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Evidence Based Prevention e rischio biomeccanico per l’arto superiore

Tiziano Menduto

Autore: Tiziano Menduto

Categoria: Movimenti ripetitivi e sovraccarico

11/06/2009

Una panoramica sullo stato dell’arte nella prevenzione dei rischi biomeccanici basata sulle prove di efficacia. Il rischio più alto è relativo al personale addetto a compiti manuali ripetitivi che richiedono l’uso di forza.

Evidence Based Prevention e rischio biomeccanico per l’arto superiore

Una panoramica sullo stato dell’arte nella prevenzione dei rischi biomeccanici basata sulle prove di efficacia. Il rischio più alto è relativo al personale addetto a compiti manuali ripetitivi che richiedono l’uso di forza.

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Sul supplemento del numero di Luglio/Settembre 2008 del Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia sono presenti una serie di interventi relativi ai rischi, patologie e prevenzione nelle attività lavorative comportanti movimenti ripetitivi a carico degli arti superiori.
PuntoSicuro ha già presentato, in precedenti articoli, gli interventi relativi:
-  alla valutazione dei risultati dell’applicazione delle linee guida sul rischio biomeccanico;
- alle informazioni sui progressi dell’Analisi del Movimento;
- all’analisi dello standard ISO 11228-3, standard menzionato nel Decreto legislativo 81/2008.
 

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Continuiamo a parlare di rischi da sovraccarico biomeccanico per l’arto superiore (UEWMSDs) con altri documenti tratti dalla stessa fonte.
 
Nell’intervento “Evidence Based Prevention e rischio biomeccanico per l’arto superiore”, scritto da R. Bonfiglioli, A. Farioli, S. Mattioli e F.S. Violante, si scrive che se la patologia muscolo-scheletrica dell’arto superiore correlata al lavoro (Upper limb Work-related MusculoSkeletal Disorders, UWMSD) “è da tempo al centro dell’attenzione di innumerevoli ricerche scientifiche”,  tuttavia la maggior parte degli interventi si concentra su specifici settori lavorativi (es. lavoratori addetti al videoterminale), “mentre altri settori ad alto rischio (es.  metalmeccanica, lavorazione delle carni) sono spesso trascurati”.
Inoltre molti interventi preventivi si basano unicamente su premesse di efficacia teorica (efficacy) e ciò “in contrasto con l’interesse crescente, mostrato della comunità scientifica nazionale ed internazionale, per la valutazione dell’efficacia sul campo (effectiveness) degli interventi e delle attività di prevenzione in Medicina del Lavoro (MdL)”.
Il lavoro dei quattro autori vuole fornire una panoramica sullo stato dell’arte nel campo della prevenzione dei UWMSD basata sulle prove di efficacia.
In particolare l’attenzione è “focalizzata sugli interventi di prevenzione primaria, ossia su quegli interventi destinati a gruppi di lavoratori esenti da malattia, ma esposti, per motivi professionali, al rischio di sviluppare UWMSD”.
 
E con l’intento di “reperire studi sulla valutazione di effectiveness di interventi di prevenzione primaria dei UWMSD, sono state consultate due banche dati on-line (PubMed e Cochrane Collaboration Occupational Health Field)” e “sono stati reperiti 41 studi che soddisfano i parametri di selezione”, studi che sono raccolti in una tabella esplicativa.
 
L’analisi di questi studi porta gli autori a una serie di spunti di riflessione:
 
- “i dati epidemiologici oggi disponibili evidenziano l’alto rischio biomeccanico del personale addetto a compiti manuali ripetitivi, che richiedono l’uso di forza” (attività di assemblaggio, attività svolte in edilizia o nell’industria della lavorazione degli alimenti, …);
 
- la maggior parte degli studi reperiti ha invece “come oggetto di interesse categorie professionali esposte a rischio biomeccanico basso o moderato (es. videoterminalisti)”;
 
- l’analisi della letteratura mostra “l’estrema eterogeneità che caratterizza non solo il disegno dello studio e la tipologia di intervento proposto, ma anche i criteri di stima dell’esposizione e la valutazione del rischio, nonché la scelta e la misura degli outcome” (dei “risultati”, ndr);
 
- “punto di partenza degli studi di prevenzione è spesso la raccolta di dati sullo stato di salute dei lavoratori effettuata attraverso la somministrazione di un questionario”, ma questa metodica, benché sia estremamente diffusa, “non consente una reale quantificazione del rischio biomeccanico e dei valori di esposizione”;
 
- “l’utilizzo di disegni di studio ad hoc ed una raffinata elaborazione statistica dei dati permettono la ricerca di evidenze anche nei casi nei quali non sono applicabili quelle metodologie ritenute standard (es. trial) in contesti diversi dalla medicina del lavoro”.
 
Per concludere gli autori affermano che ad oggi gli studi volti a verificare l’efficacia degli interventi preventivi per i UWMSD “sono caratterizzati da un’ampia eterogeneità sia delle tipologie di intervento proposte che della scelta e della definizione degli outcome”.
Eterogeneità che rende difficile “l’analisi comparativa degli studi proposti e di conseguenza anche la stima della forza dell’efficacia delle strategie preventive applicate, strumento indispensabile per la predisposizione di raccomandazioni”.
 
Per il futuro diventa cruciale, oltre a una migliore definizione degli outcome, anche la “circoscrizione dell’intervento: negli approcci multidimensionali, infatti, è spesso impossibile identificare l’elemento o la combinazione di elementi a cui attribuire l’effetto osservato”.
 
 
Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia, VOLUME XXX - N. 3/Suppl., luglio-settembre 2008, “Evidence Based Prevention e rischio biomeccanico per l’arto superiore”, scritto da R. Bonfiglioli, A. Farioli, S. Mattioli e F.S. Violante (Medicina del lavoro, Alma Mater Studiorum, Università di Bologna) (formato PDF, 93 kB).
  
 
Tiziano Menduto



Creative Commons License Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

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