio un esempio: considerando gli incendi, la casa è un luogo dove si verificano tanti casi e nel 2023 i vigili del fuoco hanno effettuato 38.116 interventi per questa ragione proprio in ambito domestico, una media di 104 al giorno e che hanno rappresentato il 16% del totale degli incendi. In sostanza la nostra casa non è esente da questo profilo di rischio, per cui è necessario costruire una casa sicura e formare i suoi abitanti: ecco perché è importante considerare il contributo della famiglia.
È da qui che bisogna partire, dall'ambiente in cui viviamo che deve essere sicuro.
Poi ovviamente viene anche la scuola che può dargli un importante, direi fondamentale, contributo al riguardo e infine il mondo del lavoro.
Torniamo, infine, al nostro Paese, alla prevenzione incendi e alla normativa correlata. Cosa si potrebbe fare, a suo parere, per migliorare la prevenzione anche nei locali di divertimento e nelle attività di ristorazione con somministrazione?
Stefano Zanut: Per migliorare questi aspetti mi sento di affermare che il controllo svolge un ruolo importante, ma è anche importante sensibilizzare coloro che attivano queste attività e, perché no?, i possibili utenti. Ho un sogno in tasca: trovare nell'ambito della pubblicità di un locale anche indicazioni sulla sua sicurezza, invitando così a sceglierlo per la qualità a tutto tondo della sua proposta e in cui si parla anche di sicurezza.
Magari può far sorridere, ma fare una prova di evacuazione mentre stiamo inforchettando gli spaghetti o bevendo un caffè darebbe maggior valore ai temi di cui stiamo parlando a favore di tutti. Mica tutti i giorni, ci mancherebbe altro, basta una volta ogni tanto per farci riflettere sull’importanza di queste azioni.
Quando lo dico agli amici mi prendono bonariamente in giro, ma poi si rendono conto che forse questo è un modo giusto per affrontare e prevenire tragedie. Molti di loro mi hanno scritto dopo la tragedia del primo gennaio, ricordando queste mie strane proposte e chiedendosi se siamo o meno capaci di imparare qualcosa da queste esperienze.
Infatti, spesso dopo questi eventi si parla di cultura della sicurezza, che dovrebbe essere discussa non solo sul lavoro, ma anche a casa e a scuola. La sicurezza va oltre il “non è mai successo niente” e significa prevenire ogni incidente. Per costruire una società sicura bisogna lavorare sul campo e darsi da fare per realizzare un progetto che sappia essere inclusivo e sicuro per tutti.
Articolo e intervista a cura di Tiziano Menduto
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| Rispondi Autore: Carmelo Catanoso | 16/01/2026 (09:06:40) |
| La tragedia di Crans Montana deve farci riflettere. Non solo sulla totale inadeguatezza del luogo in cui si è permesso di tenere il veglione e sulla mancanza di controlli da parte dei gestori del locale e delle autorità preposte al controllo (di questo se ne occuperà la magistratura elvetica) ma sulla mancanza di consapevolezza dei ragazzi rispetto ai rischi di quel particolare contesto e rispetto ai propri comportamenti. Sia chiaro che non si sta affermando che dovevano essere i ragazzi a sostituirsi ai gestori per garantire la sicurezza dell'evento ma solo della necessità di sviluppare consapevolezza anche negli adolescenti. Per far questo non serve spaventarli: serve aiutarli a diventare più lucidi, autonomi e capaci di valutare i pericoli in modo realistico. È un percorso educativo, non un elenco di divieti. L’adolescenza, come ci ricordano le neuroscienze, è una fase in cui il cervello è ancora in sviluppo nelle aree legate al controllo degli impulsi. È il momento in cui cresce il bisogno di autonomia, la percezione del rischio può essere distorta e il gruppo esercita un’influenza fortissima. Per questo è necessario un approccio che unisca dialogo, esempi concreti e responsabilizzazione. Noi adulti dobbiamo iniziare a parlare apertamente di rischi e conseguenze, non con “lezioni” formali (come la SSL incastrata nelle 33 ore di Educazione Civica), ma con conversazioni regolari, semplici, dirette, prive di moralismi. Raccontando scenari realistici: cosa può accadere in discoteca o al cinema o ad un concerto, quali comportamenti aumentano i pericoli, come ci si può proteggere. I ragazzi devono essere coinvolti attivamente. Imparano meglio quando partecipano inseriti in contesti in cui possano osservare l’ambiente fisico e sociale, analizzare situazioni, valutare alternative, proporre soluzioni, fare scelte e assumersi responsabilità. Solo dopo si possono discutere insieme i pro e contro, lasciando spazio al loro punto di vista. Fondamentale è lavorare sul gruppo, perché è questo a influenzare profondamente i comportamenti. Occorre quindi promuovere attività che rafforzino il senso critico collettivo e facciano della SSL un valore condiviso. | |
| Rispondi Autore: Franco Rossi | 16/01/2026 (16:15:23) |
| Come mai non si fa neanche un cenno all'attività 65? | |
