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Prevenzione degli incidenti: meglio le regole o il ragionamento autonomo?

12/04/2013: Un approfondimento sul tema dei comportamenti sicuri. Gli errori di comportamento, la prevenzione degli errori tramite le regole, la prevenzione degli errori tramite il ragionamento autonomo e la centralità della persona. Di Alessandro Mazzeranghi.
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Viareggio, 12 Apr - Alcuni giorni orsono ho scritto un articolo su questa rivista on line ( Percepire i rischi e controllarli autonomamente: si può insegnare?), ottenendo una certa effervescenza di risposte. Poi Attilio Pagano ne ha scritto un altro ( Gli errori più comuni nella valutazione dei rischi), ragionando sempre sul tema della prevenzione degli errori di valutazione, specialmente quelli che possono essere commessi dai diretti interessati dai rischi in oggetto che ovviamente non sono “specialisti”.
 
Vorrei quindi tornare sul tema per approfondire la tematica della base fondamentale dei comportamenti sicuri, che vede due scuole distinte e talora apertamente contrapposte, che a loro volta nascono da una visione della psicologia diversa: comportamentismo e cognitivismo.
 
Tenete conto che io non sono uno psicologo, quindi a me interessa raggiungere un risultato positivo rispetto ad una necessità concreta. Le due visioni psicologiche, invece, vedono l’essere umano nella sua interezza, e quindi giustamente le discussioni in merito sono ben che legittime e importanti. Lo sono meno se parliamo di sicurezza e salute sul lavoro, dove il problema e l’eventuale esito positivo sono immediatamente riconoscibili e misurabili. Arriverò a sostenere che entrambe le visioni e gli approcci sono corretti, ma lo sono per situazioni diverse fra loro. E aggiungo di avere una predilezione per la visione cognitiva, ma solo perché mette al centro la persona, la sua intelligenza e la sua determinazione (cosa che mi è particolarmente congeniale).
 
Gli errori di comportamento
Sempre da tecnico, e sempre parlando di sicurezza e salute sul lavoro, posso pensare di distinguere gli  errori che portano a situazioni pericolose o a veri danni alle persone, in due categorie (molto macro):
errori che si manifestano in situazioni “normali”, ovvero in situazioni che si sono già presentate e/o si presenteranno ripetutamente al lavoratore, in una forma ben definita e “ripetitiva”;
errori che si manifestano in risposta a situazioni “eccezionali”, forse anche prevedibili in astratto, ma mai considerate o fatte considerare a colui che commette l’errore.

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Nel primo caso se sono addestrato e allenato ad affrontare la situazione secondo uno schema comportamentale ben definito, se adotto quel comportamento con disciplina, attenzione e determinazione, allora posso immaginare di non incorrere in rischi per la salute e la sicurezza, o di avere un tale controllo che tali rischi non si tramutano in danni. Quindi si tratta di riconoscere una situazione nota e di rispettare le regole stabilite.
 
Nel secondo caso invece devo necessariamente passare da un processo che parte dal riconoscimento del problema potenziale per arrivare alla elaborazione ed attuazione delle (eventuali) contromisure di controllo. Quindi le parole chiave sono conoscere, valutare e decidere, ovvero termini che ci rimandano ad un comportamento fortemente attivo da parte del soggetto interessato.
 
Vorrei fare notare che NON ho citato i termini ben noti: situazioni anomale o di emergenza. Questo perché possono ricadere anche nella prima categoria, se previste in sede di valutazione dei rischi, e controbattute tramite apposite procedure su cui gli esposti sono addestrati e allenati. C’è ovviamente un passaggio di riconoscimento della situazione non semplice e assolutamente fondamentale, ma poi se la situazione è fra quelle catalogate il comportamento potrà seguire regole predefinite e ben conosciute.
 
La prevenzione degli errori tramite le regole
Molti vogliono farci credere che esista una ed una unica risposta. Chi scrive non è d’accordo, le situazioni e gli stimoli cui sono sottoposti i lavoratori sono molteplici, e devono essere affrontati con una adeguata specificità. Questo però comporta anche uno sforzo formativo non indifferente per coinvolgere pienamente gli stessi lavoratori su questo approccio complesso.
 
