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Gli infortuni mortali nelle microimprese: modalità e fattori causali
Roma, 25 Ago – Secondo i dati Istat, secondo quanto contenuto nell’Annuario statistico italiano (2025), nel 2022 la presenza di microimprese (fino a 9 addetti) superava la quota di 4,2 milioni (94,5% del totale), a fronte dello 0,1% di grandi imprese (oltre 250 addetti). Mentre la distribuzione dei lavoratori per dimensione aziendale rileva che “il 42,3% degli addetti appartiene alle microimprese, il 33,8% alle PMI ed il 23,9% alle grandi aziende”.
Secondo i dati Inail (banca dati statistica) nel 2024, in termini di incidenza settoriale per dimensione aziendale, si rileva che “nelle microimprese quasi un terzo dei casi mortali (30,8%) è avvenuto nel solo comparto delle Costruzioni, seguito dagli altri settori prevalenti con quote inferiori che variano tra il 15% ed il 9%. Da notare inoltre che l’incidenza dei singoli settori di attività varia nelle differenti classi di addetti, riflesso della eterogenea composizione in termini di lavoratori e aziende”.
Inoltre, l’andamento temporale degli infortuni mortali denunciati (escludendo l’anno 2020 influenzato dal Covid-19) evidenzia “costantemente l’elevata quota di eventi occorsi nelle microimprese: dal 2021 tale valore è sempre al di sopra del 35% del totale. Ed anche in termini di rischiosità le microimprese si contraddistinguono”. Infatti “confrontando gli ultimi trienni a disposizione in banca dati Inail, esse presentano indici di frequenza superiori alle imprese di maggiori dimensioni per gli infortuni con danno permanente o mortale, mentre hanno valori inferiori per gli eventi con danni temporanei”.
A raccontarlo in questi termini e a soffermarsi sulle caratteristiche e le cause degli infortuni mortali avvenuti nelle microimprese, e registrati nella banca dati del sistema di sorveglianza nazionale degli infortuni mortali e gravi Infor.MO., è una recente scheda informativa Inail (scheda 27) dal titolo “Infortuni mortali nelle microimprese: modalità di accadimento, cause e misure di prevenzione” e a cura di A. Guglielmi, M. Pellicci e D. De Santis (Inail, Dimeila), M. Campagna (ASL Roma 6) e A. Giarrusso (ASL Viterbo).
Per lo studio sugli infortuni nelle microimprese, “nell’ultimo quinquennio di dati disponibili (anno 2024 non definitivo al momento della stesura della scheda) sono stati selezionati ed analizzati 399 infortuni mortali avvenuti nelle microimprese ai quali risultano associati 794 fattori causali”.
Per presentare il contenuto della scheda informativa, ci soffermiamo sui seguenti argomenti:
- Infor.mo. e infortuni nelle microimprese: le modalità di accadimento
- Infor.mo. e infortuni nelle microimprese: i fattori causali
- Infor.mo. e infortuni nelle microimprese: l’agricoltura e le costruzioni
Infor.mo. e infortuni nelle microimprese: le modalità di accadimento
In termini di modalità di accadimento, la scheda indica che l’analisi degli infortuni nelle microimprese presi in esame mostra che gli incidenti più frequenti sono: “la caduta dall’alto o in profondità dell’infortunato (31,6%), la variazione nella marcia o il ribaltamento di veicolo/mezzo di trasporto (20,1%) e la caduta dall’alto di gravi (14,5%), che nell’insieme caratterizzano i 2/3 degli eventi mortali della microimpresa. Seguono il contatto con mezzi o veicoli in movimento nella sede prevista (6,5%), l’avviamento inatteso/inopportuno di veicolo, macchina, attrezzatura (5,5%), il contatto con organi di lavoro in movimento (3,5%), in egual misura il contatto elettrico diretto e la proiezione di solidi (3,3%)”. Inoltre le cadute dall’alto o in profondità dell’infortunato “avvengono in misura uguale (34,1%) da attrezzature per il lavoro in quota e da tetti e coperture. In misura inferiore si registrano cadute da altre parti in quota di edifici e ambienti di lavoro (10,3%) e da macchine di sollevamento e trasporto (4,8%)”.
