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Prevenzione soggettiva del rischio: come formare con efficacia

03/08/2009: Educare alla sicurezza sul lavoro: il Sistema di Prevenzione Soggettiva e il D.Lgs, 81/2008. La formazione emancipatoria, la percezione del rischio, il processo di empowerment e la funzione della scuola.
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PuntoSicuro ha già presentato in un precedente articolo gli atti del convegnoDLgs 81/08 Unico Testo Normativo su Salute e Sicurezza: aspetti d’innovazione per i luoghi e le attrezzature di lavoro” che si è tenuto a Messina il 13 e 14 marzo 2009.
 
Da questo convegno, organizzato dall’Ispesl, continuiamo a estrapolare alcuni interventi che pensiamo possano essere di utilità ai nostri lettori.
 
 
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Un intervento in particolare entra in merito ai problemi della formazione e della creazione di una cultura condivisa della sicurezza.
Stiamo parlando dell’intervento “Educare alla sicurezza sul lavoro: il Sistema di Prevenzione Soggettiva”, di Antonina Santisi (Responsabile U.O. Formazione, Staff — Direzione Generale, AUSL 5 Messina).
 
L’autrice affronta, in relazione al Decreto legislativo 81/2008, “il tema dell'informazione e della formazione dei lavoratori sui rischi connessi allo svolgimento dell'attività lavorativa con l'obiettivo di porre l'attenzione sull'aspetto, soprattutto culturale, del passaggio da sistema di prevenzione antinfortunistica (cosiddetta ‘oggettiva’, fondata cioè su dispositivi meccanici di sicurezza), al sistema di prevenzione ‘soggettivo’, basata sull'autotutela e l'autopromozione di tutti i partecipanti al processo lavorativo- produttivo”.
 
In particolare si ricorda che “se il D.lgs 626/94 imponeva che ‘ciascun lavoratore’ ricevesse dal datore ‘un'adeguata informazione’ in materia antinfortunistica, il Testo Unico rafforza l'idea della ‘comprensibilità’ del contenuto dell'informazione, a garanzia dell'acquisizione delle relative conoscenze”.
Ad esempio quando l'informazione riguarda lavoratori immigrati, “questa deve avvenire previa verifica della comprensione e della lingua utilizzata nel percorso informativo”.
Ma non solo, l'informazione “richiede di essere diversificata, tenendo conto delle peculiarità del profilo professionale, dell'età, del grado di istruzione e dell'esperienza di lavoro del dipendente”: informazione e formazione per esser realmente emancipatorie, richiedono di essere "soggettivamente" orientate.
Infatti la formazione come momento di apprendimento “può essere considerata strumento reale per il cambiamento solo quando si traduce in presa di coscienza, individuale e collettiva. Da qui l'esigenza di comprendere e valutare quali siano le esigenze e le personalità dei lavoratori”.
 
Nel documento vengono anche sottolineate le peculiarità e diversità di informazione e formazione: “l'informazione è strumento della formazione, rivelandosi necessaria fase propedeutica dell'educazione alla sicurezza voluta dal legislatore comunitario e nazionale, ma non coincide con essa. Attraverso l'informazione si possono dare le indicazioni su determinate norme o circa il funzionamento dei dispositivi di sicurezza....ma è solo attraverso la formazione, intesa in senso emancipatorio e non teorico-pratico, che si può concretamente attivare il cambiamento nella mentalità dei lavoratori auspicato dalla normativa”.
 
