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La favola della sicurezza e la formazione moderna
Il resoconto pressoché quotidiano sulle cosiddette " morti bianche" — o comunque sui gravi infortuni che avvengono nei luoghi di lavoro — spesso può portare a riflettere su quanto sia drammaticamente attuale e realistica la frase "la sicurezza è una favola".
Eppure abbiamo un Testo Unico sulla Sicurezza congegnato e aggiornato in modo puntuale ed articolato. Abbiamo fior di tecnici della sicurezza costantemente impegnati sia nell'individuazione e valutazione dei rischi, sia nella conseguente predisposizione delle procedure preventive e protettive per eliminarli o contenerli. Abbiamo Datori di Lavoro che, nel timore delle multe e degli avvisi di garanzia, sono pronti ad attivare nelle loro aziende quel processo di continuo miglioramento delle condizioni di lavoro del personale dipendente, tanto sottolineato e descritto da quintali di libri sull'organizzazione e la gestione dei processi produttivi.
Ma allora cos’è che non funziona?
Perché il numero degli incidenti mortali o degli infortuni gravi continua a preoccupare a tal punto che il Legislatore ha attivato un ulteriore irrigidimento del sistema di controllo e di prescrizione?
Le ragioni del fallimento: prevedere l'imprevedibile
La risposta non è semplice. Da una parte permane la triste constatazione dell'enorme difficoltà che normalmente si ha nel prevedere gli eventi negativi. Dall'altra vi è lo scarso livello del risultato didattico-formativo che solitamente si ottiene con i corsi di formazione sulla sicurezza.
Sulla questione della "previsione degli eventi negativi" gli esperti del settore hanno formulato varie procedure e teorie. Tra queste:
I "near miss" ovvero gli "eventi sentinella" — Lo studio sistematico dei quasi incidenti è forse il più potente strumento predittivo di cui disponiamo. Un evento che per poco non è diventato tragico è un segnale d'allarme che non va mai ignorato.
La teoria delle "fette di formaggio svizzero" — Essa spiega come, attraverso una concatenazione di eventi sia diretti che collaterali, si possa verificare un incidente anche in situazioni e attività che sono state effettuate decine di volte sempre allo stesso modo, senza che capitasse un evento negativo. Le barriere di sicurezza, come le fette di formaggio svizzero, hanno sempre dei buchi; quando i buchi si allineano, il pericolo passa indisturbato.
Il paradosso del tacchino induttivista di Bertrand Russell— Molti monitoraggi che tendono a tranquillizzare il rilevatore della sicurezza nascondono poi gli eventi totalmente negativi. Un tacchino nutrito regolarmente ogni giorno sviluppa la certezza che domani sarà nutrito ancora — fino al giorno del Ringraziamento.
La "rana bollita" — Un esempio di adattamento inconsapevole al pericolo crescente: invece di saltare via dalla pentola con l'acqua che iniziava a scaldarsi, la rana vi si è trattenuta fino alla morte. È la metafora perfetta del lavoratore che si abitua progressivamente a condizioni di rischio che avrebbe dovuto invece segnalare fin dal primo momento.
Il rasoio di Occam — A volte il rilevatore della sicurezza si scervella in teorie complicate tralasciando quelle semplici e più probabili. Se sentiamo rumore di zoccoli dietro di noi mentre passeggiamo in città, invece di pensare che sia una zebra, dovremmo pensare che sia un cavallo. La spiegazione più semplice è quasi sempre quella giusta.
Nella maggior parte dei casi l'infortunio capita durante lo svolgimento di operazioni che il lavoratore ha ripetuto innumerevoli volte, sempre allo stesso modo. Ma una volta su un milione, l'evento negativo accade.
La formazione efficace: tra pedagogia e andragogia
Appurato che il miglioramento delle tecniche di in-formazione può portare a un importante incremento della " cultura della sicurezza" e, di riflesso, alla riduzione degli eventi infortunistici, il problema diventa quello di comprendere come sia possibile raggiungere l'importante obiettivo della 'in-formazione efficace'.
Vi sono ormai diverse tecniche e metodologie, più o meno consolidate, che — passando attraverso il fondamentale vaglio della "comunicazione efficace" — hanno l'obiettivo di migliorare la qualità dei corsi di formazione. Molte di queste metodologie riconducono sostanzialmente alla nota frase attribuita a Confucio:
"Se ascolto, dimentico; se vedo, ricordo; se faccio, imparo."
La metodologia didattica utilizzata dalla maggior parte dei formatori che operano nell'ambito della sicurezza è allineata sia con la tecnica dell'ascoltare e del vedere (durante la proiezione commentata delle slide formative), sia con la didattica esperienziale (durante le esercitazioni applicative dei concetti teorici appena trattati).
Vale la pena fare riferimento all'insegnamento del pedagogista John Dewey, che ha spiegato l'opportuna distinzione tra la pedagogia e l'andragogia che ogni docente deve conoscere per poter progettare in modo efficace il proprio prodotto didattico. Il docente deve sempre tenere in debito conto la tipologia dei discenti:
- I giovani discenti sono bene o male abituati a seguire le lezioni.
