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La correlazione tra età anagrafica e infortuni dei lavoratori

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All’interno della globale sottovalutazione del fenomeno infortunistico, e nella ancora molto diffusa mancanza di cultura della sicurezza, si è iniziato solo di recente a prendere in esame il particolare problema del rapporto tra invecchiamento e infortuni sul lavoro. Secondo le recenti statistiche INAIL, emerge il fatto che sia la frequenza infortunistica che la gravità tendono ad aumentare con l' età del lavoratore che rimane vittima, in modo più o meno grave, dell’infortunio stesso.

 

In particolare si evidenzia un picco evidente per i lavoratori di età uguale o superiore ai 65 anni.

Dal punto di vista del periodo di degenza dal momento dell’infortunio al momento di ripresa dell’attività lavorativa, si deve tenere conto delle capacità di ripresa dell’infortunato dal punto di vista fisico: spesso i lavoratori più anziani hanno bisogno di un periodo di recupero più lungo rispetto ai lavoratori più giovani, a causa dei vari cambiamenti fisiologici associati all’età, che inibiscono di conseguenza la capacità di guarigione dell’organismo. Particolare attenzione va poi riposta nel contesto lavorativo e nella sua organizzazione, ovvero vanno prese in considerazione le differenti mansioni dei lavoratori e quindi anche i rischi particolari connessi con le attività stesse. Sempre da un punto di vista fisiologico, è chiaro che i lavoratori più anziani possano essere maggiormente a rischio in relazione a certi specifici tipi di infortuni o malattie professionali, in particolare quelle che possono impattare sulla schiena, gli arti inferiori, l’udito, in cui la fragilità dell’apparato scheletrico, ipoacusie, etc.. sono fenomeni perfettamente normali e direttamente correlate con l’invecchiamento dell’organismo, indipendentemente dal tipo di attività lavorativa svolta dall’individuo. Questo comporta quindi che lavoratori di età differenti possano essere suscettibili o più o meno vulnerabili a differenti tipi specifici di infortunio.

 

Nelle statistiche prese in esame è da tenere presente che i dati raccolti a fronte di incidenti e/o infortuni, sono sempre frutto di una valutazione di tipo giuridico, che quindi tendono a tenere nascoste in prima battuta le differenze individuali dovute all’età, la condizione psico-fisica ed emotiva dell’infortunato al momento dell’evento, e in secondo luogo anche informazioni relative alle misure di prevenzione individuate dall’Organizzazione Aziendale.

 

 

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L’invecchiamento lavorativo dal punto di vista del lavoratore

Dal punto di vista del fattore umano, quale potrebbe essere la percezione della singola persona relativa al proprio invecchiamento? È possibile che nell’ambito di specifiche attività lavorative, i lavoratori più anziani possano essere messi a confronto con diverse difficoltà sempre più crescenti, correlate spesso con una diminuzione delle loro capacità fisiche. La domanda a questo punto è: i singoli lavoratori sono in grado di compensare in qualche modo questi “deficit” del loro organismo? Se l’attività, ad esempio, richiedesse specifiche capacità cognitive specializzate, gli individui sarebbero in grado di sfruttare le loro conoscenze tecniche a loro favore, e contrastare quindi il deterioramento delle loro abilità fisiche per l’esecuzione dei lavori? O parallelamente, come potrebbero reagire i singoli lavoratori più anziani, nel caso in cui l’esperienza nel settore lavorativo non possa più fungere da compensazione, lasciando quindi che le richieste derivanti dalla tipologia di lavoro e dall’Organizzazione Aziendale stessa effettivamente superino progressivamente le capacità di base del lavoratore?

 

Procediamo quindi a un’analisi di queste due possibili situazioni che si possono presentare, adottando la premessa che l’età anagrafica degli individui possa anche non rappresentare un indicatore universale del rapporto “invecchiamento-lavoro-infortuni”, tenendo presenti non solo le limitazioni dovute all’invecchiamento stesso e che possono agire sulle capacità individuali, ma anche un miglioramento delle performance lavorative dal punto di vista della qualità dell’esecuzione di un lavoro dal punto di vista tecnico e da una migliore gestione individuale del carico di lavoro e dell’individuale percezione del rischio, acquisiti attraverso l’esperienza.

 

Alcune attività lavorative possono essere indebolite dall’età in quanto le capacità tecniche individuali di base vengono superate dalle esigenze poste dal lavoro in modo più esteso; nel caso dei lavoratori più anziani, la loro esperienza non riesce più a compensare le limitazioni connesse con l’ avanzamento dell’età. Ciò potrebbe comportare che le performance siano negativamente condizionate, sia dal punto di vista tecnico che da quello emotivo-mentale, soprattutto nell’ambito di attività in cui viene richiesto un continuo e rapido processo formativo e informativo, unitamente ad attività e sforzi fisici frequenti  che richiedano un rapido cambiamento nell’ambito dell’esecuzione dei lavori e pertanto una necessità di un altrettanto rapido apprendimento di procedure aziendali e nuove funzionalità tecnologiche.

