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Sicurezza: la securitas quale effetto del bene comune

Sicurezza: la securitas quale effetto del bene comune

Autore: Paolo Pieri

Categoria: Cultura della sicurezza

26/05/2021

Lo studio etimologico del termine sicurezza, tra iconografia, storiografia e letteratura, quale utile strumento di riflessione sulla costruzione e gestione della sicurezza degli ambienti di lavoro d’oggi.

 

'Securitas' era la dea romana che personificava la sicurezza, soprattutto quella dell'Impero Romano.

Veniva raffigurata sulle monete, spesso con le sembianze di una donna appoggiata ad una colonna, per infondere calma e tranquillità in senso propagandistico, soprattutto nei periodi più insicuri dell'Impero.

 

La solerte e talvolta disillusa perizia, che oggi permea il nostro lavoro quotidiano di consulenti che devono far raggiungere ad ogni committente l'obiettivo della sicurezza e della salute dei lavoratori e dei luoghi di lavoro, ruota testardamente intorno al termine latino 'securitas', composto dalla particella 'sine', che indica assenza, mancanza, e dal termine 'curae', che significa premura, attenzione, riguardo.

 

Già da questa premessa sull'etimologia della parola sicurezza, anche il lettore che aveva iniziato a leggere questo articolo con qualche riserva sarà rimasto sorpreso nel trovarsi a dedurre un significato fortemente negativo del termine latino ‘securitas’ dalla quale deriva, in quanto non aveva di certo mai inteso la sicurezza come mancanza di cura o di attenzione.

 

Qualche lettore, invece, dotato di una solida, se pur lontana, formazione umanistica nel frattempo inizierà a ricordarsi le parole con le quali Tacito aveva descritto nelle sue 'Historiae' il popolo di Roma, soggiogato da una terrificante guerra civile che nel 69 d.C. aveva reso la Capitale teatro di scontri violentissimi. Ogni strada era macchiata dal sangue dei partigiani di entrambe le fazioni ed i cadaveri erano ammassati ovunque, mentre la folla, il popolo, invece di inorridire davanti a tanta violenza, 'sine curae' continuava a seguire le gozzoviglie dei Saturnali.

 

Quindi in tale resoconto la 'securitas' sembra incarnare quella disattenta indifferenza che Tacito definisce 'inhumana securitas', quale disumana mancanza di ogni cura, fondata sull'assenza di ogni discernimento di bene o di male, capace di trascinare con sé ogni senso di responsabilità collettiva o individuale (Alessandra Sciurba).


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Ma continuando la ricerca dell'intimo significato desumibile dall'unione dei due termini 'sine' e 'curae', si può intelligere anche e soprattutto il concetto opposto, che poi è quello giunto sino ai giorni nostri: 'senza paura', cioè senza il timore di farsi male, se proprio vogliamo riferirci al nostro scenario professionale abituale.

 

Tuttavia il salto ai nostri giorni e al nostro lavoro di consulenti per la sicurezza dei lavoratori e dei luoghi di lavoro è forse ancora troppo lungo e magari arbitrario, ed è sicuramente più opportuno mediarlo passando dall'originaria tradizione culturale latina a quella medievale italiana, fermandoci in una delle città toscane che hanno aperto la via allo straordinario ed unico fenomeno del Rinascimento italiano: Siena.

 

Tra il 1287 e il 1355 Siena fu governata da nove persone elette ogni due mesi, senza possibilità di rinnovo del mandato.

 

Per dirlo con le parole della prof.ssa Mariella Carlotti, esperta di storia senese, era una forma di governo che garantiva un ricambio e una partecipazione al potere di tutta la città.

 

Il Governo dei Nove portò a termine il Duomo, realizzò la Piazza del Campo, che ancora oggi ha nove spicchi, e nel 1309 fece tradurre in volgare la Costituzione di Siena: fu indiscutibilmente il primo Governo al mondo che si dette una Costituzione nella lingua del popolo.

