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Una proposta per cambiare il servizio di prevenzione e protezione

Una proposta per cambiare il servizio di prevenzione e protezione
 
 RSPP, ASPP
22/02/2017: La proposta di un Servizio di Prevenzione e Protezione interno obbligatorio e l’idea di normare il numero di risorse umane necessarie. Un contributo per fotografare la situazione attuale e accennare alla proposta. Capitolo 1. A cura di Donato Eramo.
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Sappiamo che il D.Lgs. 81/2008 richiede che le risorse umane del Servizio di Prevenzione e Protezione siano in numero sufficiente rispetto alle caratteristiche dell'azienda e che responsabili e addetti posseggano capacità e requisiti professionali per il ruolo che devono svolgere e esperienza adeguata alla natura di tutti i rischi presenti sul luogo di lavoro.

Tuttavia al momento non c’è “nessun indirizzo, linee guida o buona prassi” sull’opportunità e la necessità “di un numero sufficiente ‘obbligatorio’ di risorse umane”.

Da qui la proposta - di un nostro lettore con grande esperienza di lavoro in materia di salute e sicurezza sul lavoro - di un Servizio di Prevenzione e Protezione interno obbligatorio e di “normare” un numero sufficiente di “risorse umane” del Servizio di Prevenzione e Protezione, ad integrazione delle attuali indicazioni fornite dal D.Lgs. 81/2008.

Una proposta che riceviamo e volentieri pubblichiamo in tre diverse parti perché sia adeguatamente argomentata e possa promuovere una discussione ed un confronto sul tema.

Questa prima parte presenta la situazione attuale e presenta brevemente la proposta, la seconda parte si soffermerà nel dettaglio delle criticità organizzative e gestionali e, infine, la terza parte descriverà nel dettaglio l’utilità e opportunità delle novità proposte.

 

 

I Sistemi o i Modelli Organizzativi e Gestionali hanno in comune un organigramma che graficamente rappresenta l’articolazione gerarchica e funzionale degli organi dell’Azienda che il D.Lgs. 81/2008 indica come il complesso della struttura organizzata dal Datore di Lavoro, pubblico o privato. L’organizzazione centrale è generalmente rappresentata da una piramide che vede al vertice il Datore di Lavoro, titolare dell’azienda, con poteri decisionali e di spesa, i Dirigenti, persone che attuano le direttive ricevute organizzando le attività lavorative e vigilando su di esse, i Preposti che sovraintendono le attività lavorative garantendone l’attuazione ed infine i Lavoratori che svolgono l’attività lavorativa per la produzione di beni o di servizi nell’ambito dell’organizzazione disegnata. Da questa struttura centrale si ripartono le varie funzioni e posizioni di lavoro, con i relativi compiti, incarichi, livelli e gradi di responsabilità che si devono integrare fra di loro per portare a termine la produzione di beni o di servizi in modo tale da assicurare efficacemente e qualitativamente l’intero processo dei sistemi produttivi disegnati.

 

In merito a questi Sistemi o Modelli, mentre il D.Lgs. 231/2001 richiede di identificare un idoneo “Modello di Organizzazione e di Gestione” che possa essere esimente della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni, i “Sistemi di Gestione della Sicurezza sul Lavoro (SGSL)” richiedono invece di sviluppare una serie di iniziative, quali l’informazione, la formazione, l’addestramento, la comunicazione, il diretto coinvolgimento del personale ed i compiti che ognuno deve svolgere all’interno dell’organizzazione aziendale ai fini della sicurezza sui luoghi di lavoro.

 

In questi ultimi anni però, l’esperienza ha visto che questi Modelli o Sistemi, concepiti come strumenti organizzativi e gestionali per l’applicazione concreta del D.Lgs. 81/2008, hanno presentato delle criticità.

 

Si è visto infatti che non sempre questi strumenti hanno assicurato in materia di Salute, Sicurezza sul Lavoro ed Ambiente, un abbattimento o una diminuzione significativa degli infortuni, delle malattie professionali, degli incidenti sul lavoro e, nei casi più gravi, degli infortuni mortali, le cosiddette “morti bianche”.

