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Criticità e strumenti per una valutazione dei rischi in ottica di genere
Bologna, 29 Lug – Nel panorama della prevenzione moderna in materia di salute e sicurezza sul lavoro, uno dei cambiamenti più importanti introdotti dal d.lgs. 81/2008 è e l’attenzione alle differenze di genere e il superamento della concezione del "lavoratore neutro".
Se, tuttavia, integrare oggi la prospettiva di genere nelle strategie di prevenzione e valutazione è necessario per una prevenzione aziendale realmente efficace e mirata, dobbiamo anche chiederci quali strumenti e quali supporti abbiano oggi a disposizione le aziende per farlo.
Per approfondire il tema della valutazione dei rischi in ottica di genere e conoscere alcuni strumenti operativi disponibili, abbiamo intervistato, durante la manifestazione Ambiente Lavoro 2026, che si è tenuta a Bologna dal 26 al 28 maggio 2026, Eleonora Mastrominico, della Consulenza tecnica per la salute e la sicurezza (CTSS) - Direzione regionale Lazio dell’Inail, relatrice al seminario “La valutazione dei rischi in ottica di genere” (27 maggio 2026, Bologna).
Il colloquio parte da una monografia Inail del 2024 (“ La valutazione dei rischi in ottica di genere. Aspetti tecnici. Volume 1”) nata dalla collaborazione tra CTSS e CSA (Consulenza statistico attuariale) dell’Istituto.
L’intervista si sofferma sugli errori e equivoci più comuni riguardo alla valutazione, approfondisce una tipologia di rischi rilevanti, in ottica di genere, i rischi di natura ergonomica e fa riferimento anche al tema del "lavoro invisibile" e del carico cognitivo per le lavoratrici.
L’intervista, realizzata a Bologna il 26 maggio 2026, risponde a queste domande:
- Quali esigenze hanno spinto l’Inail a elaborare una monografia dedicata alla valutazione dei rischi in ottica di genere?
- Sono previste future pubblicazioni e approfondimenti?
- Quanto è realmente diffusa nei luoghi di lavoro una valutazione dei rischi che tenga conto delle differenze di genere?
- Quali sono ancora oggi gli equivoci più frequenti – ad esempio la tendenza a sovrapporre il tema del genere alla sola tutela della maternità – e quali indicazioni pratiche si possono dare a chi si occupa di prevenzione?
- Perché è importante affrontare ii rischi di natura ergonomica quando si parla di tutela della salute e sicurezza delle lavoratrici?
- Quali sono i metodi più utilizzati per la valutazione, ad esempio relativamente al rischio da movimentazione manuale dei carichi o per il rischio da movimenti ripetitivi degli arti superiori e da posture statiche?
- Nella presentazione si parla anche di “lavoro invisibile” e carico cognitivo. Quanto incidono attenzione continua, multitasking e attività di cura sul rischio lavorativo, soprattutto nelle lavoratrici?
- Cosa sarebbe necessario fare per migliorare l’attenzione delle aziende verso l’integrazione in ottica di genere della valutazione di tutti i rischi nel processo lavorativo?
L’articolo di presentazione dell’intervista si sofferma su vari argomenti:
- La valutazione dei rischi in ottica di genere: gli strumenti di supporto
- La valutazione dei rischi in ottica di genere: gli equivoci più frequenti
- La valutazione dei rischi in ottica di genere: i rischi di natura ergonomica
Come sempre diamo ai nostri lettori la possibilità di visualizzare integralmente l’intervista e/o di leggerne una parziale trascrizione.
L’intervista di PuntoSicuro a Eleonora Mastrominico
La valutazione dei rischi in ottica di genere: gli strumenti di supporto
Partiamo dalla monografia Inail del 2024 dedicata alla valutazione dei rischi in ottica di genere e che include anche schede applicative di supporto alle aziende. Quali esigenze hanno spinto Inail a sviluppare questo progetto e, oggi, quanto è realmente diffusa nei luoghi di lavoro una valutazione dei rischi che tenga conto delle differenze di genere?
