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Differenze di genere: una sfida culturale in materia di sicurezza

Differenze di genere: una sfida culturale in materia di sicurezza
07/11/2017: Un intervento si sofferma sul tema delle differenze di genere nei luoghi di lavoro. Le difficoltà della donna lavoratrice, la differenza tra sesso e genere, la valutazione del rischio in ottica di genere e gli infortuni in itinere.
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Malgrado l’Italia sia terzultima nelle statistiche europee sul tasso di occupazione femminile, ben sotto alla media di occupazione femminile in Europa, le donne “rappresentano una forza produttiva in crescita in tutti i paesi del mondo e in particolare nell’Unione Europea”. Ed è dunque necessario adottare “un approccio gender sensitive, ossia attento agli aspetti di genere”, cioè pensare alla donna “non semplicemente come ad un fattore produttivo aggiunto, ma come ad un motore di un cambiamento sistemico, che spinge ad una revisione dei modelli culturali ed organizzativi attualmente condivisi”.

 

A sottolinearlo, fornendo anche diversi dati sul tema dell’occupazione e dei rischi lavorativi al femminile, è un intervento dal titolo “ Differenze di genere: un'altra sfida culturale per il medico competente”, a cura della Prof.ssa Marina Musti (ASL Bari — SPESAL —Area Nord).

 

L’intervento si sofferma innanzitutto su alcune difficoltà per la donna lavoratrice:

- “conciliare attività lavorativa (con eventuale presenza di rischi professionali) con le attività extralavorative (domestiche, familiari);

- gravidanza, allattamento, e menopausa che possono interferire con il benessere psico-fisico della lavoratrice;

- fare carriera”.

E rimandando alla lettura integrale dell’intervento, che si sofferma ancora sul tema delle difficoltà di carriera tra le lavoratrici femminili e dei contratti atipici (“sono le donne le maggiori fruitrici” dei contratti atipici), la relatrice indica che dagli anni 90 si è aperto un dibattito teso a dimostrare:

- “che uomini e donne possono avere risposte diverse rispetto alla stessa esposizione a rischio; - che il lavoro familiare e di cura può avere ripercussioni sul versante della sicurezza al lavoro; - che una adeguata attenzione deve essere dedicata nell’individuazione dei mezzi di protezione anche in relazione agli utilizzatori dei medesimi”.  

 

E “proteggere senza discriminare” è un compito difficile.

Se ieri le prime leggi sulla protezione delle donne e dei fanciulli “avevano limitato le possibilità di accesso al mondo del lavoro”, oggi l’obiettivo è “quello di migliorare ed estendere le tutele e la prevenzione individuando gli elementi di differenza e sfavore e superandoli, senza creare ostacoli all’inserimento e alla permanenza delle donne nel mondo del lavoro”.

 

La Prof.essa Musti, dopo aver ricordato l’evoluzione normativa in materia di tutela della sicurezza e salute anche al femminile, torna sui diversi termini di “sesso” e “genere”: spesso la distinzione tra questi due ambiti “è così sfumata nella genesi di disturbi e patologie che è più opportuno considerare un complesso sistema sesso-genere (R. Biancheri 2012)”.

 

Queste alcune definizioni riportate nell’intervento:

- sex: “indica un insieme di caratteristiche legate al corredo genetico (caratteri biologici, fisici e anatomici) che distinguono il maschio dalla femmina;

- gender: distinto dal termine ‘sex’, il concetto di gender focalizza l’attenzione sulle costruzioni culturali che, rivestendo il patrimonio genetico di ognuno, danno vita allo status di uomo e di donna. L’identità di genere, al contrario di quella biologica, non è data una volta per tutte, ma è una variabile connessa alle rappresentazioni culturali che ogni society costruisce intorno alle differenze biologiche e pertanto suscettibile di cambiamento”; 

- sesso biologico: “appartenenza biologica al sesso maschile o femminile stabilita dai cromosomi sessuali, dagli ormoni e dagli organi genitali interni ed esterni;  

- identità di genere: si riferisce a significato psicologico del dato biologico riguarda cioè la percezione e identificazione primaria e profonda di sé come maschio o femmina (‘chi mi sento’);  

- ruolo di genere: “è l’insieme delle aspettative su come gli uomini e le donne si debbano comportare in una data cultura o periodo storico; si articola in precise regole più o meno tacite;  

- orientamento sessuale: “riguarda la relazione con gli altri (‘chi mi piace’, ‘verso chi vado’), e l’attrazione affettiva e sessuali per i membri dell’altro sesso (eterosessuali) del proprio (omosessuale) o di entrambi (bisessuale)”.  