Dividiamo quindi i due approcci base che cerchiamo tutti di applicare, a diverso livello di intensità. Non si tratta di scuole di pensiero ma di misure che nella sostanza sono elementari. Il primo gruppo di misure è quello che potremmo definire: ISTRUZIONI DI SICUREZZA, ovviamente intendendo con l’etichetta “sicurezza” anche la salute.
 
Una istruzione di sicurezza nasce dalla valutazione di una situazione pericolosa (entro il DVR) piuttosto che come conseguenza di un mancato infortunio o di altri tipi di rilievi. Dal rilievo del problema di sicurezza si passa allo studio di eventuali misure di controllo del rischio, sempre che non siano possibili ben più radicali misure tecniche che potrebbero addirittura non eliminare il pericolo ma ridurre il rischio praticamente a zero. Se le misure possibili sono misure di controllo, di cui è parte integrante il corretto comportamento umano, sarà opportuno definire esplicitamente quali siano i corretti modi di operare per evitare di subire i danni di cui si sta ragionando. Quindi nascerà una istruzione che dice cosa fare, come farlo, quando e con quali precauzioni.
 
Poniamo di dovere imbragare un tubo metallico lungo sei metri e pesante cinque tonnellate mediante due cinghie telate a loro volta appese al gancio di un carroponte.
Una parte della istruzione dirà (dopo che le cinghie sono state predisposte e agganciate al carroponte):
 
 
OPERAZIONE
PERICOLI E RISCHI
PRECAUZIONI E DPI
sollevare il tubo di pochi centimetri
perdita del carico
 
schiacciamento degli arti inferiori
 
 
tenersi a distanza di almeno 80 cm
 
 
 
 
verificare che il tubo sia ben bilanciato (deve restare orizzontale) e che le brache non scivolino sul tubo
perdita del carico (anche in fasi successive se si movimenta un carico non correttamente bilanciato)
 
schiacciamento degli arti inferiori
 
 
 
tenersi a distanza di almeno 80 cm
 
qualora il tubo fosse sbilanciato appoggiarlo immediatamente e rifare l’imbragatura
 
 
 
 
Dove ovviamente la piccola verifica prescritta serve per controllare che non ci siano problemi di stabilità del carico quando ancora il medesimo è basso e quindi il rischio può considerarsi controllato (se anche perdessi il carico la potenzialità di danno è limitata e diventa quasi zero se mi tengo a distanza)...
 
Questo approccio, sappiamo, funziona bene per gestire situazioni oggettive di rischio, relativamente semplici e, più che altro, ripetitive. La nostra istruzione, nei limiti del possibile, coprirà più situazioni simili (tubi di lunghezza sino a dodici metri, per esempio, o tutti gli elementi cilindrici a diametro costante …).
 
Non vogliamo discutere ora sulla specifica correttezza della istruzione, vorremmo invece parlare della efficacia delle istruzioni.
Esistono molteplici criticità che andiamo ad elencare:
- la prima deriva dal fatto che non è pensabile che TUTTI i rischi possibili in una azienda industriale vengano valutati. Il DVR arriverà a “vedere” quelli più macroscopici e quelli decisamente ripetitivi, ma esisteranno sempre situazioni particolari che il DVR non ha preso in considerazione. Questo anche se il DVR è realizzato con estrema cura ed attenzione. Quindi in diversi casi (quanti in percentuale?) viene a mancare il presupposto essenziale per predisporre una istruzione di sicurezza. Prevengo subito le obiezioni: è chiaro che col tempo si migliora e si identificano sempre più rischi, ma la completezza assoluta è un risultato a mio avviso non raggiungibile;
- la seconda questione è più subdola: la definizione delle misure di controllo non è sempre così semplice perché le stesse misure possono essere di ostacolo eccessivo al lavoro oppure essere esse stesse fonte di rischio. Quindi le istruzioni possono essere per loro natura imperfette o non sempre applicabili alla realtà concreta (là dove la realtà presenta delle varianti che in alcuni casi costringono ad operare diversamente da come stabilito). Ora qualcuno potrebbe dire: perché le istruzioni operative spesso son fatte male, spesso con l’intento di togliere responsabilità ai vertici in caso di infortunio. Vero in alcuni casi, ma nel concreto il problema esiste anche quando tutti operano al meglio e con tempo a sufficienza per raccogliere e organizzare le informazioni;
- la terza è la difficoltà di recepimento: se dovessi regolamentare tutto in modo capillare, tutto quello che in una azienda industriale ha risvolti anche di sicurezza e salute sul lavoro, allora verrei a creare una tale mole di istruzioni, tanto ampia da risultare illeggibile e, di fatto, inapplicabile. Quindi esiste un problema di capienza, più di tante istruzioni, per quanto fatte bene, non posso darne.
 