 

Ma mentre le abilità fisiche e di adattamento potrebbero tendere a diminuire con l’aumentare dell’età, l’efficienza lavorativa a livello globale, può in qualche modo rimanere invariata o addirittura accrescersi con l’aumentare dell’età? E se l’invecchiamento rappresentasse un fattore negativo delle performance lavorative solo in alcune tipologie di contesto lavorativo? Se invece si manifestasse un innalzamento delle performance lavorative attraverso l’acquisizione continua di esperienza su un luogo di lavoro o di una specifica mansione?

 

Forse perfino all’interno di uno stesso lavoro, l’avanzamento dell’età potrebbe avere effetti diversi sulla performance e quindi di conseguenza sulla sicurezza. Mentre da un lato alcuni lavoratori più anziani possano sentirsi indeboliti dal declino delle loro capacità di base, o addirittura mentalmente o fisicamente incapaci di rispondere alle richieste lavorative della loro Organizzazione di appartenenza, magari anche al punto di abbandonare le lavorazioni più difficili e pericolose, non possiamo escludere a priori che una selezione di lavoratori sempre in età avanzata sfrutti la propria capacità lavorativa alta come un buon esempio da fornire ai lavoratori più giovani; questo processo di auto-motivazione, non potrebbe essere visto anche come un accrescimento delle capacità mirato a lavorare in modo più sicuro?

 

Premesso inoltre che i lavoratori più anziani siano più soggetti a incidenti prevenibili grazie a una rapidità di riflessi, è altresì vero che gli stessi siano allo stesso modo soggetti a infortuni prevenibili con l’attenzione e una buona capacità di  valutazione della specifica situazione; la linea di confine tra l’esperienza e la troppa confidenza può essere molto, molto sottile, e spesso il passaggio da una combinazione benefica “età-esperienza” per il lavoratore dopo un certo periodo di tempo, diventa uno svantaggio quando si manifesta un calo della percezione del rischio connesso con l’attività lavorativa di interesse.

 

In moltissimi contesti, prevale ancora una cultura che tende a sottovalutare le misure di prevenzione adottate, e a prendere in carico gli eventi avversi quando ormai sono già successi; si può affermare con un certo margine di certezza che in moltissimi contesti lavorativi i lavoratori si affidano quasi alla fatalità degli eventi senza sentirsi parte dell’evoluzione organizzativa relativa alla sicurezza sui luoghi di lavoro. Eppure gli infortuni sono per lo più prevedibili, quindi, di conseguenza, evitabili, a differenza di altre possibili cause di invalidità quali le malattie cronico-degenerative.

 

Sempre da un punto di vista culturale, vi può essere la tendenza, da parte dei lavoratori più anziani, non solo alla sottovalutazione di situazioni di pericolo che potrebbero comportare, in seguito, un infortunio o comunque un evento avverso prevedibile, ma anche di non denunciare o segnalare all’Organizzazione Aziendale di riferimento gli infortuni molto lievi (che quindi si limitano all’apertura della Cassetta di Primo Soccorso, senza ulteriori conseguenze), in quanto vengono considerati eventi giornalieri standard e che quindi non devono assumere più di tanta importanza.

 

A fronte di quanto affermato, un processo di formazione relativo all’ invecchiamento aziendale unitamente alle diverse percezioni del rischio in base all’età anagrafica dei lavoratori, potrebbe essere una buona arma per stimolare i concetti di sicurezza e consapevolezza dei rischi e delle situazioni di pericolo all’interno del proprio ambiente di lavoro.

 

Massimo Servadio

Psicoterapeuta e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni, Esperto in Psicologia della Salute Organizzativa e Psicologia della Sicurezza lavorativa

 



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Rispondi Autore: Pier Giorgio ing. Confente
27/03/2018 (10:28:30)
La vita si sta prolungando e la percentuale di anziani sta aumentando. Bisogna affrontare la realtà con razionalità, scartando il riferimento ai "bei tempi" (mai esistiti se non per ristretti gruppi di lavoratori "privilegiati") di quando si andava in pensione da giovani è necessario modificare l'organizzazione complessiva del lavoro riservando i posti a minor dispendio fisico ai "vecchi".
Questa riorganizzazione è necessaria anche per dare un riferimento di vita dignitosa ai troppi vecchi che, in buona salute, vedo ciondolare da un bar all'altro con tendenze depressive sempre più marcate.
Saluti da un settantacinquenne che, fortunato, può graduare l'intensità e la fatica del proprio lavoro in base alle proprie capacità fisiche.

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