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Il ruolo del RSSP nell’industria: da consulente a soggetto decisore

22/02/2013: Nella gestione della sicurezza deve esistere un potere decisionale che possa incidere con un elevato grado di autonomia e autorità. Il passato, il presente e il futuro del ruolo del RSPP. Da consulente a soggetto decisore. Di Alessandro Mazzeranghi.
Il ruolo del RSSP nell’industria: da consulente a soggetto decisore
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Le origini
Io mi sono laureato nel 1991, quindi ho visto tutta la transizione dal DPR 547/55 al D.Lgs. 81/2008 e ai modelli organizzativi esimenti che il medesimo decreto tratta all’articolo 30 sulla scorta delle previsioni del D.Lgs. 231/2001.
Devo dire che nelle grandi aziende industriali la sicurezza e la salute delle persone erano tenute bene in conto; ricordo quanto visto dagli anni ’70 in poi, e successivamente sul lavoro. Non dobbiamo quindi demonizzare nessuno o meglio solo quelli che hanno buttato l’etica in un cantuccio ben nascosto e hanno quindi approfittato del quadro legislativo esistente in modo delinquenziale, con l’illusione della impunità.
Però col D.Lgs. 626/94, effettivamente è cambiato tutto perché, nella sostanza, alle aziende è stata imposta la costituzione di una organizzazione interna dedicata alla sicurezza, e proattiva nei confronti del management.
 
Qui la vecchia cultura ci ha fregati, o meglio ha fregato le aziende (e anche il sottoscritto); il SPP serve a poco o nulla, si decide fra esperti (veri) e manager. Come se gli altri fossero una sorta di parcheggio per figure aziendali poco brillanti.
Se non la avessi vissuta (troppe volte) non lo direi.
Pensate a questo fatto: per un lungo periodo, tutti gli anni ’90 e parte del primo decennio del secolo, molte grandi aziende formavano i manager prendendo degli ingegneri e facendoli girare in tutte le posizioni chiave della azienda, acquisti, produzione, programmazione, vendite, personale. Alcune grandissime corporate lo fanno ancora. Ma qualcuno di questi è mai passato dal SPP? Vorrà ben dire qualcosa!
 
L’impressione è quindi che in un primo momento il SPP sia stato percepito come una appendice inutile, da avere solo per rispettare la legge. Infatti ricorderanno tutti coloro che hanno vissuto quegli anni, che gli RSPP stessi spesso neanche potevano conferire col datore di lavoro!
Bene, questo è un esempio di come distruggere una buona idea contenuta in una legge e trattata come mero adempimento burocratico.
 
Le cose cambiano?
Si, fortunatamente cambiano, oggi i RSPP sono figure che hanno una precisa identità in azienda, la cui parola è ascoltata e talvolta messa in pratica ma … c’è ancora un ma.
Quale deve essere il ruolo del RSPP in azienda per dare il migliore contributo al successo e alla conservazione del business della azienda?
Qui si aprono due strade molto diverse fra loro, entrambe non ben determinate dalla legge (quindi entrambe conformi) che comportano due approcci organizzativi diversi.
 
PRIMA IPOTESIRSPP = CONSULENTE
Il RSPP, il suo servizio e gli altri soggetti di cui si serve per acquisire informazioni, pareri ecc., sono un insieme di consulenti del Datore di Lavoro che detiene tutto il potere, o ne delega parte ad alcuni dirigenti. Il compito del RSPP si ferma quindi a guardare, capire, pensare e riferire; lì finisce e il gioco passa in mano al datore di lavoro o a un dirigente delegato.
È una visione protettiva; il RSPP è un quadro, con capacità riconosciute, libertà di azione ma di fatto privo di potere decisionale in azienda. Si tira fuori, anche come responsabilità, in caso di decisioni contrarie alle sue indicazione se poi queste decisioni dovessero risultare  effettivamente sbagliate. È, insomma, un soggetto a responsabilità limitata, come il sindaco revisore nel consiglio di amministrazione. Naturalmente resta responsabile in caso di omissione, imperizia ecc. se queste portano a danni alle persone.