Eleonora Mastrominico: Faccio una piccola premessa. Con il decreto legislativo 81 già nel 2008 il legislatore introduce un concetto molto importante, un principio fondamentale. Supera la concezione del lavoratore neutro e introduce la necessità di considerare nella valutazione dei rischi anche le differenze di genere. Oggi abbiamo tante norme tecniche, per esempio, che ci dicono come possiamo tener conto delle differenze antropometriche nella progettazione di spazi, macchine, attrezzature, dispositivi di protezione individuale. Però a volte queste norme tecniche si basano su delle serie storiche che sono state costruite quando il lavoro, quella tipologia di lavoro, era prettamente maschile.
Quindi ancora troppo spesso, quando entriamo nei luoghi di lavoro, ci troviamo di fronte a spazi, macchine, attrezzature, dispositivi che sono pensati per un lavoratore medio che però non rappresenta quella specifica realtà lavorativa. E così nella valutazione dei rischi, quando ci confrontiamo con gli indici di esposizione o con i criteri di valutazione, anche lì se questi indici e questi criteri vengono applicati in modo pedissequo, senza un ragionamento sulla loro concezione, si rischia di non mettere in evidenza quelle che sono le differenze di esposizione tra uomini e donne o i differenti effetti che una stessa esposizione può avere su uomini e donne.
Questo non vuol dire che quei limiti e quei riferimenti sono sbagliati, vuol dire semplicemente ora che il “dato standardizzato” deve essere integrato con dati specifici che riguardano le caratteristiche della propria popolazione lavorativa, della popolazione lavorativa di quell'azienda. Fare questo, soprattutto per le aziende di piccole dimensioni, non è facile; non è facile anche concettualmente entrare in questa prospettiva.
E quindi da questa esigenza nasce questo progetto della Consulenza tecnica per la salute e la sicurezza dell'INAIL che ha come obiettivo quello, innanzitutto, di far capire alle imprese che il genere non è un rischio, ma è un aspetto che può incidere sulla salute delle lavoratrici e dei lavoratori. Nel senso che può avere un effetto sull'esposizione a diverse tipologie di rischio.
L'altro obiettivo è quello di fornire uno strumento pratico operativo. Lei citava le schede le schede di supporto che vogliono proprio fare quello, indirizzare le aziende a tener conto della prospettiva di genere nella gestione dei diversi rischi.
Il documento a cui abbiamo accennato è del 2024, ma credo che siano previste future pubblicazioni sul tema…
Eleonora Mastrominico: Il volume che abbiamo citato, quello del 2024, rappresenta solo il primo passo di un percorso abbastanza strutturato che abbiamo pensato. E le schede di supporto, di cui parlavamo, rappresentano proprio la volontà di trovare uno strumento che possa aggiornarsi continuamente e così orientare progressivamente le imprese a introdurre la prospettiva di genere nelle diverse aree di rischio.
Quindi sì, è prevista la pubblicazione di ulteriori schede di supporto alle quali stiamo già lavorando e questo lavoro prevede anche la creazione sul sito INAIL istituzionale di una specifica sezione all'interno dell'area “Conoscere il rischio”. E in questa sezione le aziende potranno trovare ulteriori materiali, ulteriori documenti, ulteriori strumenti di supporto alla valutazione dei rischi.
La valutazione dei rischi in ottica di genere: gli equivoci più frequenti
Nella vostra esperienza, quali sono ancora oggi gli equivoci più frequenti – ad esempio la tendenza a sovrapporre il tema del genere alla sola tutela della maternità – e quali indicazioni pratiche si possono dare a chi si occupa di prevenzione?
Eleonora Mastrominico: Allora, uno degli equivoci più frequenti è proprio quello che citava lei, ridurre la valutazione dei rischi in ottica di genere alla tutela della lavoratrice in gravidanza. Che è un tema importante - tant'è che è oggetto di specifici riferimenti normativi - ma la prospettiva di genere è molto più ampia.