 

Anche la Pubblica Amministrazione ha registrato una serie di criticità in materia da parte della “Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, con particolare riguardo al sistema della tutela della salute e delle sicurezza nei luoghi di lavoro” che, tramite il complesso delle audizioni e degli atti istruttori compiuti, ha dimostrato come “la superficialità dei controlli, l’incuria e la trascuratezza della pubblica amministrazione insieme a lungaggini burocratiche e confusioni su competenze amministrative”, protrattesi per decenni, hanno aggravato gli effetti delle condizioni generali “in spregio a qualsiasi tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori ed il persistente gravissimo pericolo per la salute della popolazione che non può consentire dilazione alcuna da parte delle autorità competenti”.

 

Pertanto, quanto osservato in questi ultimi anni ha messo in evidenza che non sarà mai possibile che un modello o sistema possa evitare che tutto ciò non avvenga e garantire lo svolgimento delle attività produttive dell’azienda, in quanto si assiste invece sempre più ad un complicato sviluppo di livelli organizzativi e gerarchici - in particolare in aziende di medie e grandi dimensioni - che non riescono più a rispondere alla influenza delle dinamiche gestionali interne ed esterne, causando una variabilità di rapporti in azienda. Ciò comporta un continuo processo di integrazione organizzativa, sia in senso verticale che orizzontale, e un continuo adattamento delle risorse umane presenti in azienda, in termini di conoscenze, capacità, competenze ed esperienze, rispetto alle mutevoli condizioni e variazione dei “sottosistemi organizzativi” rispetto al “sistema organizzativo centrale” dell’azienda.

 

A parere dello scrivente, nell’ambito dei citati “sottosistemi organizzativi” una conoscenza ed uno sviluppo più mirato del “sottosistema in materia di Salute, Sicurezza sul Lavoro ed Ambiente” potrebbe invece avere l’obiettivo di contribuire non solo ad un miglioramento del cosiddetto benessere organizzativo aziendale, ma anche al miglioramento del coordinamento gestionale di quei soggetti dell’organizzazione che partecipano all’intero processo di valutazione dei tutti i rischi presenti in azienda.

 

La proposta di “normare” un numero sufficiente di “risorse umane” del Servizio di Prevenzione e Protezione, ad integrazione delle attuali indicazioni fornite dal D.Lgs. 81/2008, si inserisce in questo contesto, nel momento in cui nessun indirizzo, linee guida o buona prassi hanno canalizzato, fino ad oggi, la discussione riguardante l’opportunità e la necessità di un numero sufficiente “obbligatorio” di risorse umane per poter costituire, organizzare e gestire un Servizio di Prevenzione e Protezione, tale che possa essere in grado di rispondere con efficacia sia ai compiti assegnati dal Testo Unico, sia alla complessa normativa italiana vigente in materia di Salute, Sicurezza sul Lavoro ed Ambiente, sia ai continui indirizzi emessi dalla Comunità Europea e dagli Organismi internazionali.

 

Queste prime considerazioni hanno l’obiettivo di voler promuovere una discussione ed un confronto nell’ambito del previsto “Sistema di Promozione della Salute e Sicurezza” che il D.Lgs. 81/2008 identifica quale il “Complesso dei Soggetti Istituzionali” che concorrono, con la partecipazione delle “Parti Sociali”, alla realizzazione dei programmi di intervento finalizzati a miglioramento delle condizioni di Salute, Sicurezza sul Lavoro ed Ambiente.

 

Questa proposta, per essere valutata anche con un certa obiettività, deve poter essere messa in parallelo al previsto numero “obbligatorio” di Rappresentanti dei lavoratori per la Sicurezza richiesti dall’art. 47 comma 7 del D.Lgs. 81/2008 che, sulla base del numero di lavoratori presenti in azienda, prevede:

a) un rappresentante nelle aziende ovvero unità produttive sino a 200 lavoratori;

b) tre rappresentanti nelle aziende ovvero unità produttive da 201 a 1.000 lavoratori;

c) sei rappresentanti in tutte le altre aziende o unità produttive oltre i 1.000 lavoratori.

In tali aziende il numero dei rappresentanti è aumentato nella misura individuata dagli accordi interconfederali o dalla contrattazione collettiva.

