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Prime proposte emendative al Dlgs 81/2008

Prime proposte emendative al Dlgs 81/2008
Redazione
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 Normativa
08/11/2019: Approvato dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome un primo documento inviato ai lavori del "tavolo politico in materia di sicurezza sul lavoro" per individuare soluzioni concrete di semplificazione della normativa.
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La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome del 24 ottobre ha approvato un documento che il Presidente Stefano Bonaccini ha inviato al ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Nunzia Catalfo, e al ministro della Salute, Roberto Speranza, come "contributo" ai lavori del "tavolo politico in materia di sicurezza sul lavoro" (istituito presso il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, vedi anche "Regioni.it" del 15 ottobre e del 24 settembre).

 

Il documento che costituisce un primo contributo da portare all’attenzione del Tavolo per individuare soluzioni concrete che, nella direzione della semplificazione, possano dare risposte a contrastare il fenomeno delle morti sul lavoro.

 

Si riporta di seguito il testo integrale del documento.

Contributo delle Regioni e Province autonome al tavolo politico in materia di sicurezza sul lavoro

 

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Premessa

Le Regioni e le Province autonome esprimono apprezzamento per l’iniziativa dei Ministri del Lavoro e delle Politiche sociali e della Salute di costituire un tavolo di confronto articolato e aperto ai contributi e alle esperienze delle Istituzioni, delle Parti sociali e di tutti gli Stakeholders per individuare opportuni ed efficaci interventi da mettere in campo per contrastare il grave fenomeno degli incidenti e degli infortuni che si verificano sui luoghi di lavoro e che negli ultimi anni hanno conosciuto un marcato trend in aumento.

 

Le Regioni e le Province autonome apprezzano la volontà di riportare il tema della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro tra le priorità dell’agenda politica in una logica di forte collaborazione istituzionale per trovare insieme soluzioni concrete che nella direzione della semplificazione possano dare risposte idonee a contrastare il fenomeno delle morti sul lavoro che in questo momento conosce purtroppo una fase emergenziale.

 

Alla luce di quanto sopra, si pone quanto mai necessario adottare una Strategia Nazionale in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro in coerenza con il Quadro Strategico Europeo 2014-2020, che tenga conto anche delle progettualità che si stanno definendo congiuntamente tra Stato e Regioni nel nuovo Piano per la Prevenzione 2020-2025, con specifico riguardo ai progetti nazionali predefiniti negli ambiti di edilizia e agricoltura, e per l’esposizione al rischio relativo alle patologie da sovraccarico biomeccanico, stress lavoro correlato, tumori professionali.

 

Dal confronto con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con l’Inail e con le parti sociali presenti al tavolo istituito nell’ambito della Commissione consultiva permanente di cui all’art. 6 del d.lgs. 81/2008, si è trovata una convergenza sulla necessità di intervenire su alcuni aspetti dell’attuale sistema attuativo del d.lgs. 81/2008 ritenuti critici:

1. Garantire uniformità, omogeneità e razionalizzazione del quadro normativo

2. Assicurare un sistema di monitoraggio, controllo e vigilanza

3. Migliorare la qualità della formazione

 

Entrando nel merito, si ritiene di evidenziare che a garanzia della tutela del lavoratore è essenziale l'attività di controllo nelle imprese svolta dalle ASL, ovvero dal Sistema delle Regioni. Le ASL, controllano le imprese di ogni settore merceologico, pubblico e privato, garantendo il rispetto del relativo Livello Essenziale di Assistenza, ovvero il controllo nel 5% delle imprese attive. In concreto vigilano annualmente su circa 130.000-150.000 aziende con un totale di circa 150.000–200.000 controlli che comprendono ispezioni in loco, verifiche documentali, indagini di polizia giudiziaria ed assistenza.

Diversamente, la competenza ispettiva per la materia salute e sicurezza sul lavoro affidata, da disposto normativo, all'Ispettorato Nazionale del Lavoro è sostanzialmente limitata ai cantieri.

 

Fermo restando che la sovrapposizione tra gli interventi dell’ASL e dell’INL non costituisce criticità- giacché ove si verifica è residuale (gli INL, come già accennato, effettuano essenzialmente la verifica degli aspetti della formazione nei soli cantieri, stante la distinzione tra le competenze dei due organi di controllo), si ritiene di porre in via esclusiva la vigilanza sulla applicazione normativa in capo alle ASL, garantendo, in questo modo uniformità del quadro normativo.