 

Il Governo dei Nove nel 1338 affidò al senese Ambrogio Lorenzetti il compito di affrescare le tre pareti di una stanza rettangolare del Palazzo Pubblico, detta 'Sala del Consiglio dei Nove' o 'Sala della Pace'.

 

Tali affreschi, nell'intento del pittore e dei suoi committenti, dovevano avere un chiaro significato didascalico e rappresentano inequivocabilmente una delle prime opere di carattere laico nella storia dell'arte medievale.

 

Compito degli affreschi era ispirare l'operato dei governatori e dei cittadini che si riunivano in queste sale, e si può sicuramente affermare che essi rappresentano nella storia dell'arte italiana la prima opera di contenuto non più solo religioso, ma anche politico e filosofico.

 

Il Lorenzetti, inoltre, non si limitò solo a dipingere gli edifici e i paesaggi fuori mura della propria città natale, o i cittadini e i contadini coronati da una serie di figure astratte antropomorfe con significati fortemente etici e pedagogici; aveva infatti pensato di sostenere e rimarcare il messaggio iconografico dell’opera pittorica con una canzone di sessantadue versi ripartiti in sei strofe che puntualmente descrivono gli scenari che man mano andava dipingendo.

 

In pratica il Lorenzetti ha anticipato di quasi settecento anni le slide composte da immagini e frasi concettuali che oggi utilizziamo nei nostri corsi di formazione sulla sicurezza.

 

Gli affreschi posti ad ispirazione e monito dei governatori e dei loro cittadini sono composti da 4 scene disposte sulle 3 pareti della Sala.

 

Sulla parete orientale, dove sorge il sole, si vedono la città di Siena e la sua campagna, popolate da abitanti dediti alle attività lavorative, produttive e di commercio, e alle attività culturali, e non lavorative quali il gioco, lo spettacolo danzante e il matrimonio, come in pratica è logico aspettarsi in una comunità pacifica e florida.

 

A tali immagini felici e brulicanti di umana operosità e diletto, che rappresentano il 'Bene Comune', si contrappone nella parete opposta, ad occidente dove tramonta e muore il sole, l'immagine allegorica del 'Bene Proprio', che si manifesta proprio quando il Potente, cioè chi comanda, ambisce al bene proprio divenendo un tiranno invece di prodigarsi per il bene comune, il bene della società civile. E allora la città scura e tetra è in rovina e piena di macerie, in quanto i suoi cittadini distruggono piuttosto che costruire, i delinquenti rubano, uccidono e gli innocenti vengono arrestati, le attività economiche sono miserabili. La campagna è incendiata, gli eserciti marciano verso le mura e in cielo vola il sinistro Timore.

 

Come non pensare, guardando ai nostri giorni e al nostro lavoro consulenziale, a quei imprenditori che si dedicano solo al raggiungimento del massimo profitto invece di investire nel miglioramento della sicurezza e della salute dei luoghi di lavoro.  Oppure ai fin troppo teorici organigrammi della sicurezza dove nella pratica operativa ciascuna figura sensibile persegue il proprio tornaconto invece di sentirsi parte di una squadra allenata e affiatata che deve saper intervenire a titolo sia preventivo che protettivo per il bene comune della propria comunità lavorativa.

 

Intanto al Tiranno dell'affresco posto a occidente, sormontato dalle sue tre attitudini peccaminose, l'Avarizia, la Superbia e la Vana Gloria, si contrappone nell'affresco positivo, posto ad oriente, il Governo virtuoso, dedito al Bene Comune, sostenuto dalle 3 Virtù Teologali della Fede, della Speranza e della Carità.

 

In questo gioco dicotomico dove il Bene è contrapposto al Male, la Pace alla Guerra, la Luce al Buio, troneggia una donna nuda e alata: è la Securitas.

 

Anche in questa immagine appare incisiva l'innovazione rispetto al passato, in quanto fino ad allora le nudità avevano avuto un significato negativo ed erano utilizzate solo per rappresentare le anime dei dannati.