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SECONDA IPOTESIRSPP = SOGGETTO DECISORE
L’alternativa, operativamente molto sensata, è quella di attribuire al RSPP un concreto potere di decisione sulle questioni di sua pertinenza, o almeno su una parte di esse. Certo, significa dargli un potere da dirigente, e sicuramente è necessaria una particolare attenzione onde evitare conflitti fra chi si occupa di produzione e chi si occupa di sicurezza. Però se il RSPP non viene inserito nella catena operativa “di campo” risulta troppo slegato dalle necessità concrete della produzione e quindi rischia di proporre continuamente soluzioni valide sulla carta ma che non saranno applicate; e tramite questa dinamica moltiplica a dismisura il livello di responsabilità del datore di lavoro che lo ha nominato.
Naturalmente con una soluzione del genere il livello di responsabilità del RSPP cresce notevolmente, in proporzione al potere concretamente attribuitogli. E cambia anche il tipo di professionalità richiesto: c’è una bella  differenza fra dire cosa non va bene e come si dovrebbe rimediare in conformità alla legislazione e alla normativa vigenti, e invece stabilire quale sia il giusto compromesso che salvaguarda sicurezza, salute e operatività.
Una osservazione: l’aspetto di “trade off” che caratterizza questa figura di RSPP con compiti più estesi, non viene sviluppata nella formazione al ruolo di RSPP, mentre è invece un elemento fondamentale per la figura che abbiamo appena delineato.
Questo a conferma che la figura in questione è qualcosa di più, ma francamente la soluzione di cui alla nostra prima  ipotesi ha tali e tanti problemi di inefficienza che ci pare di poterla definire “superata”.
È ovvio invece che l’aspetto decisionale in materia di sicurezza, specie in aziende complesse, potrebbe essere attribuito ad un dirigente diverso dal RSPP: soluzione che condividiamo a patto che il RSPP risponda funzionalmente a tale dirigente (gerarchicamente è sempre, per definizione, in staff col datore di lavoro) e che i flussi informativi siano precisamente definiti.
 
Noi crediamo sinceramente che la soluzione giusta sia la seconda, o qualcosa di molto simile: nella gerarchia della sicurezza deve esistere un punto decisionale che possa incidere sull’operato della azienda con un elevato grado di autonomia e autorità. Altrimenti il rischio è che la sicurezza sia solo una sorta di rumore di disturbo a cui nessuno presta attenzione, e che non entra realmente nei processi decisionali.
 
Chi sollevasse questioni del tipo “ma così ci blocchiamo”, dovrebbe considerare che dinamiche fra centri decisionali con interessi contrastanti sono all’ordine del giorno in tutte le aziende; pensiamo solo alle tensioni fra commerciale e produzione!
Eppure le aziende sopravvivono, e questo per un motivo molto semplice: i soggetti aziendali qualificati come dirigenti sono tali perché sanno gestire i problemi di “trade off” andando alla ricerca, per ognuno, del migliore compromesso per gli interessi della azienda. Beh, almeno questo dovrebbero fare i dirigenti … certo non senza tensioni, ma queste sono parte integrante del ruolo lavorativo.
È quindi evidente che se in determinate posizioni mettiamo soggetti privi di capacità dirigenziale, senza il coraggio di prendere dei rischi sotto la propria responsabilità, allora si che tutto si trasforma in una serie di “stop” assurdi. Ma cerchiamo di evitare il ragionamento: “siccome in una determinata posizione non ho il profilo professionale giusto per fare crescere la mia organizzazione verso una maggiore efficienza, allora mi tengo l’inefficienza”.
Ultimamente ci è capitato di suggerire la “retrocessione” di alcuni RSPP ad ASPP, questo al fine di migliorare l’efficienza decisionale della azienda. Non ci vediamo molto di male, non si tratta di retrocessione me di cambiamento del tipo di funzione assegnato alla figura che la legge battezza come RSPP.
 
Se questa fosse una idea astratta, una ipotesi a lungo termine, non ne parleremmo. Invece le cose si stanno muovendo nella direzione che abbiamo descritto, anche se con una notevole lentezza, con grosse resistenze da parte dei soggetti coinvolti in questo cambiamento di organizzazione e di mentalità.
 
E domani?
A questo punto verrebbe voglia di allargare un attimo il discorso in una prospettiva a medio termine. Allora, per una azienda industriale che oggi vuole continuare ad esistere in Italia (o in Europa), quali sono gli elementi fondamentali per garantire la continuità?
Sono diversi, alcuni assolutamente tradizionali, altri imprevedibilmente innovativi e trasversali.
Ad esempio:
- Capacità di penetrazione nel mercato di riferimento;
- Corretto rapporto fra prezzi ottenibili e costi di produzione;
- Capacità di garantire la qualità attesa dai clienti;
- Capacità di garantire sicurezza e salute delle persone (lavoratori, clienti, comunità esterna) e la tutela dell’ambiente;
- Capacità di applicare corretti principi di gestione finanziaria e amministrativa, di rispettare le previsioni di legge in ambito amministrativo, di prevenire la corruzione e la concussione.
 