 

Per assicurare un intervento modulato in attività di assistenza a quelle imprese che, pur avendo la motivazione alla prevenzione hanno un gap di capacità nell’applicazione di ulteriori misure di tutela - d’ordine tecnico, organizzativo e/o procedurale - per il miglioramento delle condizioni e dei requisiti di sicurezza sul lavoro, le ASL realizzano i Piani Mirati di Prevenzione. Con i Piani le ASL assistono - ovvero controllano - più imprese accomunate da un identico profilo di rischio, in un unico contesto organizzativo; in questo modo, peraltro, innalzano il grado di efficienza dei controlli compensando, per quanto possibile, la carenza ormai strutturata di organico (medici del lavoro, chimici, ingegneri, tecnici della prevenzione) che risulta essere diminuito nel periodo 2013- 2017 del 19%.

 

Detta carenza si manifesta in tutta la sua criticità laddove sul territorio si verificano emergenze naturali (ad esempio, in caso di terremoti) che richiedono l’impiego urgente di personale per esercitare il controllo non solo nelle imprese danneggiate, ma anche nei cantieri di ricostruzione edilizia.

 

Pertanto, è inderogabile sottolineare l’urgenza di potenziare gli organici dei Servizi ASL di tutela della salute e sicurezza sul lavoro. Parimenti, si ricorda l’importanza di utilizzare anche i proventi delle sanzioni irrogate alle imprese per la realizzazione di ulteriore attività di prevenzione per dare attuazione al disposto normativo.

 

 Nel merito delle misure per contrastare gli infortuni preme sottolineare la necessità di intervenire sulla formazione alla salute e sicurezza sul lavoro.

 

Una delle criticità ad oggi è rappresentata dalla mancanza di chiarezza in merito a chi siano effettivamente i soggetti formatori ope legis. Quelli accreditati dalle Regioni sono facilmente individuabili perché inseriti appunto nell’elenco degli enti accreditati, lo stesso non può dirsi per gli altri. Potrebbe essere individuato all’uopo un elenco nazionale. La proposta di istituire un sistema di accreditamento parallelo a quello esistente per l’erogazione della formazione in materia di salute e sicurezza, non si ritiene utile. Si potrebbe invece condividere un set di requisiti aggiuntivi/specifici per chi eroga formazione in materia di salute e sicurezza. Tali requisiti aggiuntivi potrebbero risiedere nel possesso da parte dei soggetti formatori di titoli di studio specifici e/o esperienza professionale maturata. Andrebbero chiarite altresì le tipologie di attestazioni finali (frequenza, qualifica, aggiornamento) e chi le rilascia, così da garantire omogeneità a livello nazionale e sostenibilità delle procedure.

 

Occorre altresì prevedere un idoneo sistema di monitoraggio, verifica e controllo circa l’operato dei soggetti formatori, al fine di consentire interventi correttivi sanzionatori certi e mirati in seguito ad accertate difformità nell’erogazione dei percorsi formativi sull’intero territorio nazionale.

 

Altro aspetto da approfondire potrebbe riguardare la necessità di regolamentare la professione del Responsabile e addetto a servizi di prevenzione e protezione (RSPP e ASPP), del Coordinatore alla Sicurezza nei cantieri in fase di esecuzione e in fase di progettazione (CSE e CSP), andando a definirne le competenze specifiche e di conseguenza creando un vincolo “esterno” anche per i soggetti formatori, che dovrebbero progettare l’organizzazione e l’erogazione della formazione insieme a questi professionisti. Inoltre, a vantaggio delle microimprese, laddove il datore di lavoro eserciti direttamente il ruolo di RSPP, occorre definire il profilo professionale del consulente alla SSL, figura oggi non definita dalla norma nazionale. Si ritiene, altresì, che, per alcune professionalità, il percorso formativo debba essere rivisto al fine di riconoscere che l’esecuzione di speciali mansioni lavorative deve essere considerata a tutti gli effetti una competenza riconosciuta, individuata previa partecipazione a percorsi formativi ovvero a percorsi di abilitazione. La regolamentazione dei suddetti profili professionali renderebbe possibile la creazione di un albo, garantendo qualità al relativo servizio.

 

In questo contesto è necessaria una norma nazionale che definisca in maniera cogente la rappresentatività all’interno degli Organismi Paritetici.

D’altra parte, più in generale si ritiene che sia fondamentale promuovere un approccio culturale alla materia di salute e sicurezza sul lavoro, anticipando già ai primi momenti formativi dello studente – lavoratore del domani – insegnamenti appositamente modulati sia al grado di apprendimento in tema di tutela della salute e della sicurezza che alla tipologia di scuola secondaria di secondo grado frequentata. In concreto, si tratterebbe di coinvolgere il sistema dell’istruzione per rendere la materia argomento trasversale ad ogni insegnamento. Peraltro una proposta potrebbe essere quella di inserire i moduli sulla sicurezza sui luoghi di lavoro nell’ambito delle nuove discipline di educazione civica, nelle scuole di ogni ordine e grado.

