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12 gennaio 2016 - Cat: Security
  

Il responsabile della security aziendale e il rischio terrorismo


Alcuni suggerimenti sui modelli di comportamento da adottare, in ambito aziendale, per sensibilizzare il personale su questo rischio, senza creare eccessivi allarmismi. Di Adalberto Biasiotti.

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Il responsabile della security, che deve affrontare il rischio terrorismo nella propria azienda, si può trovare davanti a situazioni assai differenziate.
Una possibile reazione, soprattutto da parte dell’alta direzione, è quella di dare poco peso al rischio. Si tratta di cose che succedono in altri paesi, si tratta di cose che succedono in altre aziende, non svolgiamo attività che possano essere bersaglio di atti terroristici: sono queste le risposte che spesso si ricevono.
Un atteggiamento di questo genere, seppure comprensibile, ha delle notevoli limitazioni perché è legato a un’ottica temporale molto limitata. Dalla sera alla mattina, si possono creare delle situazioni di crisi, che potrebbero rapidamente esporre la azienda al rischio di un attacco terroristico, che era ritenuto del tutto inesistente fino a poco tempo prima.
Ad esempio di questa situazione, mi duole citare un attacco con un ordigno deposto all’ingresso della sede di Banca Etruria, l’otto gennaio 2016. Il sollevamento popolare, collegato alla nota drammatica situazione dei risparmi perduti dai risparmiatori, ha fatto sì che un rischio, che a ogni attento osservatore poteva sembrare assai basso, di colpo diventasse un rischio assai elevato.
Ecco perché è meglio essere preparati per tempo ad affrontare questa categoria di rischi.
Come giustamente dice la Bibbia: “siate preparati, perché non sapete quando è la vostra ora”!
 

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Una volta ottenuto il benestare dell’alta direzione,  vi sono però altri problemi cui si trova davanti il responsabile della security. Ad esempio egli deve stare molto attento ad avviare il suo processo di valutazione del rischio e messa a punto di misure di mitigazione senza destare eccessivo allarmismo nella grande famiglia degli impiegati dell’azienda, che potrebbero interpretare in modo esagerato l’avvio di procedure di sicurezza.
 
La paura di azioni terroristiche infatti si manifesta, in varie persone, in modi assai diversi e non per nulla una indagine, condotta in Italia all’inizio del mese di gennaio 2016, ha messo in evidenza come molti italiani abbiano cessato di frequentare luoghi affollati, proprio per il timore che questi luoghi possano diventare bersagli di elezione di un attacco terroristico.
D’altronde, sappiamo bene che al cuore non si comanda e pertanto il controllo delle emozioni può essere talvolta estremamente difficile, perché la ragione viene meno e l’emozione domina.
Ad esempio, una importante opera di prevenzione è legata alla sensibilizzazione, nei confronti di tutti i dipendenti, circa la segnalazione di oggetti abbandonati e apparentemente privi di proprietario. Un oggetto di questo genere è automaticamente da classificare come oggetto sospetto, anche se le probabilità che possa essere un ordigno potrebbero essere infinitesimali.
I dipendenti devono essere educati  a segnalare questa situazione a chi di dovere, deve esistere una procedura che permetta di prendere in carico rapidamente la segnalazione ed effettuare eventuali ulteriori accertamenti.
 
Mi rendo ben conto che può essere difficile trovare un equilibrio tra la sensibilizzazione dei dipendenti e l’allarmismo dei dipendenti, ma non v’è dubbio che a non far nulla si può andare, magari senza rendersene conto, verso una discesa precipitosa, che potrebbe avere conseguenze assai dannose.
 
Ricordiamoci anche che, a posteriori, tutti sono bravissimi, ed ecco perché l’ignorare il problema, solo perché può essere di difficile soluzione, non rappresenta certamente un approccio ragionevole.
 
Un giusto equilibrio tra informazione, senza causare allarmismo, e educazione, senza creare angoscia, sono gli atteggiamenti più appropriati da assumere, magari con l’assistenza del medico aziendale, che potrebbe dare un consiglio ed un supporto di natura psicologica, oppure potrebbe fare riferimento a psicologi specializzati in queste aree.
 
Adalberto Biasiotti




Creative Commons License Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
 

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Rispondi Autore: Giorgio Fiorentini12/01/2016 (17:38:17)
Articolo molto interessante.
E' da tener presente, però, che in molte Aziende, anche pubbliche, dove il DDL ha nominato il RSPP, il servizio di vigilanza è delegato a ditte esterne, che non hanno un sufficiente contatto con l'organizzazione interna.
Inoltre, oltre al terrorismo, sono da tener presente, e valutare, anche altri episodi similari.
Faccio riferimento alla ASL di Lecce,dove un ergastolano (ora nuovamente catturato) è riuscito a fuggire durante una visita medica in ospedale sparando mentre scappava.
Ormai questi episodi dovrebbero essere considerati "prevedibili" e quindi rientrare nel DVR.
Cosa che, nel caso specifico, il DDL, pur sollecitato, finora continua ad ignorare.
Rispondi Autore: Sebastiano Plutino12/01/2016 (18:32:47)
Come RSPP, ai lavoratori ho parlato del rischio attentati, seguendo delle linee guida che avevo sviluppato alcuni anni fa quando operavo all'estero in territori in cui tale rischio è presente.
Oltre questo li ho invitati, sollecitandoli opportunamente, a pensare sempre prima di seguire i flussi delle persone onde evitare di trovarsi in "cul de sac" estremamente pericolosi.
In fase di aggiornamento del DVR tali passi saranno inseriti in apposita sezione.

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