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Dispositivi di ancoraggio sulle coperture: una guida alla prevenzione

Redazione
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 Edilizia
29/01/2008: Per prevenire il rischio di caduta dall’alto durante i lavori di manutenzione sulla copertura di edifici, l’Asl e l’Inail della Provincia di Bergamo hanno pubblicato una guida per la progettazione, scelta e utilizzo dei dispositivi di ancoraggio.
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In questi ultimi anni si è assistito ad un incremento dell’installazione e dell’uso dei sistemi di ancoraggio nell’edilizia.
Modifiche ai regolamenti locali di igiene, leggi regionali e provinciali hanno infatti focalizzato l’attenzione su una delle cause più frequente e più gravi degli infortuni edili: le cadute dall’alto sia in fase di costruzione di edifici che in occasione di operazioni di manutenzione di coperture di edifici già realizzati.
 
La frequenza di questi incidenti ha spinto l’ASL e l’INAIL della provincia di Bergamo a realizzare una specifica pubblicazione dedicata ai dispositivi di ancoraggio sulle coperture per fornire a tutti gli operatori del settore edile uno strumento operativo che possa contribuire ad accrescere la cultura della prevenzione.
 
La prima parte della guida (126 pagine) è dedicata all’analisi del fenomeno infortunistico in Italia.
 
In Italia circa il 60% degli infortuni mortali e un migliaio di casi di inabilità permanente nel settore delle costruzioni è dovuto alle cadute dall’alto (dal tetto, da un terrazzo in costruzione, da un ponteggio senza parapetto, dal ciglio di uno scavo,…) e nella grandissima maggioranza dei casi l’infortunio si verifica non per fatalità, ma per il mancato rispetto di una o più misure di sicurezza.
 
Le prime leggi che si sono occupate di queste problematica risalgono agli anni ’50. Fin dal 1956 il DPR 164 ha introdotto l’obbligo di realizzare, in tutti i lavori eseguiti a oltre due metri di altezza dal suolo, apposite “misure di protezione collettive”.
 
Nel 1994 con il Decreto Legislativo n. 626, che ha innovato profondamente il concetto di prevenzione e igiene del lavoro, si prevede, ad integrazione delle “misure di protezione collettiva”, l’utilizzo dei cosiddetti “Dispositivi di Protezione Individuali” (DPI). Ad esempio imbracature di sicurezza, munite di una corda di trattenuta, a sua volta agganciata a un robusto ancoraggio fisso dell’edificio.
Una soluzione semplice ma con un grosso problema relativo al luogo dove agganciare le corde.
 
Da qui la necessità di installare, sui tetti degli edifici nuovi (o in caso di estese ristrutturazioni) “punti di ancoraggio” o “linee vita”, che costituiscono dei veri e propri “impianti di sicurezza” salvavita.
 
Il costo di tali impianti, rispetto al costo complessivo dell’opera o rispetto al rifacimento di un tetto, incide in misura poco rilevante ed è ben presto ammortizzato nei successivi interventi di manutenzione più rapidi e sicuri.
 
Dopo l’analisi del fenomeno infortunistico e la storia dei dispositivi di ancoraggio, la guida racconta in modo esaustivo quali siano i soggetti coinvolti nella progettazione, installazione e uso degli ancoraggi, e passa successivamente ad analizzarne le diverse tipologie, le scelte possibili e i sistemi di disposizione e fissaggio.
 
Infatti la parte più delicata dell’operato del progettista riguarda proprio la definizione del sistema da adottare, definizione che può avvenire in tre fasi principali:
scelta della modalità di accesso alla copertura;
• scelta e definizione della dislocazione dei dispositivi di ancoraggio;
• modalità di fissaggio dei dispositivi alla copertura.
 
 
 
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In generale, la scelta della tipologia di dispositivo viene effettuata in relazione alla conformazione della copertura.
 
Per le coperture piane la guida consiglia l'utilizzo di dispositivi collettivi, quali parapetti o balaustre di altezza non minore a 1,00 metri lungo tutto il perimetro della copertura.
 
Qualora si decidesse di predisporre un sistema di ancoraggio, la scelta può essere effettuata tra una linea vita (classe C della norma UNI EN 795), una rotaia di ancoraggio (classe D della norma UNI EN 795), una serie di dispositivi di ancoraggio strutturali (classe A1, UNI EN 795).
 
Per tetti inclinati, sia a falde che a volta, si può prevedere l’installazione di una serie di dispositivi di ancoraggio strutturali, progettati per il fissaggio a superfici verticali, orizzontali ed inclinate (classe A1), una serie di ganci da tetto (UNI EN 517) oppure una linea vita (classe C della norma UNI EN 795).
 
La guida affronta successivamente diversi esempi di progettazione (edifici rurali e edifici residenziali) e dà indicazioni per coloro che svolgono operazioni di manutenzione sulla copertura.
 
I manutentori sono tenuti a:
prendere visione della documentazione relativa al sistema, prestando particolare attenzione alla planimetria che riporta la posizione dell’accesso alla copertura, la dislocazione degli elementi del sistema di ancoraggio e gli eventuali percorsi da effettuare sulla copertura.
indossare gli adeguati dispositivi di protezione individuale;
effettuare l’ispezione visiva allo stato del sistema di ancoraggio prima del suo utilizzo.
 
La pubblicazione prende poi in esame alcuni elaborati grafici consegnati in sede di richiesta di permesso a costruire (inoltrata ai comuni) mettendo in risalto gli errori più riscontrati di posizionamento dei dispositivi.
 
L’allegato finale della guida comprende un’analisi della situazione locale bergamasca, con dati, esperienze e indicazioni normative.
 
 


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