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Ilva di Taranto: 30 anni di sentenze e omissioni

 Enzo Di Frenna
 Ambiente
13/12/2012: Il sequestro degli impianti era un atto dovuto della magistratura. La prima sentenza di condanna risale al 1982 e da allora sono arrivate altre condanne. Ma le omissioni normative sono continuate. A danno della salute dei lavoratori. Di Enzo Di Frenna.
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Roma, 13 Dic– Cosa ha portato alla chiusura dell’Ilva? Perché i giudici pugliesi hanno deciso il sequestro degli impianti? In che modo sono state violate le normative relative alla tutela della salute e sicurezza sul lavoro? La vicenda è tutta scritta nelle sentenze. Ebbene sì: non si tratta soltanto delle recenti disposizioni emesse dalla magistratura – che PuntoSicuro ha potuto consultare – ma di una storia ben più vecchia, che inizia trent’anni fa, con l’accusa di spargere nell’aria polveri inquinanti e pericolose per la salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto.
 
Infatti, la prima sentenza della magistratura pugliese risale al 1982: il pretore Fabio Sebastio accusò i dirigenti dell’Ilva di avvelenare l’aria. Una sentenza della Cassazione del 1998 stabilì poi il collegamento tra “le modalità di procedimento del sistema produttivo” dell’acciaieria e le patologie riscontrate in molti lavoratori e cittadini che abitano nelle vicinanze dello stabilimento.
 
Il 20 aprile del 2007 il giudice Martino Rosati – con la sentenza n. 408 - condannò a tre anni di reclusione Emilio Riva e l’ex direttore dell’Ilva di Taranto, Luigi Capogrosso (due anni e otto mesi) per aver utilizzato le cockerie nonostante fossero in pessime condizioni strutturali, immettendo nell’aria polveri inquinanti e fumi dannosi alla salute dei lavoratori. Infatti, al punto 3 del capitolo due della sentenza, il magistrato aveva messo in risalto “l’omessa predisposizione di cautele contro gli infortuni sul lavoro”. Scrive infatti il magistrato: “In primo luogo si configura il reato di omissione di cautele anti-infortunistiche, anche quella che si realizzi attraverso un’inadeguata gestione o un provvisorio esercizio dell’impianto, dai quali possa derivare il pericolo di disastri e infortuni sul lavoro”. E sull’uso degli impianti aggiunge: “Deve trattarsi, inoltre, di impianti, apparecchi o segnali, “destinati a prevenire disastri od infortuni sul lavoro”. Occorre, ossia, che quei dispositivi abbiano una specifica ed immediata destinazione antinfortunistica o di prevenzione dei rischi derivanti dalle attività lavorative, tanto per la collettività (si rammenti la allogazione della norma nel titolo relativo ai “delitti contro l’incolumità pubblica”), quanto per i singoli (sul punto, infatti, i problemi ermeneutici connessi alla appena ricordata posizione sistematica della norma sono stati ormai da tempo superati in giurisprudenza, tanto che, pure in letteratura, si va sempre più affermando una lettura che individua nella “sicurezza del lavoro”, più che nella incolumità pubblica in senso lato, il bene giuridico da quella protetto).”
 

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Quindi il recente provvedimento di sequestro degli impianti dell’Ilva aveva numerosi fondamenti giuridici, rafforzati da quelli emersi poi nel 2009, con l’inchiesta che ha unificato tre procedimenti contro l’Ilva, tra cui quello avviato in seguito alle denunce di molti cittadini residenti nel quartiere Tamburri, che si sono ammalati gravemente. Il momento cruciale della nuova inchiesta è il 30 marzo 2012. Quel giorno il giudice per le indagini preliminari, Patrizia Todisco, ha depositato una perizia di 282 pagine, firmata da tre esperti di epidemiologia: la professoressa Maria Triassi, ordinario a Napoli; il dottor Francesco Forastiere, del dipartimento della Asl di Roma; il professor Annibale Biggeri, docente di Statistica Medica a Firenze. Sono loro ad aver stabilito con certezza il nesso tra i decessi di operai e cittadini avvenuti negli ultimi anni a causa delle polveri inquinanti emesse dallo stabilimento. L’accusa per i dirigenti dell’Ilva è pesante: “disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato e getto di cose pericolose”.
 
L’ultimo capitolo della intricata vicenda è la sentenza del Tribunale del Riesame, del 7 agosto 2012, RGNR 938/10 (le motivazioni sono state depositate il 20 agosto). Nelle 124 pagine del provvedimento sono indicati tutti gli elementi che hanno spinto i giudici a confermare il sequestro dell’impianto, chiedendo che non vengano “perpetuati i reati contestati nel provvedimento cautelare” ed eliminando “la fonte delle emissioni inquinanti”. I giudici Antonio Morelli, Rita Romano e Benedetto Ruberto hanno esaminato la posizione che ha portato agli arresti domiciliari di otto dirigenti dell’Ilva (Emilio e Nicola Riva, Luigi Capogrosso, Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan Dimaggio, Salvatore De Felice, Salvatore D’Alò) e le loro responsabilità in merito alla diffusione di sostanze inquinanti dannose per la salute del lavoratori. A pagina 2 della sentenza i giudici parlano di un “disegno criminoso” che ha portato a una “imponente emissione di sostanze nocive in atmosfera in assenza di autorizzazione, emissioni derivanti dall’area parchi, dall’area cokeria, dall’area agglomerato, dall’area acciaieria, nonché dall’attività di smaltimento operata nella area ‘GRF’ e dalle diverse ‘torce’ dell’area acciaieria a mezzo delle quali smaltivano abusivamente una gran quantità di rifiuti gassosi. Tutte emissioni che si diffondevano sia all’interno del siderurgico, ma anche nell’ambiente urbano circostante con grave pericolo della salute pubblica”.
Nelle successive pagine della sentenza viene poi fatto l’elenco degli altri reati – tra cui l’avvelenamento di bestiame destinato ad alimentazione umana – e la violazione delle norme in materia di sicurezza sul lavoro.
Ma soprattutto, a pagina 18, i magistrati mettono in risalto che l’azione inquinante è proseguita nonostante le precedenti condanne: “la ingiustificata e intollerabile immissione di polveri è comunque proseguita anche negli anni successivi, come accertato dalla campagna di monitoraggio svoltasi dal 7 aprile al 17 maggio 2010, ad opera dei consulenti tecnici dei pubblici ministeri”.
Il Governo Monti, con un decreto legge, ha imposto la riapertura degli impianti e la riconversione ecocompatibile degli impianti. Ma trent’anni di omissioni e l’inosservanza di leggi e sentenze hanno lasciato il segno tra gli operai dell’Ilva e i loro familiari. C’è da auspicare che nel 2013 inizierà davvero l’opera di bonifica degli impianti, per tutelare seriamente la salute dei lavoratori.
 
 
Enzo Di Frenna
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


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