Ovvero entra pesantemente in gioco la capacità delle aziende di operare in modo controllato, come del resto reso assolutamente evidente dal progressivo ampliamento del campo di applicazione del D.Lgs. 231/2001 in materia di “ responsabilità amministrativa” delle aziende.
 
Ma se questi elementi diventano chiavi di business al pari di quelli più tradizionali, che senso ha trattarli con minore attenzione quasi non fossero rilevanti?
Quindi il tema sicurezza e salute sul lavoro diventa parte di un’area dirigenziale fondamentale per la azienda che potremmo definire “prevenzione e controllo dei rischi” o se preferite “risk management”.
Quindi l’idea di creare una “struttura” dirigenziale per tale fine, a copertura anche del tema di cui ci occupiamo, è qualcosa di fortemente promosso dalle UE e dalla legislazione nazionale dei vari paesi membri, nonché dalle grandi corporate multinazionali che, indipendentemente dalla legislazione vigente, pretendono garanzie dai propri fornitori.
 
Quale sarà il futuro è difficile immaginarlo, una unica struttura organizzativa aziendale che si occupa di tutto, più strutture che si dividono le aree specifiche … resta il fatto, per tornare al ruolo del RSPP, che il livello richiesto, anche per la gestione degli aspetti di salute e sicurezza dei lavoratori, sale e salirà sempre più da un approccio tecnico ad un approccio di organizzazione aziendale, quindi prettamente di competenza dirigenziale.
 
Questa è una opportunità per chi è oggi RSPP in una azienda?
Si, ovviamente, ma bisogna anche saperla cogliere e rispondere in modo adeguato, per l’ovvio motivo che un “mestiere” importante e delicato, ma tranquillo sotto il profilo decisionale e di responsabilità, è destinato a divenire un mestiere sicuramente più stressante, coinvolgente, pieno di responsabilità. Alla fine si delinea una nuova professionalità, di livello elevato e di grande valore per la azienda.
Cosa succederà nei prossimi anni? Non ci resta che aspettare, per vedere quali saranno effettivamente gli sviluppi.
 