A questi che sono limiti indiscutibili di un approccio di prevenzione degli errori basato sulla “imposizione” di comportamenti sicuri, dove spero che il termine imposizione possa essere stemperato da una fattiva collaborazione con le persone esposte ai rischi all’atto della definizione dei comportamenti sicuri, se ne aggiunge un altro molto subdolo: se ho l’impressione che tutti i rischi residui siano stati valutati e messi sotto controllo tramite regole comportamentali, allora potrei ritenere di non aver motivo di prestare attenzione autonoma agli aspetti di sicurezza, in quanto basta che io segua le regole per essere sicuro. Nessun lavoratore sosterrebbe una tesi del genere, ma a livello sub conscio come funziona?
 
La prevenzione degli errori tramite il ragionamento autonomo
Sorrido quando io stesso uso il termine “gli specialisti della sicurezza”, intendendo con questo le persone che dedicano a questo tema la loro intera attività lavorativa. Come se esistesse una specializzazione intesa come “studio”, quando invece la differenza è fatta, in larga misura, dalla esperienza. Non bisogna essere vecchi per essere esperti, però bisogna prestare tanta attenzione a quello che ci circonda per costruirci le nostre categorie di giudizio. La disattenzione, la distrazione dalla realtà concreta rappresentano i peggiori nemici di chi si occupa di sicurezza.
 
Perché la premessa? Per dire che non ci vuole un prerequisito particolare per potere ragionare correttamente in materia di sicurezza e salute sul lavoro. Quindi con il giusto stimolo tutti possono farlo. Ovviamente devono volerlo fare!
 
Allora non capisco mai bene perché si debba parlare ai lavoratori degli esiti della valutazione dei rischi, invece di insegnare loro a fare la valutazione dei rischi.
 
Alcuni giorni fa è apparso su queste pagine un bell’ articolo di Attilio Pagano che evidenziava come tutti noi, nella vita, siamo portati a valutare i rischi (di qualunque natura) a cui siamo esposti. Invece, aggiungo io, sul lavoro, forti del fatto che la nostra sicurezza e la nostra salute devono essere tutelati dal datore di lavoro, talvolta dimentichiamo di applicare questa nostra capacità.
 
Quindi il primo passo dovrebbe e può essere di “recupero”, processo che si può realizzare tramite una riconsiderazione dei ruoli e un semplice esame della realtà oggettiva. I punti cardine di questo ragionamento, che deve coinvolgere tutta la popolazione aziendale, potrebbero essere quelli che seguono:
- chi può avere più interesse per la salute e la sicurezza di una persona se non la persona stessa? Quindi il singolo lavoratore DEVE essere il primo attore di tutto quanto concerne prevenzione e protezione dai rischi che corre. Questo lo dice anche l’articolo 20 del D.Lgs. 81/2008, mettendo questo concetto per primo; solo dopo si parla di rispetto delle leggi e delle regole aziendali;
- per fare quanto detto è necessario che ognuno applichi la propria intelligenza al problema. Se vale quanto detto sopra sull’essere “specialisti” di sicurezza, allora potremmo concludere che per essere efficaci è necessario allenare la capacità di focalizzare parte della nostra attenzione e della nostra capacità di ragionamento sugli aspetti di sicurezza e salute che ci possono riguardare direttamente;
- per stimolare l’attivazione dei lavoratori su questo tema è però necessaria una azione decisa da parte della azienda, volta principalmente al recupero della centralità dell’individuo nella gestione della propria sicurezza e salute, e nella riattivazione dell’approccio naturale alla valutazione dei rischi.
 
A questo proposito vorrei proporre alcuni concetti con cui arrivare alla comprensione da parte delle persone.
 