 

Altri ambiti di intervento sono rappresentati da: allineamento dei piani didattici dei corsi di Laurea per Tecnici della prevenzione, integrando moduli didattici tecnico-scientifici più ampi rispetto agli attuali a carattere prettamente sanitario e prevedendo master specificamente dedicati alla sicurezza e salute sui luoghi di lavoro; nonché la riqualificazione dei percorsi di aggiornamento del personale in servizio con funzioni di vigilanza e controllo per un maggiore interscambio e interazione.

 

Sul piano normativo, si rileva che gli Accordi sottoscritti in Conferenza Stato Regioni oggi vigenti hanno costruito in un decennio un apparato formativo che risulta inefficace perché basato sul principio di lezioni frontali ad adulti. La sua inefficacia rende vano l’impegno organizzativo e l’onere economico in capo alle imprese, inoltre si sottrae da interventi efficaci di controllo da parte degli organi di vigilanza e delle Regioni perché avulso da regole certe e da strumenti correttivi/repressivi. Pertanto è necessario pervenire ad un unico accordo in tema di formazione obbligatoria (titolo I del D.Lgs. 81/2008), con eventuali allegati per specifiche tipologie di formazione, che fissi requisiti e criteri univoci sugli elementi comuni e superi la frammentazione e poca sistematizzazione della materia.

 

Peraltro, si ritiene che si possa incrementare il grado di tutela dei lavoratori, anche prevedendo una premialità sotto forma di incentivi, finanziamenti e defiscalizzazione alle imprese “virtuose".

Parimenti è necessario prevedere disincentivi /sanzioni a carico delle imprese “non virtuose” ossia quelle in cui si sono verificati gravi infortuni o incidenti mortali a causa del mancato rispetto della normativa vigente in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

 

Infine, la complessità della materia salute e sicurezza sul lavoro rende inderogabile disporre di un sistema informativo nazionale che, nel rispetto della normativa nazionale sulla privacy, possa ricondurre ad un'unica anagrafica delle aziende i controlli su di queste effettuati allo scopo di discernere le imprese virtuose da quelle non ottemperanti. Detto sistema diverrebbe strumento per migliorare e perfezionare il coordinamento operativo tra i diversi soggetti preposti alla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, oltre che base per un'interazione su contenuti reali tra il Comitato di coordinamento ex art.5, Commissione consultiva permanente ex art. 6 e i Comitati regionali di coordinamento ex art. 7, tutti articoli del D.Lgs 81/2008. In questa logica, l’attivazione del SINP, ovvero il perfezionamento della sua architettura così come già condivisa all'interno del tavolo all’uopo costituito (vi partecipano le Regioni ed Inail), richiederebbe maggiore slancio e un governo più attento dei tempi e dei contenuti da parte del Ministero competente.

 

Allegato – Prime proposte emendative al Dlgs. 81/2008

 

Documento della Conferenza delle Regioni del 24 ottobre 2019: 

Contributo delle Regioni e Province autonome al tavolo politico in materia di sicurezza sul lavoro

 

Fonte: regioni.it


 