Veniamo alle altre principali modalità di accadimento:
- perdita di controllo o ribaltamento di veicolo/mezzo di trasporto: “interessa quasi esclusivamente le macchine agricole, forestali, per il verde (72,5%), cui seguono con percentuali molto inferiori le macchine per movimentazione terra e per lavori stradali (7,5%) e in egual misura (6,3%) le macchine di sollevamento/trasporto e i veicoli terrestri”;
- caduta dall’alto di gravi: cadute “avvenute da macchine, impianti e attrezzature di sollevamento e trasporto (29,3%), da impianti di edifici e da altre parti in quota degli stessi (22,4%) e da macchine agricole/ forestali/ per il verde, da altre macchine/mezzi di trasporto e da veicoli terrestri (15,5%)”.
In particolare, in agricoltura “la perdita di controllo o il ribaltamento del veicolo/mezzo di trasporto (34,9%), la caduta dall’alto dei carichi (12,0%), il contatto con mezzi in movimento (10,2%) e l’avviamento inatteso/inopportuno di macchina/attrezzatura (9,6%) rappresentano oltre i 2/3 dei decessi”. E analogamente nelle costruzioni “i due principali incidenti sono la caduta dall’alto dell’infortunato (62,2%) e la caduta dall’alto dei carichi (14,8%), mentre nel settore manifatturiero emergono la caduta dall’alto dell’infortunato (28,6%), la caduta dall’alto dei carichi (23,8%) e la proiezione di solidi (14,3%)”.
Riprendiamo dal documento, rielaborata attraverso Gemini, una tabella relativa alla distribuzione dei principali incidenti degli infortuni mortali nelle microimprese per i primi tre settori di attività:

Infor.mo. e infortuni nelle microimprese: i fattori causali
La scheda si sofferma sui fattori causali rilevati in fase di indagine e ricostruzione della dinamica.
Come indicato in una tabella presente nella scheda, al primo posto “compaiono gli aspetti procedurali (attività infortunato e di terzi) con il 57,7%, dato che risulta in linea con quello registrato per le imprese con più di nove addetti”. Questi aspetti sono collegati ad “azioni estemporanee (67,2%), pratiche abituali (19,4%), carenza di informazione, formazione, addestramento (14,5%)”.
Inoltre la categoria delle criticità “riscontrate nelle attrezzature, utensili, macchine e impianti impiegati nella lavorazione (UMI), inferiore alla media delle imprese di dimensioni maggiori (17,3% vs 19,4%), evidenzia problemi di sicurezza riconducibili all’assenza delle protezioni (47,5%), alla carenza strutturale e di assetto delle attrezzature rispetto alla lavorazione da svolgere (31,1%), all’inadeguatezza delle protezioni (16,4%) e alla loro rimozione/manomissione (4,1%)”. Questi problemi riguardano principalmente “macchine agricole, forestali per il verde, impalcature, ponteggi, trabattelli e piattaforme, carroponti, gru, paranchi e relativi accessori di movimentazione, impianti di trasferimento e di processo/fabbricazione, scale portatili, mezzi di movimento terra e camion/autoarticolati e carrelli elevatori/transpallet”.
Nel fattore ambiente (totale 14,9%) si registrano principalmente “problemi riferibili all’assenza di barriere, protezioni e parapetti (33,1%), elementi ambientali pericolosi quali ostruzioni, ingombri, linee elettriche, irregolarità e dislivelli pavimentazioni, cavità non visibili, elementi climatici e liquidi (28,0%), l’assenza di adeguati percorsi e di segnaletica di sicurezza (11,9%) e cedimenti/smottamenti (11,9%)”.
Inoltre, in ordine di frequenza “la non disponibilità, e a seguire, il mancato uso, pur se disponibili, di cinture di sicurezza, guanti, caschi e adeguati vestiti di lavoro per azioni estemporanee, pratiche abituali e assenza di formazione/addestramento rappresenta la quasi totalità delle criticità riscontrate nella categoria dei DPI” (totale 6,3%). Infine, per i materiali in lavorazione (totale 3,9%) si evidenziano “problemi legati allo stoccaggio, seguiti poi da quelli legati alle loro alle caratteristiche”.