Un altro equivoco, che poi ritroviamo spesso all'interno dei documenti di valutazione dei rischi che ci tocca di esaminare, riguarda anche l'idea che aggiornare il DVR, secondo una prospettiva di genere, voglia dire distinguere i lavoratori tra maschi e femmine, senza però dare ulteriore sviluppo a questo dato.
Cosa si può fare dal punto di vista operativo? Beh, dal punto di vista operativo bisogna sempre partire dall'osservazione del lavoro reale.
Cosa fanno i miei lavoratori? Fanno davvero la stessa mansione? Sono esposti agli stessi rischi? Ci sono tra i miei lavoratori persone che sono più sensibili, a determinati rischi? Come è organizzato il lavoro?
E in questo senso all'interno delle diverse schede operative, la prima scheda che troviamo è proprio dedicata ad aiutare le aziende a comporre un quadro che sia il più completo possibile per partire poi con una valutazione di ciascun rischio che tenga conto anche del genere.
La valutazione dei rischi in ottica di genere: i rischi di natura ergonomica
Passiamo ora ad un approfondimento mirato di alcuni rischi specifici. In particolare, il suo intervento al seminario Inail è dedicato ai rischi di natura ergonomica: perché è importante affrontare questo tema quando si parla di tutela della salute e sicurezza delle donne lavoratrici?
Eleonora Mastrominico: I rischi di natura ergonomica, secondo me, rappresentano l'ambito in cui le differenze di genere emergono con maggiore chiarezza. Pensiamo al sovraccarico biomeccanico e, per esempio, all'andamento delle denunce di malattia professionale che sono differenziate poi per uomo e donna in ambiti differenti. I dati ci dicono, per esempio, che per gli uomini le malattie maggiormente denunciate riguardano il rachide lombare con esposizione a lavorazioni che espongono a movimentazione manuale di carichi pesanti o comunque a lavorazioni che chiedono un certo impegno fisico, mentre per le donne il rischio maggiore è quello di sovraccarico biomeccanico degli arti superiori perché svolgono lavori più ripetitivi o comunque che richiedono gesti di precisione, maggiore concentrazione, a volte lavorano in multitasking,…(…) Pensiamo semplicemente al comparto della sanità e della cura, con un carico cognitivo e relazionale importante. (…)
Nella relazione lei affronta anche alcuni dei metodi di valutazione più utilizzati. So che lei si è occupata di movimentazione manuale dei carichi, di posture statiche, di movimenti ripetitivi. Quali sono queste metodologie da conoscere?
Eleonora Mastrominico: In questo primo volume Inail c'è una prima scheda di carattere generale che pone l'attenzione su alcuni aspetti dell'ergonomia fisica.
Quindi noi ci concentriamo sull'ergonomia fisica, lasciando ad altre schede di approfondimento poi i fattori psicosociali e la valutazione dello stress lavoro correlato.
Quindi quelli che lei citava sono appunto i rischi da sovraccarico biomeccanico che trovano il loro riferimento al Titolo VI del decreto legislativo 81 e nell'allegato XXXIII e che ci danno anche - oltre a quelli che sono gli elementi generali per una prima valutazione del rischio - dei riferimenti per arrivare ad una valutazione quantitativa di questo rischio.
Per la movimentazione manuale dei carichi i riferimenti sono alla famiglia delle ISO 11228, parte prima, seconda e terza, a seconda della tipologia di rischio che si affronta, la movimentazione manuale dei carichi, il trasporto, traino e spinta, movimenti ripetitivi degli arti superiori, … Ed è un gruppo di norme che oggi troviamo disponibile gratuitamente sul sito dell'Uni grazie all'accordo tra il Ministero del Lavoro, l'Uni e l’Inail…
Abbiamo fatto bene a ricordarlo perché è un accordo importante.
Eleonora Mastrominico: È un accordo molto importante per le imprese e credo che risolva qualche problema, non tutti, ma comunque qualche problema di conoscenza, soprattutto per le piccole imprese che hanno meno possibilità di accesso alla conoscenza.