- I discenti più maturi vivono un corso di formazione sulla sicurezza come un ritorno a scuola, cioè un ritorno al passato — con tutto ciò che questo comporta in termini di resistenze, pregiudizi e disaffezione.
Ed è qui che entra in gioco la potenza della favola come strumento didattico.
Perché le favole funzionano: la tradizione millenaria
La favola, fin dai tempi di Esopo e di Fedro, ha sempre avuto una funzione pedagogica precisa: trasmettere verità difficili attraverso il velo rassicurante della narrazione. Come Esopo aveva codificato il genere tra il VII e il VI sec. a.C., e come Fedro lo aveva rielaborato in latino nel I sec. d.C., così oggi possiamo tornare a questo strumento millenario per formare i lavoratori sulla sicurezza.
La tradizione ci insegna che la favola funziona perché:
- Abbassa le difese — Un adulto che si sentirebbe a disagio ad ammettere di non capire una procedura di sicurezza, si riconosce invece senza difficoltà nella rana bollita o nel tacchino di Bertrand Russell.
- Rende universale il particolare — La favola del corvo e della volpe, ripresa da Fedro, da Maria di Francia, da La Fontaine e da Lorenzo Pignotti attraverso i secoli, continua a insegnare che chi si fa lusingare dall'adulazione perde il proprio vantaggio. Allo stesso modo, il lavoratore che si fa lusingare dalla falsa certezza di "ho sempre fatto così" rischia di perdere molto di più di un pezzo di formaggio.
- Imprime la morale nella memoria — Il formato narrativo è quello che il cervello umano ricorda meglio e più a lungo.
La favola come strumento di formazione moderna
In questo contesto si inserisce l'approccio innovativo di autori contemporanei come Laura J. Cahill, che in un volume ha messo un tocco moderno su alcune storie d'infanzia per applicarle alla sicurezza sul lavoro: Zac e la pianta di fagioli mette in guardia contro la caduta di oggetti e le cadute dall'alto; la pentola di porridge traboccante offre spunti per prevenire la perdita di contenimento; lo svedese gigante presenta le sfide della movimentazione manuale.
Il metodo è lo stesso che usava Fedro duemila anni fa: attraverso personaggi riconoscibili e situazioni apparentemente banali, si trasmettono messaggi di sicurezza che restano impressi nella mente dei lavoratori molto più di qualsiasi articolata slide aziendale.
L'approccio si sposa perfettamente con le moderne metodologie didattiche: il cooperative learning, il peer to peer, il debate. La favola, infatti, si presta naturalmente alla discussione di gruppo, all'identificazione dei personaggi, alla ricerca collettiva della morale applicabile al proprio contesto lavorativo.
La sicurezza in continuo divenire
In tutta questa analisi dobbiamo ricordarci che spesso 'la certezza non corrisponde alla sicurezza', in quanto 'la sicurezza è in continuo divenire'.
Come scriveva Norberto Bobbio, parafrasando il suo pensiero in chiave di 'sicurezza':
"Se da una parte la 'sicurezza' è la libertà di non avere paura, dall'altra talvolta rischiamo di imbrigliarla con misure ridondanti e pedisseque, al punto che sia meglio una 'sicurezza' sempre in pericolo ma espansiva piuttosto che una 'sicurezza' protetta ma incapace di svilupparsi. Solo la 'sicurezza' in pericolo è capace di rinnovarsi. Una 'sicurezza' incapace di rinnovarsi si trasforma presto o tardi in una nuova schiavitù."
Dobbiamo quindi avere il coraggio di uscire dall'articolato edificio che ci siamo costruiti per ripararci dagli eventi, e continuare ad aggiustare e migliorare il nostro percorso verso la sicurezza, come Marco Polo cerca di spiegare allo statico Gran Kan nelle Città Invisibili di Italo Calvino:
"L'Inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. [1]"
—
La formazione sulla sicurezza attraverso le favole non è quindi una semplificazione infantile della materia. È, al contrario, un gesto di umiltà intellettuale e di saggezza pedagogica: riconoscere che il cambiamento dei comportamenti non passa per la norma, ma per la narrazione; non per la prescrizione, ma per la comprensione profonda.
Il freddo tecnicismo e la rigida adesione alla teoria finiscono spesso per soffocare il desiderio, nascosto in ogni adulto, di aprire la propria mente e riscoprire quella lontana e quasi dimenticata atmosfera fiabesca che, attraverso il gioco e la fantasia, gli consentirebbe di comprendere in modo più profondo e duraturo i concetti di sicurezza da trasferire poi nella pratica quotidiana del lavoro.
Conclusione
La sicurezza, dunque, non è una favola nel senso di una illusione irraggiungibile. È, piuttosto, una favola nel senso più nobile del termine: una narrazione in continuo divenire, che dobbiamo imparare a raccontare — e a far raccontare — in modo sempre più efficace.