 

E in relazione al tema della sicurezza si segnala che:

- “le differenze tra uomini e donne vengono occultate o ignorate;

- minore attenzione viene dedicata ad alcuni temi di ricerca che riguardano più da vicino le donne;

- il livello dei rischi a carico delle donne viene sottovalutato;

- si riduce la partecipazione delle donne ai processi decisionali legati alla salute e alla SSL in quanto non vengono adottati interventi per favorire il loro apporto;

- manca l’adozione delle soluzioni preventive genere specifiche”.  

 

È dunque importante una valutazione del rischio in ottica di genere che “non è solo fare riferimento alla salute riproduttiva”.  

 

Riguardo a questo tipo di valutazione si sottolinea che differenze di genere “possono per esempio determinare differenti modalità di assorbimento dei tossici”: i TLV (valore limite di soglia) e i VL sono “definiti e ponderati sul sesso maschile”.

E “anche il trasporto, il metabolismo e l'escrezione dei tossici possono essere influenzati: le donne hanno un peso medio più basso, una percentuale di grasso più alta, un volume plasmatico più basso e un flusso del sangue agli organi interessati più basso. Gli ormoni sessuali (estradiolo e testosterone) influiscono in tutte queste fasi”.  

Il benzene, per esempio, è escreto “sia per via respiratoria sia renale più lentamente nelle donne, il tricloroetilene (TCE) è eliminato più velocemente tra i maschi, mentre la concentrazione nel sangue è più elevata tra donne. Esistono quindi differenze nell’esposizione e negli effetti dei tossici tra maschi e femmine”.  

 

La relazione si sofferma anche sul altri aspetti connessi ai rischi in ottica di genere.

 

Si ricorda, infatti, come alcuni autori abbiano infatti evidenziato “come la risposta dell’organismo femminile all’utilizzo di attrezzature, nonché alla permanenza in luoghi e presso postazioni di lavoro concepite in base a parametri fisiologici prevalentemente riferiti ‘all’uomo medio’ (caratteristiche antropometriche, forza e resistenza muscolare, equilibro termico, stress, etc.), sia diversa in termini di disagio soggettivo e/o alterazioni patologiche, rispetto a quella maschile”. E vi sono poi una serie di malattie professionali che “colpiscono più frequentemente le donne (tendiniti, sindrome del tunnel carpale) a causa dell’impegno di gruppi muscolari più piccoli, ma anche più vulnerabili”. Inoltre le donne sono “più spesso soggette ad infezioni da agenti respiratori o trasmissibili per contagio interumano, soprattutto in ambienti ove c’è contatto con il pubblico”.  

 

Si segnalano poi i rischi di sovraccarico biomeccanico del rachide e degli arti superiori:

- posture erette mantenute a lungo (commesse, parrucchiere, insegnanti, …);

- movimentazione manuale dei carichi (agricoltura, manifatturiero, …);

- attività comportanti movimenti ripetitivi e posture incongrue degli arti superiori. 

Per non dimenticare, sempre in relazione alla valutazione del rischio in ottica di genere:

- “neoplasia professionali (sanità, farmaceutica, chimica, …);

- asma ed allergie respiratorie (sanità, pulizie, metalmeccanica, …);

- turnazioni (notturne in particolare)”.  

 

L’intervento, che riporta anche una tabella sulla relazione fra tumori, settori lavorativi e sostanze cancerogene in uso, si sofferma, infine, sul carico di lavoro domestico che è “spesso associato allo stress indicato come fonte di malattia per le donne in misura doppia rispetto agli uomini”. E fattori stressogeni legati al genere femminile “sono sicuramente le molestie sessuali, le violenze e le discriminazioni.  Le situazioni di stress possono essere anche causa di infortunio, sia sul lavoro che in itinere”.

 

E come ricordato anche in una intervista su PuntoSicuro, per la donna, tenendo conto del minore tasso di occupazione rispetto all’uomo, “la probabilità di subire un infortunio in itinere è superiore di ben il 50% rispetto a quella del collega maschio”. Infatti il percorso casa-lavoro-casa “rappresenta nella vita quotidiana della donna il segmento temporale in cui si concentrano tutte le problematiche e le difficoltà di conciliazione famiglia-lavoro con conseguenze sul piano della sicurezza”.

 

Concludiamo segnalando che l’intervento si sofferma poi anche su vari aspetti relativi alle differenze di genere in termini medici (malattie cardiovascolari, diabete, cardiopatia ischemica, malattie respiratorie, osteoporosi, depressione, …).  

 

 

RTM

 

 

Scarica il documento da cui è tratto l'articolo:

Differenze di genere: un'altra sfida culturale per il medico competente”, a cura della Prof.ssa Marina Musti - ASL Bari - SPESAL - Area Nord (formato PDF, 4.38 MB).

 

 

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Rispondi Autore: Avv. Lia Gugliotta
02/07/2019 (13:26:36)
Molto interessante l'individuazione in chiave esaustiva ma sintetica delle criticità connesse alle differenze di genere.

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