Il primo concetto da evidenziare è, ovviamente, la incompletezza inevitabile del DVR e quindi il fatto che non tutte le situazioni che ci si presentano davanti nel nostro lavoro sono state preliminarmente valutate da qualcuno. E quando una situazione non valutata ci si presenta davanti, noi non siamo accompagnati dal RSPP che immediatamente la valuta, noi siamo soli, siamo talvolta gli unici che vedono e lì, in quel momento, noi da soli dobbiamo decidere cosa fare. Se non riconosciamo il rischio e se non vogliamo fare la fatica di valutarlo, potremmo procedere senza adottare contromisure sino a procurarci un infortunio o una malattia professionale.
 
E non scordiamoci neanche il concetto di rischio residuo! Il rischio residuo dichiarato accettabile in sede di DVR, non smette di essere un rischio ben concreto per le persone. Un esempio di cui abbiamo recentemente discusso con dei lavoratori: in un ufficio esiste il rischio elettrico. La risposta è affermativa, poi risulterà un rischio residuo accettabile per tutte le misure adottate per evitare contatti diretti o indiretti alle persone che lavorano in quell’ufficio.
 
Il secondo punto, che discende dalla presa di coscienza che anche negli ambienti più “tranquillizzanti” sussistono rischi per la sicurezza e la salute delle persone, è: quale caratteristica intrinseca del rischio interessa di più a noi come individui?
E qui emerge, a mio avviso, un passaggio molto importante che vorrei quasi mettere in contrapposizione con una parte del ragionamento fatto nel già citato articolo di Attilio Pagano. Interrogando i lavoratori si ricava che l’elemento che più salta agli occhi fra quelli che costituiscono un rischio, è la gravità del possibile danno. In effetti ha una sua logica: in un mondo (lavorativo e non) dove la probabilità viene ritenuto un parametro solo teoricamente conoscibile, ma di cui nessuno si fida, la risposta alla domanda “nel peggiore dei casi cosa mi potrebbe accadere?” diventa lo strumento migliore per prendere una decisione. E lo confermano anche certe paure e scelte che nulla hanno a che vedere col lavoro: per esempio la paura del nucleare, che in termini probabilistici sarebbe, invece, un fenomeno ben conosciuto, tale da dare un rischio “accettabile”.
 
La questione è che alcuni fenomeni a bassa probabilità (è un campo ben definito nell’ambito degli studi affidabilistici per la sicurezza dei grandi impianti industriali), vengono trattati come fenomeni a probabilità ignota, e quindi passano davanti in termini di rischio, ad altre casistiche meno gravi ma assai più probabili.
 
Nulla di grave, in pratica, sono errori legati a forti paure insite nella nostra cultura a cui rispondiamo con alti livelli di ansia. Io credo che si possa ammettere questa falla del ragionamento implicito piuttosto che cercare di vincerla con ragionamenti che rischiano di essere fuorvianti nella determinazione di una strategia delle scelte.
Sembra contorto? Non lo è, provo a ricapitolare con lo stesso flusso logico che uso quando cerco di convincere i lavoratori ad “usare” la valutazione dei rischi:
- provate a chiedere: “Che sensazione provate se vi tagliate lievemente con il bordo di un foglio di carta che state prendendo dalla stampante? È una esperienza comune a molti. Come reagite? È un problema?”; la risposta è “No, non è un problema!”, oppure è “Sono cose che capitano …”. Se invece per tagliare a misura lo stesso foglio usate una taglierina manuale e vi amputate la prima falange dell’indice della mano sinistra, come reagite? La risposta è molto diversa, piena di ansia e preoccupazione. Allora evidentemente noi abbiamo maggiore propensione a mettere in atto contromisure quando capiamo che un determinato pericolo/rischio può causarci danno di una certa entità, superiore a una soglia predefinita che abbiamo in testa (e che per ognuno è diversa). Se è così, essendo noi “azienda” particolarmente interessati a ridurre i danni gravi o gravissimi, possiamo ragionevolmente contare che un atteggiamento del genere vada nella direzione giusta generando un “aiuto” alla salute e alla sicurezza da parte dei lavoratori;
- avrete notato che sopra ho sottolineato la parola “capito”, che considero un sinonimo di visto, riconosciuto, ovvero del fatto che ci siamo resi conto coscientemente e pienamente di una situazione in essere vicino a noi (di un pericolo/rischio). Se non vediamo è ovvio che non facciamo nulla, ovvero non abbiamo motivo di adottare contromisure. Quindi la abitudine a “guardarsi intorno” è determinante e deve essere stimolata e anche premiata (premiare chi segnala situazioni pericolose concrete).
 