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Rispondi Autore: carmelo catanoso
08/11/2019 (09:35:21)
Tutto qua?
Ce ne sarebbero di cose da cambiare e migliorare in ciascuno dei Titoli in cui è strutturato il D. Lgs. n° 81/2008.
Rispondi Autore: RAFFAELE Giovanni
08/11/2019 (14:32:08)
Poveri noi….se le vostre proposte sono solo queste sopra esposte stiamo bene, ve ne sono di cose da fare, abbiate l'umiltà di confrontarvi con veri tecnici (ma di quelli che vanno con la borsa in giro) e soprattutto non medici (guarda caso l'unica anomalia in Europa) e poi vedrete quante cose si possono e potrebbero essere modificate. Vorrei evidenziare la vostra “ciliegina” …. Quella di reclamare la vigilanza solo per voi (regioni) togliendola all'INL , possibile che abbiate tanta paura ? Lo so che vorreste l'esclusiva, ma dovreste provate allora a togliere anche le competenze ai VV.FF. ai Carabinieri (che oramai si stanno piano piano impossessando della materia), ai Vigili Urbani che sempre più fanno prevenzione sulla sicurezza etc. etc. Ma la vostra preoccupazione e L'Ispettorato del Lavoro …!!.. poveri noi come sian ridotti . L’INL (da tutti bistrattato per volontà politica anche perché rimasto quasi orfano del Ministero) è forse l'unico Ente capace di fare vera vigilanza per centenaria esperienza sul campo, con competenza e visione a 360 ° (vedasi in edilizia) . Basterebbe scrutare i dati ufficiali per rendersene conto , andate a guardare quelli dell'INL che sono il triplo per risultati rispetto le ASL, ma raffrontateli però con la forza lavoro tra i due soggetti , …… mi fermo qui per non destare suscettibilità ai pochi tifosi delle regioni, potrei continuare all'infinito. Concludo affermando che anche presso le ASL, ci sono tantissimi tecnici validi e preparati (parlo di tecnici non medici) tra cui molti conosciuti anche di persona, nel contempo suggerirei di mandare nelle corsie degli ospedali i medici in forza agli SPISAL (vista la situazione generalizzata degli ospedali italiani ) e casomai assumere più ingegneri, architetti, chimici e poi anche i TdP , allora forse la situazione migliorerebbe un tantino, ma si sa che le poltrone fanno gola . Pazienza questa è l’Italia , W ancora l’Italia . Buona giornata a tutti . Scusate lo sfogo ma quando leggo cavolate ……..
Rispondi Autore: Pietro Temante
08/11/2019 (15:10:02)
Per la formazione basterebbe l'obbligo di inviare, preventivamente all'inizio del corso, l'elenco dei discenti alla ASL o a un ente preposto.
Stesso concetto per i cantieri. Obbligo di inviare, attraverso upload sul sito, all'Inail copia pdf dei POS, ecc.
Così, il fenomeno dei pezzoti avrebbe un grandissimo freno.
Inoltre, per svolgere l'attiva di RSPP o consulente in materia di sicurezza sul lavoro si dovrebbe essere almeno tecnici.
Sulle scuole di formazione regionale ho da ridire in quanto tra di esse ci sono una marea di tipografie degli attestati. Più che chi (come ente o meno) serve un sistema per tracciare la formazione e i discenti, tipo database ministeriale dove inserire la data inizio corsi e i discenti che hanno superato gli stessi. Finirebbe tutta sta storia.
Rispondi Autore: Massimo Peca
08/11/2019 (21:58:17)
Perchè i dati nazionali sull'attività di vigilanza degli SPSAL si sono fermati nel 2012?
Rispondi Autore: Claudio Petrelli
11/11/2019 (08:58:27)
Purtroppo le logiche corporative e di difesa da parte soprattutto di una categoria che poco, marginalmente o nulla in alcuni casi ha a che fare con i fenomeni infortunistici è semplicemente vergognoso. Ancora più grave non prendere atto che un'attività ispettiva effettuata da funzionari che ai occupano di sicurezza del lavoro senza tenere conto dei rapporti di lavoro all'interno del sito ispezionato (come tra l'altro previsto dall'art. 28 del TUSL) è un modello fallimentare soprattutto se nel territorio nazionale l'applicazione delle norme vi sono centinaia di modi differenti rispetto al territorio in cui operano le Asl. E questo al netto di tanti eccellenti operatori delle Asl che soffrono per primi questa impostazione.
Rispondi Autore: Francesco Marchese
11/11/2019 (11:58:52)
Ricordando la premessa del documento della Conferenza delle Regioni “per individuare opportuni ed efficaci interventi da mettere in campo per contrastare il grave fenomeno degli incidenti e degli infortuni che si verificano sui luoghi di lavoro e che negli ultimi anni hanno conosciuto un marcato trend in aumento”, esso si pone in netto contrasto con la proposta di voler dare la vigilanza in “esclusiva” alle ASL, togliendo di fatto il personale, già esiguo, sul campo (Ispettori del Lavoro, Carabinieri NIL, ecc.) che svolgono attività di contrasto al fenomeno degli infortuni. Facendo le opportune considerazioni tecniche e giuridiche, nel Testo Unico all’art. 13 comma 2 del D.Lgs. 81/08 - Vigilanza, alla lettera c) “ulteriori attività lavorative comportanti rischi particolarmente elevati, individuate con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri”, il legislatore vuole allargare la vigilanza degli Ispettori del Lavoro (cantieri, aria compressa e subacquei) ai settori dove si registrano RISCHI alti (già individuati nei Settori ATECO Rischi Alti) e da assegnare con ulteriore Decreto. Quindi la proposta delle Regioni che definirei “indecente” si pone in contrasto con la premessa di voler contrastare gli infortuni e contro l’indirizzo della LEGGE di voler opportunamente e giustamente allargare la vigilanza in quelle attività dove si registrano RISCHI Alti. Se dal punto di vista tecnico e giuridico non si giustifica tale proposta improponibile, mi chiedo se il motivo sia solo da addebitare ad una politica dei poteri che non ha niente a che fare con il contrasto agli infortuni anzi si vuole affermare a discapito dei morti sul lavoro.

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