 
Alessandro Mazzeranghi
 


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Rispondi Autore: Gennaro P.
22/02/2013 (07:51:22)
Tutto giusto quello riportato nell'articolo; vorrei porre una domanda: perchè non si parla mai di retribuzione o inquadramento professionale per gli RSPP?
Rispondi Autore: MB
22/02/2013 (08:57:53)
Il D.Lgs 81/08 ben definisce ruolo e compiti del RSPP, e ben definisce quali altre figure sono soggette del potere dcisionale..
Rispondi Autore: MARABELLI GIAN PIERO
22/02/2013 (10:33:43)
PERCHE VEDO LA PUBBLICITA' DI MARONI SU PUNTO SICURO? COME MAI?
Rispondi Autore: Francesco Cattari
22/02/2013 (10:46:59)
Sono d'accordo con MB. Perchè aggiungere confusione a quella che già c'è? Il ruolo del RSPP è già definito nel decreto!
Rispondi Autore: redazione
22/02/2013 (10:52:55)
siamo spiacenti ma non abbiamo controllo sugli spazi adsense e purtroppo in questo periodo la pubblicità che compare è anche legata alle elezioni.
Rispondi Autore: Marco Giorgini
22/02/2013 (11:25:20)
Interessante, come sempre, l'articolo dell' Ing Mazzerannghi. di cui condivido in pieno le conculsioni e il pensiero.
Ho sempre interpretato il ruolo dell RSPP, non solo come una semplice figura di consulenza, ma con un ruolo decisamente attivo. L'RSPP deve "sporcarsi le mani" e deve stare in azienda, viverla, conoscerne il respiro e la voce se no come fa a trovere le misure di prevenzione e protezioni più adatte il famoso vestito tagliato su misura?
Un punto di forza del SPP è che e una delle poche funzioni che vede a 360° l'azienda e che dialoga trasverlamente con tutti, dall'AD all'ultimo assunto, considerando che uno degli assiomi della sicurezza è organizzazione, si può ben comprendere i benefici che ne possono derivare all'azienda.
L'RSPP deve decidere, a volte anche sopra gli altri responsabili se è necessario riconoscendo la sicurezza come valore primario, facendosi forte del suo rapporto particolare con il datore di lavoro. Deve farlo perchè a volte la sicurezza ha necessità di risposte pronte, soprattutto davanti a situazioni d'urgenza, magari nel caso di strane rotture di macchinari che devono funzionare in ogni modo, lo deve fare perchè è l'unico che può trovare le soluzioni immediate per far lavorare in sicurezza e per, giustamente, coprire le spalle ai preposti e ai lavoraotri che vi si trovano coinvolti, e sui quali non è corretto far ricadere la gestione di quest'aspetto.
E' vero che nell' 81 sono stabiliti i doveri e i compiti del RSPP, ma dobbiamo ragionare in termini più ampi, se volgiamo che finalmente la sicurezza funzioni.
Rispondi Autore: MARABELLI GIAN PIERO
22/02/2013 (11:36:30)
Io non affatto d'accordo con il ruolo "decisore" del RSPP. Per due ragioni:
la prima: il ruolo assegnato al RSPP dal D.lgs 81/2008 lo vede chiaramente in posizione di "staff",come si usa dire nella terminologia aziendale, cioè come un "consulente" del datore di lavoro, interno o esterno ovviamente come previsto dalle norme. Nella "logica" del D.lgs 81/2008, RSPP non deve quindi appartenere alla "gerarchia aziendale" (DL-DIRIGENTI-PREPOSTI), ma deve "rispondere " direttamente al datore di lavoro come dice espressamente la lett. f del comma 1 dell'art 2 del D.lgs 81/2008 qualificando RSPP come: "persona in possesso delle capacità e dei requisiti professionali di cui all'art 32 designata dal datore di lavoro "A CUI RISPONDE"....Quindi nella logica del D.lgs 81/2008 il RSPP non è affatto un soggetto "decisore", ma solo consulenziale, di "staff", appunto.
Questo non vuol dire che poi, per scelte aziendali un "dirigente" con "poteri" svolga "anche" il ruolO di RSPP. In questo caso Il "dirigente" assumerà una responsabilità ben più grande però, sommando alla sua carica di dirigente (e quindi verosimilmente con qualche delega di cui all'art 16 del D.lgs 81/2008,) la carica di RSPP.
La seconda ragione per la quale RSPP non dovrebbe, anzi non deve a mio parere assumere un ruolo "decisore" è l'art 299 del D.lgs 81/2008 sull'interpretazione del quale, sul numero del 8 novembre di Punto sicuro, un interessante articolo di Anna Guardavilla ha chiarito bene il punto del "consulente esterno" "Libero professionista" condannato come "preposto di fatto" per aver dato istruzioni a un lavoratore infortunatosi.
Quindi se un consulente esterno ovviamente un pò, come dire, sprovveduto ha dato delle indicazioni in base alle quali una persona si è infortunata, queste istruzioni sono state ritenute impartite da un "preposto di fatto" Naturalmente è una decisione che può essere impugnata e discussa, ma sull'esercizio "di fatto" di poteri direttivi, io come RSPP non lo faccio, per nessuna ragione al mondo: io dico (scrivo) quello che devi fare, te lo scrivo dieci volte, ma non ti "ordino" di farlo. Chi ordina gerarchicamente in azienda sono dirigenti e preposti, non gli RSPP, se non si fa confusione, che è gia tanta in questa "materia"