Se davvero riuscissimo nel nostro intento la sicurezza sui luoghi di lavoro vedrebbe un nuovo drammatico (in senso positivo) miglioramento. Ricordiamoci che l’INAIL sostiene che circa due terzi degli infortuni hanno fra le cause gli errori umani; quindi se rimuovessimo gli errori umani ridurremmo davvero tanto gli infortuni.
 
Se la soluzione appare, a mio modesto avviso, piuttosto elementare, metterla in atto non è semplice, e ancor meno immediato. Infatti quello che si richiede ai lavoratori è un profondo cambiamento di mentalità in direzione contraria rispetto a quella che è la consueta concezione del lavoro.
Il concetto proposto si potrebbe tradurre in: passare dalla concezione della sicurezza come diritto alla concezione della sicurezza come dovere personale. Senza polemiche, davvero, qui c’è un concetto che va contro tutta la storia sindacale nazionale.
 
Però questo non deve essere un problema, la strada da percorrere è inevitabile. Il vero problema sono gli strumenti e i tempi.
 
Un caro amico mi richiamava alla realtà quando ero molto più giovane, dicendomi: se quello che vuoi ottenere è il cambiamento della mentalità diffusa in una azienda, allora pensa ad un periodo necessario di alcuni anni, diciamo cinque anni per un cambiamento vero e profondo. Devo riconoscere che aveva ragione, ci siamo impegnati insieme in un progetto parecchio ambizioso, proprio su sicurezza e salute, e il cambiamento ha cominciato ad apparire dopo un paio di anni ed è diventato sostanziale (e rispondente agli obiettivi) dopo circa cinque anni.
 
Ok, i tempi, ma gli strumenti? A mio avviso, per quel poco che posso capire, sono due: spiegare la logica di fondo (anche con esempi) ripetutamente nel corso del tempo e fare esempi in campo, come si dice on the job. Insomma: tanta pazienza e dedizione! Ma anche tanta convinzione di essere davvero nel giusto! Convinzione che dovrà essere trasmessa ai lavoratori.
 
Ieri un amico mi faceva osservare che chiunque, indipendentemente dal grado di istruzione e dalla esperienza specifica, è in grado, se si applica, di sviluppare i ragionamenti necessari per tutelare la propria sicurezza e la propria salute sul luogo di lavoro. È stata una piacevole condivisione di quello che stavo appunto scrivendo.
 
L’approccio sinergico e la centralità della persona
Spero non sembri una brutta parola. Quello che intendo rimarcare è la convinzione che non esista un sistema unico e completo, che risolva il problema dei comportamenti umani in relazione alla sicurezza e alla salute sul lavoro. Peraltro vale la pena osservare che l’individuo è l’elemento singolarmente più complesso che possiamo trovare in un ambiente lavorativo (altro che impianti), e che poi una “comunità” di persone sono un qualcosa di ulteriormente complesso. Sarebbe strano che a situazioni complesse si potesse rispondere con soluzioni semplici.
Quindi dobbiamo mettere in campo più risposte, ognuna delle quali preferibilmente semplice da attuare, e gestirle in modo sinergico coinvolgendo al massimo grado tutti i lavoratori non solo sotto il profilo applicativo, ma anche nella comprensione della strategia generale di prevenzione adottata dalla azienda.
 
Che questo sia poi un approccio che rivaluta la centralità della persona anche in questi processi legati alla salute e alla sicurezza sul lavoro è aspetto che a chi scrive piace molto, ma queste sono davvero opinioni e visioni etiche del tutto personali.
 