Infor.mo. e infortuni nelle microimprese: l’agricoltura e le costruzioni
Guardando ai settori, in agricoltura si nota una “maggior frequenza delle criticità operative dell’infortunato quali: errori nella guida dei mezzi, non uso delle protezioni antiribaltamento e delle cinture di trattenuta, che portano poi alla perdita di controllo ed alle conseguenze mortali; stazionamenti e procedure di taglio degli alberi non adeguati, posizionamenti errati rispetto alle aree di manovra dei mezzi e delle attrezzature, mancato inserimento dei sistemi di stazionamento di trattori o altre macchine agricole, azionamento degli organi di comando o operazioni di aggancio di macchine operatrice da posizioni incongrue, che causano o aggravano il contatto con mezzi in movimento o provocano l’avviamento intempestivo degli stessi; procedure inadeguate durante lo stoccaggio, scarico e movimentazione di materiali e attività di manutenzione dei mezzi o altre macchine lavoratrici senza garantire la stabilità necessaria all’intervento”.
E un altro fattore di rischio superiore rispetto al dato medio è “rappresentato da criticità nei materiali in lavorazione dovute quasi esclusivamente a problemi legati allo stoccaggio di rotoballe e insilati, seguite da problematiche dovute alle trasformazioni (fermentazioni o marcescenza) o caratteristiche (asfissianti e tossici) degli stessi”.
Mentre nelle costruzioni “emergono le problematiche dell’ambiente lavorativo rappresentate principalmente dall’assenza di barriere, protezioni, parapetti sulle coperture, sui terrazzi, a delimitazione di superfici non portanti o di scavi e aree di cantiere, seguite poi dall’assenza di percorsi di sicurezza, di adeguata segnaletica e dalla mancanza di predisposizione di linee vita. Seguono, sempre con maggior frequenza rispetto al totale delle microimprese, il non utilizzo e la non messa a disposizione dei necessari DPI, quasi esclusivamente anticaduta, e gli errori procedurali dei terzi, collegati alla errata gestione del rischio di interferenza. Detta criticità è presente in particolare nelle cadute dall’alto di gravi dove si riscontrano errori procedurali nella movimentazione e sollevamento dei carichi, mentre nella caduta dall’alto dell’infortunato, in misura inferiore, emergono errori di terzi compiuti nelle fasi di montaggio smontaggio di attrezzature/impianti di movimentazione e sollevamento quali gru”.
Rimandiamo, infine, alla lettura integrale del documento che riporta anche diversi dati relativi al settore manifatturiero e alle misure preventive e protettive scelte in relazione alle evidenze emerse dall’analisi degli incidenti e dei fattori di rischio che caratterizzano gli infortuni nelle microimprese.
Tiziano Menduto
Scarica il documento da cui è tratto l'articolo:
Infor.mo., Sistema di sorveglianza degli infortuni mortali e gravi, “ Infortuni mortali nelle microimprese: modalità di accadimento, cause e misure di prevenzione”, scheda n. 27, a cura di A. Guglielmi, M. Pellicci e D. De Santis (Inail, Dimeila), M. Campagna (ASL Roma 6) e A. Giarrusso (ASL Viterbo), edizione 2026 (formato PDF, 375 kB).