Rispondi Autore: Eugenio Spigno
22/02/2013 (12:32:26)
nelle gare è legge che i costi per la sicurezza non siano soggetti a ribasso.
Potrebbe essere interessante, e motivante per le direzioni aziendale, un sistema fiscale che consideri detraibili le spese effettuate per la sicurezza (salvo poi tenere sotto controllo i soliti furbetti).
Rispondi Autore: Giammario Baldoni
22/02/2013 (13:06:47)
In alcune aziende è importante che il ruolo dell RSPP sia decisionale,
ritengo che sia sufficiente avere un RSPP nominato e risponde ai requisiti di legge, oppure un RSPP delegato che diventa di fatto il dirigente per la sicurezza con potere economico e gestionale indipendente.
La scelta è in capo al datore di lavoro
Rispondi Autore: Rolando Dubini
22/02/2013 (13:42:57)
Più decide più verrà sanzionato,aumenteranno gli oneri, ma anche gli oneri. Certo se ha le competenze, può anche avere un senso da un punto di vista organizzativo e aziendale che gli vengano dati i poteri corrispondenti alle competenze che possiede, ma io credo sia meglio sempre distinguere i ruoli dei consulenti dai decisori, la consulenza di chi decide, e la decisione di chi fa la consulenza cozza con un principio fondamentale in materia di prevenzione del rischio da colpa organizzativa di cui al decreto 231, quello della separazione di compiti fra coloro che svolgono fasi cruciali nell’ambito di un processo a rischio, Così dicono ad esempio le Linee Guida di Confindustria, che restano al riguardo un importante documento di riferimento per la corretta e legittima gestione aziendale.
Rispondi Autore: Paolo Alemani
22/02/2013 (17:01:04)
D'accordissimo sul punto di vista dell'autore a patto che si parli di RSPP inquadrati in realtà industriali di una certa consistenza. Una grossa azienda può permettersi di avere un RSPP interno e decisore ma non dimentichiamoci che la stragrande maggioranza delle imprese italiane è fatta di piccole e piccolissime società. In questi ambiti le decisioni le prende il Datore di Lavoro, non certo il RSPP. Inoltre coi tempi che corrono e con i clienti che pagano QUEL che vogliono e QUANDO vogliono non mi sta assolutamente bene prendermi pure delle responsabilità al posto dei responsabili aziendali. Forse è ora di rivedere i ruoli a seconda dell'organizzazione e della dimensione aziendale, un RSPP di una realtà artigiana DEVE essere diverso da un RSPP di una multinazionale.
Rispondi Autore: Franco Padovan
22/02/2013 (20:34:19)
Sono completamente in disaccordo con quanto scritto da Mazzeranghi. La sua descrizione e le sue ipotesi di RSPP decisore introducono solo problemi ed oneri a chi ricopre tale posizione e non hanno nessuna incidenza positiva per quel che riguarda la complessiva risposta dell'Azienda alle problematiche di Salute e Sicurezza.
Mi sorprende molto leggere di ipotesi e teorie che, semplicemente allargando un po' lo sguardo a quanto il mondo industriale ha realizzato in Europa e negli Stati Uniti, si dimostrano assolutamente inadeguate e superate.
Rispondi Autore: MF
23/02/2013 (21:03:32)
Salve, anche se si puo' ritenere interessante una tale prospettiva penso che ne debba passare parecchia di acqua sotto i ponti per poterla attuare e per un semplice motivo...gia' ora l'attuazione di quanto previsto non e' chiara e in certi casi incoerente nella sua applicazione.
In sempre piu' aziende le figure del SPP vengono ricercate tra i lavoratori stessi, lavoratori che spesso durante la loro giornata devono svolgere altre mansioni ma che per comodita' del DDL sono individuati e come tali nei casi previsti rispondono nei confronti della legge.Ora pongo questo quesito se sono i lavoratori a dover essere tutelati perche queste figure devono essere cercate tra i lavoratori? E soprattutto perche oggetto di resp. penali? sarebbe come dire che sia il lavoratore stesso a doversi autotutelare.Qualcuno potrebbe dire ... si ma chi meglio di chi lavora puo' conoscere come sia svolta l'attivita' e dare un supporto valido? Perfetto infatti i lavoratori dovrebbero tutti essere formati per poter essere dei validi segnalatori ed avere tutte le nozioni riguardanti la sicurezza e la prevenzione nei confronti del DDL ma li' fermarsi.Se la resp. e' del DDL e' quest'ultimo che dovrebbe dotarsi di tutte le figure specialstiche (professionisti e non lavoratori improvvisati come tali) che periodicamente o in modo permanente dovrebbero assieme al DDL e ai lavoratori discutere, predisporre, attuare e vigilare.