 

 

Pure la Sicurezza persegue il messaggio dicotomico ricorrente che contraddistingue l'opera: mentre in una mano (la sinistra) sostiene un delinquente impiccato, simbolo di una giustizia implacabile, nell'altra (la destra) regge un confortante cartiglio che recita:

 

«Senza paura ogn’uom franco camini / e lavorando semini ciascuno / mentre che tal comuno / manterrà questa donna in signoria / ch’el alevata arei ogni balia».

 

La donna (Securitas) è mantenuta in signoria dall'uomo libero e senza paura, in quanto ai rei, agli ingiusti, è stato tolto ogni potere, ogni arbitrio; quindi la sicurezza, priva di ogni copertura e di ogni asperità, è nuda come la verità e come la bellezza della donna leggiadra raccontata da Michelangelo un secolo dopo nel sonetto che recita:

Non ha l’ottimo artista alcun concetto

c’un marmo solo in sé non circonscriva

col suo superchio, e solo a quello arriva

 la man che ubbidisce all’intelletto.

Il mal ch’io fuggo, e ’l ben ch’io mi prometto,

in te, donna leggiadra, altera e diva,

tal si nasconde; e perch’io più non viva,

contraria ho l’arte al disïato effetto [1].

 

L'ottimo scultore Michelangelo si rammarica che la sua arte non riesca a eliminare il male e a raggiungere il bene, che rimangono inscindibili nella bellezza altera dell’amata. Bene e male, quindi, coesistono nell’animo umano, ambivalente e inadeguato, così come, diremmo noi oggi. Allo stesso modo ci rammarichiamo quando non riusciamo a raggiungere la sicurezza comunque presente e nascosta negli scenari brulicanti di insicurezza nei quali ci troviamo a prestare la nostra consulenza.

 

Italo Calvino ha ideato una interessante risposta a beneficio di coloro i quali intendono perseverare nel tentativo di eliminare tale 'rammarico'; nel racconto tragicomico de 'Il Visconte dimezzato' il protagonista Medardo di Terralba viene colpito da una palla di cannone durante una delle epiche battaglie medievali tra Cristiani e Saraceni, e si ritrova diviso in due parti distinte: una metà che da subito risulta essere buona e una metà che invece si distingue per essere cattiva.

 

La sposa promessa cerca inutilmente di giungere a proficui compromessi con entrambe le parti, ma infine il matrimonio avviene però solo dopo la ricongiunzione risolutoria delle due parti.

 

Anche da questa fantasiosa immagine allegorica uscita dalla penna virtuosa e imprevedibile di Italo Calvino possiamo trarre un utile insegnamento pensando al nostro difficile percorso teso al raggiungimento della sicurezza totale, rileggendo proprio quello che Medardo si ritrova a dire al nipote:

 

<<Così si potesse dimezzare ogni cosa intera, […] così ognuno potesse uscire dalla sua ottusa e ignorante interezza. Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l’aria; credevo di veder tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso, e te l’auguro, ragazzo, capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa. E tu vorrai che tutto sia dimezzato e straziato a tua immagine, perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani.>> [2]

 

Quindi anche noi potremo analizzare le due parti contrapposte del nostro lavoro, la sicurezza, buona e positiva, e l'insicurezza, cattiva e negativa, cercando di percepirle e comprenderle in modo univoco allorché sono separate l'una dall'altra; ma in tal caso dovremo fare comunque delle complicate e pindariche astrazioni virtuali, in quanto la realtà è più complessa e rimarrà sempre un miscuglio di insicurezza e sicurezza in continua evoluzione.