 
Alessandro Mazzeranghi
 
 


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Rispondi Autore: Nicola Porcedda
12/04/2013 (09:10:32)
Splendido articolo ! Riassume efficacemente concetti pienamente condivisibili, e che cambierebbero il modo di vedere le cose in materia, se si avesse il coraggio di accettarne le conseguenze.
Rispondi Autore: Pier Giorgio Confente
12/04/2013 (09:12:51)
complimenti, condivido che la persona umana è centrale! Le riflessioni sopra riportate vanno trasferite nel campo della formazione. Il lavoratore non può essere pensato come soggetto passivo che deve essere "riempito" di ordini e di istruzioni.
La formazione deve quindi, a tutti i livelli, favorire la comprensione e la effettuazione della analisi dei rischi individuale.
Certo poi questa analisi deve essere raccordata con quella valida per tutta la "collettivirà" presente sul lavoro.
Rispondi Autore: Paolo Alemani
12/04/2013 (09:35:52)
Bravissimo! Concordo pienamente. Finalmente qualcuno che usa il cervello e non si accontenta di formule pre-digerite (tipo la formazione risolve tutti i problemi). La materia è molto complessa. La formazione serve, l'atteggiamento dei soggetti serve. In ogni caso gli incidenti capitano, purtroppo. Dobbiamo ridurli al minimo ma non possiamo vivere nell'illusione che prima o poi spariscano. Ultimo appunto sulla percezione del rischio nucleare (quando lo faccio i detrattori del nucleare si arrabbiano come vipere!). A conti fatti il nucleare civile ha fatto molte meno vittime di altre forme di energia più "sicure". Non ci credete? Due esempi: Vajont (più di 3000 vittime in pochi minuti). Giappone: a seguito del terremoto è crollata una diga (anche qua circa 3000 decessi). Sapere qual'è il fattore discriminante? E' che se succede un incidente nucleare il "disturbo" è distribuito su mezzo mondo (quindi non posso mangiare le verdure, funghi insomma colpisce direttamente il mio stile di vita) nel caso della diga sono affaracci di chi ci viene sepolto sotto. Lo so è cinico ma è così. NIMBY è sempre in agguato.
Rispondi Autore: Brozzi Vito
12/04/2013 (10:01:51)
In merito allo spirito di una nuova cultura della sicurezza, che l’articolo vuole proporre, posso solo esprimere il mio apprezzamento.
Mi permetto però di fare alcune precisazioni sul concetto di VALUTAZIONE DEL RISCHIO.
Tutti noi nella vita direttamente o indirettamente ci troviamo di fronte alla valutazione dei pericoli con maggiore o minore consapevolezza, in base alla propria sensibilità.
La valutazione del RISCHIO, avviene però soltanto per quelle azioni per le quali abbiamo capacità, autonomia e autorità di poter intervenire.
Es. se vado in automobile sono cosciente di poter subire un incidente e pertanto ognuno valuterà a proprio modo i pericoli, (automobilista e sportivo di formula 1). Diventerò però VALUTATORE DEL RISCHIO, per i comportamenti, propri, per la sicurezza della propria vettura, non potrò VALUTARE IL RISCHIO, ma solo i pericoli, conseguenti al comportamento altrui, per la qualità della strada ecc. che è di competenza di terze persone.
In ambito lavorativo, i soggetti, lavoratore, rappresentante, RSPP, e lo stesso datore di lavoro possono e/o devono individuare i pericoli, ma la
VALUTAZIONE è di competenza soltanto del Datore di lavoro in quanto sulla base dell’esito della valutazione, decide se è più conveniente intervenire con azioni migliorative o sfidare il rischio presente.
Cordiali saluti
Dott. Vito BROZZI
Rispondi Autore: attilio macchi
12/04/2013 (12:15:04)
Mi sono riletto gli articoli segnalati.
Riflessione fondamentale che faccio mia.