Il lavoratore in quanto tale e' stato assunto per lavorare e tale dovrebbe rimanere il suo compito nel pieno rispetto delle regole a lui dettate.
Il vigilare sulla propria salute e' un qualcosa che chiunque dovrebbe fare ognigiorno e in ogni ambito non solo in quello lavorativo.
Allo stesso modo non penso si possa dare colpe al DDL (o al RSPP) per qualunque tipo di evento accada nonostante lo stesso dimostri di aver ottemperato a tutto quanto richiesto.
Le persone dopo essere state oggetto di opportuna formazione ed informazione poi hanno una loro testa e con quella ragionano e con quella ragionando male sbagliano altrimenti dovremmo creare tutti rspp ogni lav dovrebbe essere un massimo esperto di tutto o il DDL avere la sfera di cristallo per prevedere anche l'imprevedibile sarebbe come dire che chi costruisce una strada a seguito di un pedone investito sia accusato per non aver previsto che un'automobilista pazzo potesse arrotarlo, o che un direttore di banca sia accusato per non aver impedito che il rapinatore uccidesse un suo impiegato. Nessuno si sognerebbe di dirlo eppure sono la stessa cosa.
Allo stesso modo non mi pare che l'attuale estremismo sulla sicurezza in ambito lavorativo sia applicato anche in tutti gli altri ambiti della vita, in una palestra la gente e' libera di farsi male in 100 modi dove sono tutelati? E in casa? Dove avvengono spesso gli incidenti.
La tutela della vita si ottiene con la cultura in una societa' che la insegna e con quella ci si dovrebbe crescere, e con la verifica continua della sua attuazione dapprima da parte di tutti e in seguito da parte di organi preposti che PERIODICAMENTE DEVONO svolgere attivita' di controllo, tali organi non dovrebbero avere legami alcuni con il DDL.
Allo stato attuale mi pare invece che tutti siano molto + preoccupati della responsabilita' che del motivo per il quale si sia creato il SPP, gli stessi lavoratori sono spesso ignoranti e nonostante formati la considerano solo come un problema non loro mentre i DDL cercano un modo per scaricare la resp. su altri. Alla fine della fiera presa in questo modo il SPP diventa poco utile per tutti.
Rispondi Autore: robirob
04/03/2013 (14:28:07)
La mia speranza è che prima o poi il legislatore o la giurisprudenza, con riferimento alla figura dei responsabili del servizio di prevenzione e protezione interni alle aziende, e più precisamente parlo dei lavoratori DIPENDENTI e SUBORDINATI all'uopo designati dai datori di lavoro, affrontino il seguente argomento:
" Di quale grado di autonomia gode il lavoratore SUBORDINATO per assolvere ai compiti definiti dall'articolo 33 in termini di tempo, organizzativi etc.".
Mi piacerebbe conoscere il vostro parere ed in particolare quello dell'avvocato Dubini e dell'ing. Porreca. Grazie
Rispondi Autore: robirob
05/03/2013 (08:27:12)
La mia speranza è che prima o poi il legislatore o la giurisprudenza, con riferimento alla figura dei responsabili del servizio di prevenzione e protezione interni alle aziende, e più precisamente parlo dei lavoratori DIPENDENTI e SUBORDINATI all'uopo designati dai datori di lavoro, affrontino il seguente argomento:
" Di quale grado di autonomia gode il lavoratore SUBORDINATO per assolvere ai compiti definiti dall'articolo 33 in termini di tempo, organizzativi etc.".
Mi piacerebbe conoscere il vostro parere ed in particolare quello dell'avvocato Dubini e dell'ing. Porreca. Grazie
Rispondi Autore: mauro fugazza
05/03/2013 (16:36:28)
ho letto con interesse il contributo. mi sembra che, preso atto della inadeguatezza della struttura di vertice delle aziende si proponga una "scorciatoia" attribuendo al SPPR nuovi compiti che, di fatto vanno a sostitutirsi agli obblighi di datori e dirigenti. io sono in questa attività da 36 anni, responsabilità ne ho assunto e ne assumo tutti i giorni, e ritengo che di tutto abbiamo bisogno tranne che correre dietro a chimere magari con l'illusione di vedere soddisfatti i propi appetiti personali.
Rispondi Autore: robirob
13/03/2013 (18:23:54)
La mia speranza è che prima o poi il legislatore o la giurisprudenza, con riferimento alla figura dei responsabili del servizio di prevenzione e protezione interni alle aziende, e più precisamente parlo dei lavoratori DIPENDENTI e SUBORDINATI all'uopo designati dai datori di lavoro, affrontino il seguente argomento:
" Di quale grado di autonomia gode il lavoratore SUBORDINATO per assolvere ai compiti definiti dall'articolo 33 in termini di tempo, organizzativi etc.".
Mi piacerebbe conoscere il vostro parere ed in particolare quello dell'avvocato Dubini e dell'ing. Porreca. Grazie

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