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| Rispondi Autore: carmelo catanoso | 25/08/2026 (09:28:54) |
| Mi sono sempre rifiutato, dopo averlo analizzato approfonditamente, di utilizzare il modello Infor.Mo per l’analisi delle cause degli infortuni in quanto inefficace nel risalire alle cause prime visto che è nato con una finalità diversa: un sistema di sorveglianza epidemiologica. Il modello deriva da quello che, alla fine degli anni '90 fu sviluppato, in Canada, da Lucie Laflamme. Modello che non viene utilizzato né in Canada e nè in Svezia dove, oggi, opera la citata ricercatrice presso il Karolinska Institute. La sua architettura è progettata per classificare gli eventi, non per comprendere i meccanismi profondi che li generano. Questo limite genetico condiziona tutto il processo. L’albero delle cause di Infor.Mo si concentra su fattori immediati e prossimali: attrezzature, procedure, ambiente, compiti, comportamenti. È un modello che fotografa ciò che è visibile e misurabile nell’immediato, ma non indaga ciò che ha reso possibile quella configurazione di fattori. In altre parole, descrive la scena del crimine, ma non entra nella logica che ha costruito la scena. Le cause prime risiedono quasi sempre nei livelli organizzativi profondi: scelte gestionali, politiche di produzione, cultura aziendale, allocazione delle risorse, priorità implicite, fallimenti sistemici, dinamiche di potere, pressioni temporali. Infor.Mo non ha strumenti per esplorare questi livelli. Non li contempla, non li codifica, non li rappresenta. Il risultato è un’analisi che resta confinata alla superficie dell’evento. Un altro limite strutturale è la linearità del modello. L’albero delle cause presuppone che l’evento sia il risultato di una catena ordinata di fattori. Gli infortuni sono fenomeni complessi, emergenti, non lineari. Non seguono una sequenza ordinata: derivano da interazioni, retroazioni, condizioni latenti che si accumulano nel tempo. Un modello lineare non può catturare un fenomeno non lineare. Infor.Mo è inoltre retrospettivo poiché parte dall’evento e risale un po’ indietro, ma non analizza il sistema prima che l’evento si manifesti. Non identifica vulnerabilità, pattern ricorrenti, segnali deboli. Non è uno strumento predittivo e né preventivo ma un archivio ordinato di ciò che è già accaduto. A questo si aggiunge un limite operativo poichè la qualità dell’analisi dipende fortemente dal tecnico che compila la scheda. Molti operatori non hanno formazione avanzata sui sistemi complessi, e il modello stesso li guida verso una ricerca di cause più che di meccanismi. Quando cerchi cause, trovi colpevoli. Quando cerchi meccanismi, trovi soluzioni. Infor.Mo, per struttura, spinge verso la prima direzione. Infine, il modello non distingue chiaramente tra condizioni latenti e trigger. Mette sullo stesso piano la mancanza di una procedura e l’azione finale dell’operatore, senza gerarchizzare ciò che ha creato vulnerabilità e ciò che ha solo innescato l’evento. Questo porta a interventi correttivi che agiscono sui sintomi, non sulle radici. In sintesi, Infor.Mo è utile per la statistica nazionale ma non per comprendere davvero perché un sistema ha generato un incidente. È uno strumento descrittivo, non esplicativo. Per questo non può risalire alle vere cause prime. Forse sarebbe il caso di cominciare a guardare cosa fanno gli altri Paesi UE come Germania, Paesi Bassi, Francia dove utilizzano modelli sistemici. | |
| Rispondi Autore: Gian Lorenzo Corradetti | 25/08/2026 (10:09:31) |
| Oltre a sottoscrivere quanto nel commento precedente, a mio parere (opinabile quindi) quello che si riscontra dai dati riportati è che l'incidenza maggiore si ritrova al termine della catena "alimentare" degli appalti, dove sovente la piccola impresa (o la partita iva individuale che consente il travestimento di un dipendente come professionista esterno) è quella che vince la gara al massimo ribasso, quando l'istituto della gara viene formalmente messo in piedi, altrimenti si passa all'affidamento diretto. Inoltre, evidenziare la carenza di formazione e informazione conferma l'appunto del precedente commento (sull'addestramento invece potrei concordare, con le dovute cautele); ormai da anni nel mondo anglosassone, da cui con ritardo prendiamo poi trend e mode, il problema della formazione come causa degli incidenti è stato smascherato, e con esso il ricorso a refresh e formazioni ripetute e aggiuntive per rimediare alla sua presunta carenza, evidenziando come la overscholarization (ripetere ancora e sempre i corsi a fronte di carenze presunte post incidente) sia controproducente per il personale operativo. | |