 

La soluzione reale è quindi proprio quella dell'epilogo della storia del Visconte Medardo, dove alla fine le due metà tornano ad essere un individuo unico, ma arricchito dalla consapevolezza proveniente dalle esperienze fatte dalla parte destra e da quella sinistra quando in precedenza erano separate l'una dall'altra: <<Così mio zio Medardo ritornò uomo intero, né cattivo né buono, un miscuglio di cattiveria e bontà, cioè apparentemente non dissimile da quello ch’era prima di esser dimezzato. Ma aveva l’esperienza dell’una e l’altra metà rifuse insieme, perciò doveva essere ben saggio.>> [3]

 

Quindi se da una parte la sicurezza è la libertà di non avere paura, dall’altra talvolta rischiamo di imbrigliarla con misure ridondanti e pedisseque, al punto che, parafrasando a nostro uso e consumo il filosofo Norberto Bobbio, potremmo dire che sia meglio una sicurezza sempre in pericolo ma espansiva piuttosto che una sicurezza protetta ma incapace di svilupparsi. Solo la sicurezza in pericolo è capace di rinnovarsi. Una sicurezza incapace di rinnovarsi si trasforma presto o tardi in una nuova schiavitù.

 

Allo stesso modo i nostri Documenti di Valutazione dei Rischi saranno sempre in pericolo a causa del continuo evolversi degli eventi e delle situazioni, e dovremo essere sempre pronti a rinnovarli grazie alla percezione continua dei piccoli e grandi segnali che talvolta saremo in grado di prevedere e dai quali molto spesso dovremo invece proteggerci.

 

Se, dopo anni passati a dirimere l'insicurezza dilagante con l'effimera e cagionevole sicurezza, potremo finalmente dire di aver compreso l'equilibrio instabile e mutevole nel quale dobbiamo giocoforza muoverci nella nostra professione di consulenti della sicurezza, non dovrebbe sorprenderci la risposta che Marco Polo dà al Kublai Kan quando questi, nel libro 'Le città invisibili' di Italo Calvino, gli chiede verso quale futuro ci spingono i venti propizi: 

 

<<Per questi porti non saprei tracciare la rotta sulla carta né fissare la data dell’approdo. Alle volte mi basta uno scorcio che s’apre nel bel mezzo d’un paesaggio incongruo un affiorare di luci nella nebbia, il dialogo di due passanti che s’incontrano nel viavai, per pensare che da lì metterò assieme pezzo a pezzo la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d’istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie. Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla. Forse mentre noi parliamo sta affiorando sparsa entro i confini del tuo impero; puoi rintracciarla, ma a quel modo che t’ho detto.>>.

 

Ing. Paolo Pieri

 



[1] L’ottimo scultore non concepisce un’idea che il solo marmo non contenga già in sé, con la parte superflua, e la mano riesce a raggiungerla solo se ubbidisce al pensiero. Il male che io fuggo, e il bene che cerco, si nascondono così in te, donna leggiadra, altera e divina; ma la mia arte non giunge all’effetto desiderato perché io non possa continuare a vivere.

[2] Italo Calvino, “Il visconte dimezzato”, Oscar Mondatori, Arnoldo Mondatori Editore S.p.A., Milano, 1993.

[3] Italo Calvino, ibidem


Creative Commons License Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
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Rispondi Autore: Luca Lestingi - likes: 0
26/05/2021 (06:27:18)
Bravo complimenti. Per i contenuti non ho gli strumenti per dire, ma certamente il tema l'apprezzo molto! Bravo.
Rispondi Autore: Simone - likes: 0
26/05/2021 (23:04:06)
Complimenti per l'articolo, Ingegner Pieri.
Rispondi Autore: Laura - likes: 0
27/05/2021 (08:30:40)
Per tutti quelli che vedono un dualismo contrapposto fra la cultura tecnica e quella umanistica, l'autore di questo articolo dimostra di coniugare le sue competenze tecniche ai massimi livelli - che conosciamo - con riflessioni che rivelano la sua dimestichezza con la letteratura, l'arte e la filosofia, con effetti sorprendenti. Le sue considerazioni hanno una risonanza particolare per tutti coloro che si interessano di sicurezza (e non solo!) e invitano a un approfondimento di tutti i riferimenti citati: un arricchimento. Grazie!

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