 

Il “confronto”, a parere dello scrivente, è necessario ed opportuno, in quanto si dovrebbe valutare della efficacia dei risultati che potenzialmente si potevano raggiungere in questi ultimi trent’anni, in aziende di piccole, medie e grandi dimensioni, se i “Soggetti Istituzionali” preposti, con la partecipazione delle “Parti Sociali”, avessero reso “obbligatorio”, in parallelo al citato numero di Rappresentanti dei lavoratori per la Sicurezza, anche un numero sufficiente di “risorse umane” del Servizio di prevenzione e protezione tale che “oggi” potessimo avere, sulla base del numero di lavoratori presenti in azienda, un Servizio di prevenzione e protezione così articolato:

a) un Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione nelle aziende ovvero unità produttive sino a 200 lavoratori;

b) un responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione e due addetti al Servizio di Prevenzione e Protezione nelle aziende ovvero unità produttive da 201 a 1.000 lavoratori;

c) un responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione e cinque addetti al Servizio di Prevenzione e Protezione nelle aziende ovvero unità produttive oltre i 1.000 lavoratori”.

 

Questa “provocazione” potrebbe sembrare, a prima vista, priva di fondamento, in quanto mettere sullo stesso piano la pari obbligatorietà di un numero sufficiente di “risorse umane” del Servizio di Prevenzione e Protezione rispetto a quelle dei Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, potrebbe destare molte perplessità alla discussione o escluderla completamente.

 

Per contro, se si considera che i “Soggetti Istituzionali”, con la partecipazione delle “Parti Sociali”, hanno reso invece obbligatorio un Servizio di Prevenzione e Protezione interno in aziende con rilevanti rischi industriali, previste dall’art. 31 comma 6 D.Lgs. 81/2008 (vedi le Centrali Termoelettriche, le Aziende di esplosivi e munizioni, le Aziende con oltre 200 lavoratori, le Aziende estrattive con oltre 50 lavoratori, nelle strutture di ricovero e cure pubbliche e private con oltre 50 lavoratori ed altre attività industriali) l’analogia è oggettivamente pertinente in particolare se la “proposta” viene messa in relazione, oltre alle già accennate “criticità”, anche ad altre criticità organizzative e gestionali che l’applicazione concreta del Testo Unico comporta, non trascurando i collegamenti alle Direttive emesse in materia da parte della Comunità Europea .

 

Queste criticità – emerse ed analizzate da parte dello scrivente dopo molti anni di esperienza diretta sul campo, in particolare come Dirigente d’Azienda Industriale e molte ore di formazione in aula - riguardano in primo luogo le tematiche secondo le quali il Servizio di prevenzione e protezione deve essere dimensionato non solo rispetto al numero di lavoratori presenti, ma anche rispetto al numero di Stabilimenti presenti in Aziende di medie e grandi dimensioni, o al numero di Plessi scolastici come per le Scuole, o per numero di Filiali e Agenzie come per le Banche, o per numero di Sedi o Unità Operative, o per numero di ore di formazione obbligatoria annuale e cosi via, tanto per citate alcuni esempi.

 

In secondo luogo c’è da prendere atto che l’Italia è storicamente in ritardo ed in un certo qual modo isolata dal contesto dei Paesi della Comunità Europea in materia di Salute, Sicurezza sul Lavoro ed Ambiente, per le note sanzioni comminate causa i ritardi per il recepimento delle Direttive (vedi D.Lgs. 626/1994 e lo stesso D.Lgs. 81/2008), mentre un confronto con altre pari normative vigenti in materia nei Paesi della Comunità Europea, ma più in particolare con alcuni dei principali Paesi come la Germania, la Francia e la Spagna (non trascurando la Gran Bretagna, dopo la Brexit, e gli Stati Uniti d’America), consentirebbe una mirata discussione ed un confronto per capire come viene organizzato, strutturato e gestito un Servizio di Prevenzione e Protezione in funzione delle caratteristiche lavorative delle aziende industriali, in particolare quelle attività per la produzione di beni e servizi a basso, medio ed alto rischio.