Inoltre – continua l’autrice – “proprio perché finalizzata all'autotutela e all'autoverifica del lavoratore, la formazione non può esaurirsi in una attività puramente didattica, di formazione in aula, ma richiede l'integrazione con una fase dinamica, "esperienziale" (riflessioni sulla propria percezione e accettazione del rischio, esercitazioni sull'uso dei sistemi di sicurezza, simulazioni di situazioni di emergenza nell'ambiente di lavoro, etc..), nell'ottica di una relazione partecipativa che rende più autentico ogni tipo di apprendimento”.
Sono utili ad esempio tecniche di apprendimento attivo: discussioni, simulazione, lavori di gruppo, …
 
La sicurezza può, dunque, essere concepita “sia come una condizione obiettiva di mancanza di pericolo, sia come un atteggiamento soggettivo”.
In particolare “la sicurezza sul lavoro, in tal senso, si configura come mezzo per percepire, come modalità di mettersi in equilibrio con l'ambiente: è il sentimento delle operazioni d'adattamento all'ambiente (esterno ed interno) e, pertanto, non è raggiungibile solamente con la lotta al rischio”.
 
È dunque necessario attivare processi di informazione e formazione tendenti “ad aumentare i livelli di consapevolezza dei lavoratori sulla problematica della sicurezza sul lavoro e, quindi, di una informazione e formazione che utilizza la metodologia dell'empowerment individuale e delle organizzazioni”.
Se il termine empowerment esprime la “capacità di darsi autorità, come capacità di esercitare controllo sulla propria vita”, il processo di empowerment “chiama in gioco le competenze attive della persona che la rendono capace di esercitare un ‘realistico’ controllo sugli eventi e sulle situazioni in cui è coinvolta, di far fronte ai cambiamenti e di produrre essa stessa le condizioni di cambiamento”.
Questo processo nell’ambito della sicurezza nei luoghi di lavoro “si traduce nella capacità individuale, ed eventualmente di gruppo, di vedere quanto e che cosa in tema di rischio può essere utilizzato come risorsa, nella capacità di anticipare il pericolo infortunistico, di prendere iniziative e di esprimere autonomia gestionale”.
In questa modalità la formazione, intesa in senso emancipatorio, “previene la rappresentazione ‘fatalistica’ del rischio come qualcosa al di fuori della propria capacità di controllo e di dominio”.
 
Ma se l'empowerment fa bene alla sicurezza, la sicurezza deve cominciare ancora prima di entrare nel mondo del lavoro, deve cominciare dalla scuola.
Infatti alcune recenti indagini hanno rilevato che “soprattutto per i giovani maschi, il termine rischio si associa ad altri concetti ritenuti importanti per l'affermazione dell'individuo nel gruppo: coraggio, eccitazione, sfida, trasgressione, avventura”.
Ma questi studenti prima o poi diventeranno lavoratori, magari responsabili preposti alla sicurezza, dirigenti, datori di lavoro: è bene pensare a un’attività di “educazione e di formazione concreta sulla prevenzione che renda i giovani consapevoli dell'importanza di affrontare in modo corretto il problema del rischio sul lavoro”.
 
Infatti, conclude Santisi – “in molte scuole italiane sono stati avviati interessanti programmi di educazione alla sicurezza sul lavoro” e spesso la scuola è diventata una “palestra per la formazione alla sicurezza” e gli obblighi di legge sono stati assunti come opportunità didattica. In particolare gli allievi possono essere coinvolti nel Servizio di prevenzione degli istituti scolastici, magari realizzando la valutazione dei rischi di alcune attività,  elaborando procedure di sicurezza, visitando luoghi di lavoro e incontrando lavoratori che hanno vissuto il dramma degli infortuni sul lavoro.
Insomma la scuola e i contesti educativi “rappresentano il contesto ideale nel quale strutturare, articolare ed approfondire la cultura della autotutela”.
 
 
Educare alla sicurezza sul lavoro: il Sistema di Prevenzione Soggettiva”, di Antonina Santisi (Responsabile U.O. Formazione, Staff — Direzione Generale, AUSL 5 Messina), al Convegno “DLgs 81/08 Unico Testo Normativo su Salute e Sicurezza: aspetti d’innovazione per i luoghi e le attrezzature di lavoro”, pp. 10-17 (formato PDF, ? kB).
 
 
 
Tiziano Menduto



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