Perché ogni lavoratore che torna a casa sano e salvo è, a suo modo, un lieto fine.
'Stretta è la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia" ...
Ing. Paolo Pieri
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Pubblica un commento
| Rispondi Autore: Paolo Cortese | 14/07/2026 (07:43:08) |
| Un articolo molto bello e del tutto originale. Si legge con piacere perché offre piste di riflessione inedite, ma assai condivisibili | |
| Rispondi Autore: Michele Zaka | 14/07/2026 (08:54:16) |
| Interessante, profondo e costruttivo. | |
| Rispondi Autore: Nicola | 14/07/2026 (08:57:08) |
| Credo che dovremmo smettere di cercare LA soluzione, ma dovremmo cercare/sperimentare LE soluzioni. Non credo ci sia una sola soluzione che vada bene per ogni situazione/persona. Credo ci siano varie "soluzioni" che è giusto provare perchè ogni situazione/persona ha una reazione diversa. Soprattutto, almeno secondo me, dovremmo cercare le soluzioni semplici senza tanti "castelli" che vedo a giro (faraonici corsi supermotivazionali), e poi ci si perde su consegnare i DPI a tutti!!!! E comunque senza il controllo e la vigilanza vera, i corsi, sì sono utili, ma non bastano (ne ho un esempio lampante, di formazione fatta negli anni da 7 docenti diversi, con stili e modi diversi ed i lavoratori continuano a non portare i DPI!). | |
| Rispondi Autore: Gabriele Guerzio | 14/07/2026 (08:58:20) |
| Complimenti, Ing. Pieri, per questa riflessione. Sto svolgendo il mio tirocinio sotto la sua guida e ritrovo in questo articolo lo stesso approccio che vedo ogni giorno: la sicurezza non può limitarsi al rispetto delle norme, ma deve diventare consapevolezza e cultura condivisa. Ho trovato particolarmente interessante il richiamo alle favole come strumento formativo: trasformare concetti complessi in narrazioni capaci di coinvolgere e lasciare un segno può rendere la formazione molto più efficace. Grazie per aver condiviso uno spunto così ricco di contenuti. Gabriele | |
| Rispondi Autore: GIANLUCA | 14/07/2026 (09:16:57) |
| Non giriamoci intorno e non raccontiamoci favole (giusto per rimanere in tema). Lasciamo stare pedagogia e simili. L'unica cosa che può funzionare è insegnare a scuola, fin dalle elementari, la sicurezza sul lavoro come materia cardine accanto a quelle tradizionali o, al massimo, all'interno di educazione civica ma insegnata come materia autonoma e non ridicolamente trasversale (insieme alla sicurezza stradale, al primo soccorso, alla prevenzione incendi, ecc., insomma a come essere un cittadino a 360°). A cosa può servire fare corsi e corsi con centinaia di ore a persone già adulte, con una propria cultura, personalità, esperienze, ecc. già formate in aula durante l'orario di lavoro? Iniziare seriamente dalle elementari, alternando in età più avanzata alternanza lavorativa, ci consegnerebbe ragazzi con una cultura della sicurezza già formata che, entrati nel mondo del lavoro, necessiterebbero solo di periodici, brevi, specifici e concreti, richiami. Allora sì che la verifica dell'apprendimento verrebbe fatta in concreto mentre lavorano. Ma, diciamoci la verità senza ipocrisie, gli infortuni servono a creare molti business che altrimenti cadrebbero. | |
| Rispondi Autore: Giuseppe Simonetta | 14/07/2026 (09:33:12) |
| Articolo bello e interessante. Il messagio è chiaro: le leggi e le norme le abbiamo già, e sono di buon livello, costruite in decenni di esperienza. Ci mancano però le storie, che attraverso le favole cambiano le persone. Infatti i comportamenti non cambiano con un art. di legge, ma con una narrazione che lascia il segno. E' fondamentale imparare a raccontare meglio le storie della sicurezza: una norma impone un obbligo, il racconto può convincere e diventare un comportamento | |
| Rispondi Autore: Antonietta Di Martino | 14/07/2026 (11:11:29) |
| Un articolo di grande valore, che coglie con lucidità una delle principali sfide della prevenzione: trasformare la formazione da semplice adempimento normativo a reale leva di crescita culturale e comportamentale. La sicurezza si costruisce attraverso consapevolezza, partecipazione e coinvolgimento delle persone, e questo articolo lo evidenzia con chiarezza ed efficacia. Non è un obiettivo facile da raggiungere e per questo sono importanti la riflessione sul tema e i contributi da parte di tutti coloro che operano nel campo della salute e sicurezza sul lavoro. Complimenti all'autore per la competenza, la sensibilità e la capacità di affrontare l'argomento con profondità e visione e per aver condiviso il suo pensiero. | |
| Rispondi Autore: Patrizio Tita Gallo | 14/07/2026 (11:25:09) |
| Articolo molto interessante, i paragoni possono essere interpretati come umorismo, ma fanno riflettere sulla realtà che si vive negli ambienti di lavoro e nella formazione professionale. | |