Bene, questi metodi partono tutti dalla individuazione di una situazione ideale e poi vanno ad individuare quelli che sono gli elementi che aumentano il rischio. E quindi individuano dei demoltiplicatori che poi ci consentono di giungere all'indice di rischio per quella specifica attività.
Anche questi metodi però non sempre tengono in giusta considerazione le differenze di genere. Alcune volte, come per la norma che riguarda la postura statica, non si considerano le differenze di genere, altre volte sono basati su campioni che proteggono in maniera maggiore la popolazione lavorativa maschile. Per forza di cose, la movimentazione dei carichi pesanti, alla fine viene, come dire, valutata sulla base di un campione prettamente maschile e così via.
Questo ci fa ritornare a quello che dicevamo prima. Un DVR non può analizzare solo la fisica del gesto lavorativo e non si può limitare solo alla considerazione dell'indice di rischio finale, ma deve tener conto anche di tutti quei fattori organizzativi e delle caratteristiche della popolazione lavorativa reale, se vuole poi essere uno strumento di prevenzione efficace.
Nella presentazione si parla anche di “lavoro invisibile” e carico cognitivo. Quanto incidono attenzione continua, multitasking e attività di cura sul rischio lavorativo, soprattutto per le lavoratrici?
Eleonora Mastrominico: Eh sì, il lavoro invisibile e il carico di lavoro cognitivo sono due temi oggi centrali perché rappresentano quella dimensione meno conosciuta del rischio lavorativo e sul quale normalmente l'attenzione si focalizza con difficoltà. O si focalizza soltanto quando poi emerge un problema da affrontare.
Il lavoro cognitivo (…) e anche il carico relazionale in realtà riguardano molto spesso proprio la popolazione lavorativa femminile che è impegnata in lavori appunto di assistenza, di cura. E a volte, al lavoro, si sovrappone anche la cura della famiglia, la cura, insomma delle persone più deboli della famiglia e quindi se non si analizza l'ambiente lavorativo e l'organizzazione del lavoro con uno sguardo quanto più possibile generale anche all'organizzazione del lavoro, ecco che le misure di prevenzione rischiano poi di essere monche.
In definitiva, cosa si potrebbe fare, a suo parere, per migliorare l’attenzione delle aziende verso l’integrazione in ottica di genere della valutazione di tutti i rischi nel processo lavorativo?
Eleonora Mastrominico: Un elemento che piace ricordare al mio gruppo di lavoro è che noi riceviamo molte richieste di diffusione e di approfondimento delle schede di rischio già pubblicate. Questo per noi è un segnale importante, perché vuol dire che anche nelle piccole imprese il tema è sentito. Comincia in qualche modo ad essere ad essere affrontato, ma vuol dire anche che i tecnici, i valutatori del rischio, hanno bisogno di strumenti pratici, accurati però e che siano tecnicamente fondati, scientificamente fondati.
Quindi quello che possiamo fare è cercare di rendere questa valutazione dei rischi sempre più in ottica di genere, sempre più pratica, migliorando i nostri strumenti, rendendoli sempre più semplici, più accessibili. Facendo in modo di accompagnare quindi le aziende verso una valutazione dei rischi che sia il quanto più possibile completa, ma anche consapevole della propria realtà.
(…)
Articolo e intervista a cura di Tiziano Menduto
Scarica il documento citato nell’intervista:
Inail, Consulenza tecnica per la salute e la sicurezza – CTSS e Consulenza statistico attuariale - CSA, “ La valutazione dei rischi in ottica di genere. Aspetti tecnici. Volume 1”, a cura di L. Baradel, F. Cipolloni, A. Tassone, C. Tesei e L. Veronico (CSA) e di C. Breschi (CTSS, Direzione regionale Toscana), R. Continisio (CTSS, Direzione regionale Campania), L. De Filippo (CTSS, Direzione regionale Friuli V.G.), E. Mastrominico (CTSS, Direzione regionale Lazio), L. Frusteri, P. Panaro e F. Venanzetti (CTSS, Direzione generale), Volume 1 – Collana Salute e Sicurezza – Edizione 2024 (formato PDF, 2.83 MB).
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