La percezione e l'accettabilità del rischio e le risposte differenti a seconda che ci si trova nel campo lavorativo o in quello "privato". Nei momenti di formazione a cui mi sono dedicato faccio sempre questa domanda: è più rischioso per una donna partorire nel nostro paese o buttarsi col paracadute negli States?" La risposta, a parte qualche furbo che conosce le strategie delle domande e gioca sul contrario del suo sentire, è ovviamente buttarsi col paracadute. I dati, riferiti ad anni precisi, dimostrano che in Italia è almeno 20 volte più rischioso per una donna, partorire che per un paracadutista americano lanciarsi nel vuoto. Il rischio a cui si è soggetti è la morte. L'accettabilità del rischio altro punto cardine. C'è chi nel tempo libero si butta giù dai torrenti (canyoning, meraviglioso!), scala pareti appeso a chiodi, scende nelle profondità marine,...in camio di cosa? Di un emozione fondamentalmente, per la quale si accetta di rischiare la pelle. Nei luoghi di lavoro quale deve essere l'accettabilità del rischio relativo? Vanno trovate le risposte a questa domanda: il tornare a casa la sera stanchi ma felici di stare con moglie e figli (per chi ce li ha), di non incappare in infortuni e malattie gravi perchè poi si diventa un "peso" per la famiglia e la società, la possibilità di uscire dal mondo del lavoro, la possibilità di non essere più autonomi, la possibilità di giuntarci la pelle,...Nella vita privata automaticamente accettiamo, inconsciamente forse, di accettare un rischiio pur gravissimo persino mortale affidandoci all'addestramento, all'esperienza, agli strumenti nel campo del lavoro quali sono gli "agganci" per portare a casa la pelle? 20 anni di 89/57/CE che hanno dato risultati forse sotto l'aspetto tecnico ma non sotto l'aspetto della risposta comportamentale. Ognuno è responsabile della personale valutazione del rischio e ha l'obbligo etico di passare la sua sensazione al compagno di lavoro (prendersi cura). Il problema come sottolineato da Mazzeranghi è il tempo necessario per l'ottenimento della mission e aggiungo l'investimento (parlo di denari) messo in campo. Sono processi che necessitano di ore e ore di contatto con i lavoratori, i preposti, i dirigenti ed i datori di lavoro, sia in aula sia soprattutto on the job e qui mi sento francamente sconfitto. Auguro che la riflessione qui proposta, molto di più di un asettico articolo, circoli non solo tra i tecnici (più o meno specializzati) ma raggiunga anche tutti gli altri attori del processo: le associazioni di categoria, gli organismi di vigilanza, gli avvocati, e non ultimi i magistrati (si finisce a leggere sentenze: "doveva valutare tutti i rischi" cosa impossibile come lo è nella vita di tutti i giorni). La formazione così come è stata definita ha confini inaccettabili (potrebbero essere troppe le 8 ore per il rischio basso ma sono sicuramente troppo poche le 16 per il rischio alto e si sa l'apicale cerca di fare il minimo per rispondere ad una richiesta normativa). Non è ammissibile formare i lavoratori esclusivamente in aula, lontano dai luoghi di lavoro e magri mischiando diverse tipologie di rischio...tempo perso. Caro Mazzeranghi ahimè siamo ancora lontano, in ogni caso grazie per la condivisione di pensieri che, pur circolando, hai esposto riuscendo a tenere lontana quel senso di non poter incidere sulla modificazione dei comportamenti verso cambiamento, che spesso, personalmente, attanaglia: "visioni etiche del tuttopersonali"
Rispondi Autore: alessandro mazzeranghi
13/04/2013 (19:17:13)
grazie a tutti dei commenti e dei suggerimenti.

io son convinto che quello che propongo si possa fare, l ho fatto di persona, è difficile ma possibile. i costi veri? quelli dei lavoratori impegnati nella formazione

credo che ci sia ancora un aspetto che non ho ancora toccato: la differenza fra la percezione dei rischi infortunistici e di quelli derivanti da eventuali malattie professionali.

io sono poco esperto della seconda questione, ma qui credo sia un tema diverso: la sensibilità dei lavoratori. prometto di lanciare un sasso a breve, l'ultimo su questo tema

grazie ancora a tutti

AM
Rispondi Autore: alessandro mazzeranghi
13/04/2013 (22:24:38)
grazie a tutti dei commenti e dei suggerimenti.

io son convinto che quello che propongo si possa fare, l ho fatto di persona, è difficile ma possibile. i costi veri? quelli dei lavoratori impegnati nella formazione

credo che ci sia ancora un aspetto che non ho ancora toccato: la differenza fra la percezione dei rischi infortunistici e di quelli derivanti da eventuali malattie professionali.

io sono poco esperto della seconda questione, ma qui credo sia un tema diverso: la sensibilità dei lavoratori. prometto di lanciare un sasso a breve, l'ultimo su questo tema

grazie ancora a tutti

AM

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