 

In terzo luogo, infine, le criticità riguardano le politiche in materia di Salute, Sicurezza sul Lavoro ed Ambiente che devono essere emesse dal Datore di Lavoro - in particolare in aziende di medie e grandi dimensioni – ma che non sempre si muovono nella direzione del pieno coinvolgimento e responsabilizzazione effettiva di tutti i soggetti obbligati agli adempimenti, quali i Dirigenti, i Preposti, i Lavoratori, i Medici Competenti, i Responsabili e gli Addetti alServizio di Prevenzione e Protezione, gli Enti ed i Professionisti Specialisti di Funzione, i Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza ed altri soggetti, interni o esterni, coinvolti nel processo di valutazione di tutti i rischi presenti in azienda, quali, per esempio, i Manutentori, i Progettisti, gli Installatori e altri soggetti. Inoltre, queste politiche hanno la tendenza a vedere distinte e separate la funzione Salute, la funzione Sicurezza sul Lavoro e la funzione Ambiente che non consentono quasi mai una visione di insieme, necessaria invece al Datore di Lavoro - supportato da un Ente di Staff specialistico come il Servizio di Prevenzione e Protezione - per conseguire quei noti obiettivi aziendali riguardanti la riduzione degli infortuni, delle malattie professionali, degli incidenti sul lavoro, degli infortuni mortali. In merito, non sono da sottovalutare anche i Costi Totali sostenuti in materia di Salute, Sicurezza sul Lavoro ed Ambiente di cui di seguito si farà cenno.

 

 

Donato ERAMO

Dirigente d’Azienda Industriale già Director Occupational Safety - RSPP e Formatore per la Sicurezza RPA AIFOS

 

NB: Questa è la prima parte della proposta relativa ad un Servizio di Prevenzione e Protezione interno obbligatorio. La seconda e la terza parte saranno pubblicate nei prossimi giorni.



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Commenti:


Rispondi Autore: Enzo Raneri22/02/2017 (07:11:32)
Ad una prima lettura di questa prima parte, sembra che sia preferita una dimensione "quantitativa", piuttosto che qualitativa, nel processo di costituzione del Servizio di Prevenzione e Protezione.
Il problema non può essere dato dalla mancata internalizzazione del Servizio, atteso che spesso sono proprio le risorse esterne che possono immettere nel flusso gestionale quelle novità che all'interno rischierebbero di rimanere tarpate da una Direzione miope.
Direi che il problema degli scarsi risultati in materia di prevenzione degli infortuni sta sopratutto nella scarsa cultura aziendale che relega la sicurezza sul lavoro ai margini delle contingenze (quando ormai è troppo tardi): potrebbe essere più serio porre l'enfasi sulla necessità di una preparazione più completa delle capacità gestionali dei Datori di Lavoro, dei Dirigenti e dei Preposti, con programmi di formazione più mirati e legati ai rischi individuati nel DVR, da effettuarsi obbligatoriamente presso strutture pubbliche di formazione (vedi il modello Germania), alle quale accedere secondo i vari bisogni.
L'RSPP quindi resterebbe come consulente che supporta il Datore di LAvoro per valutare i rischi e per definire le scelte dei pacchetti formativi necessari a gestire quei rischi
Così il Datore di LAvoro si dovrebbe abituare ad immettere nel lavoro solo Lavoratori realmente formati
L'RSPP sarebbe chiamato solo dal Datore di LAvoro ad intervenire nel caso di cui all'articolo 18 comma 2 del D.Lgs. n.81/2008 (di modifiche significative), evitando così di "dirottare" le responsabilità dalla "line" aziendale sull'incolpevole RSPP.
Quest'ultimo però, dovendo rispondere di quello che scrive, dovrebbe essere più formato a sua volta: oggi si assiste a neolaureati (o meno)che con la semplice frequenza di un corso di sedici ore, vengono ammessi ad esercitare tale ruolo, con conseguenze spesso disastrose, peraltro sempre meno remunerate.
Rispondi Autore: Frank Vella22/02/2017 (08:26:19)
Sono pienamente d'accordo con il sig.Raneri!!! Il vero problema della sicurezza sono i Datori di Lavoro che stranamente non hanno nessun obbligo di formazione, ignorando completamente la materia. Poi lasciamo perdere il capitolo remunerazione sempre peggio... W l'Italia.
Rispondi Autore: Giovanni Ceccanti22/02/2017 (08:57:26)
Concordo con tutti, la questione ha innumerevoli sfaccettature irrisolte.
Il RSPP non è il responsabile della sicurezza e nella vlautazione dei rischi non si può pensare di dover valutare le cose più disparate che non hanno attinenza con la sicurezza e salute sul lavoro (es: privacy, attacchi terroristici,rischio clinico ecc).
Per esperienza diretta posso asserire che 5 ASPP oltre i 1000 lavoratori sono insufficienti. La definizione del numero dovrebbe prendere in considerazione molte variabili (numero edifici, sedi diverse, la varaiblità delle attività svolte, la tipologia dei lavoraori, ecc) . La composizione della "squadra" non può essere solo un parametro numerico ma anche qualitativo-professionale per potersi avvalere di un insieme multidisciplinare. Avvalersi di esperti esterni a supporto e completamento del SPP è una scelta sensata.
Rispondi Autore: Massimo Tedone22/02/2017 (09:08:09)
Indubbiamente un adeguato numero di componenti del SPPR non sarebbe cosa sbagliata se pensiamo ad aziende complesse ovvero con più siti; per fare un esempio pratico direi uazienda di TPL; anche perchè è quasi impossibile che un RSPP conosca perfettamente sia i vari luoghi di lavoro sia i processi produttivi (questo termine lo cambierei in diverse attività ..... giusto perchè siamo in italia e un'azienda TPL non produce nulla, a parte un deficit).
Ma il problema principale che io vedo, e che in passato ho provato a spiegare, è quello che molti RSPP pensano di avere una sorta di bibbia in mano, non accettano alcun contradittorio, per non parlare poi di molti datori di lavoro che pensano solo a risparmiare sui costi.
Direi comunque che siamo sulla buona strada per provare a proporre delle novità e magari cambiare, in meglio, il mondo del lavoro ma deve esserci un vero coinvolgimento da parte di tutti.
Rispondi Autore: Massimo Braghieri22/02/2017 (09:43:02)
Concordo con Raneri sul fatto che il valore di un'attività non può essere misurato solo con il numero di addetti incaricati.
Infatti gli specialisti esterni (consulenti) risultano fondamentali rispetto a soluzioni integralmente interne in quanto portano esperienze e confronti con altre realtà che una soluzione interna, magari in aziende medio-piccole, non si riescono ad avere.
Il vero problema sta invece nella cultura della Direzione, nel fatto che accetti di porre il Servizio di Prevenzione e Protezione allo stesso livello del resto del Management, di coinvolgerlo preventivamente nella progettazione dei cambiamenti organizzativi, ecc.
Purtroppo invece vige nell'imprenditoria italiana il falso mito della flessibilità ad ogni costo, al non progettare un cambiamento ma a gestirne a posteriori gli effetti. Gli italiani sono maestri del Problem Solving, fino al limite di sperare di avere dei problemi da risolvere per dimostrare di essere bravi in questa pratica: non riusciamo invece a capire che è decisamente meglio non avere problemi da risolvere, e questo lo si può ottenere solo con competenze, progettazione e programmazione, con il continuo mettersi in discussione.
Occorrerebbe anche, per migliorare l'efficacia della sicurezza in azienda, adottare un sistema duale sanzionatorio/premiante che vada oltre a quanto previsto dal contratto di lavoro.
Rispondi Autore: Antonio Balzani22/02/2017 (12:16:30)
non entro nel merito attendendo le altre parti della proposta. Ritengo tuttavia che l'istituzione di un albo nazionale dei RSPP possa agevolarne l'attività e la presenza consulenziale importante. Ritengo altresì che l'internalizzazione del servizio, assistito da un RSPP consulente specialistico e molto capace esterno che effettui audit costanti e suggerisca ulteriori interventi sia una strada da percorrere.
Rispondi Autore: MG22/02/2017 (12:17:27)
Trovo utopistico e fuori luogo pensare di pareggiare il numero di componenti del SPP in base al numero di teste presenti in azienda... Le complessità di gestione non sono date da quante persone lavorano ma anche dalla complessità dell'azienda (inteso come attività svolta). Gli RLS sono dei portavoce e dei verificatori con la complessità del lavoro che devono portare avanti gli RSPP e gli ASPP non c'è paragone... mettere dei limiti fissi (quelli indicati in articolo poi..) farebbe calare maggiormente la sicurezza non distinguendo tra aziende a rischio basso medio e alto i datori si conformerebbero per la maggior parte alla "minore spesa possibile" lo sappiamo tutti inutile girarci intorno e far finta di niente...
Rispondi Autore: mauro tripiciano22/02/2017 (12:50:43)
La responsabilità per la sicurezza deve essere chiaramente gerarchica, quindi lavoratore/preposto/capi intermedi/Datore di Lavoro. Il RSPP è staff e le dimensioni del SPP dipendono da come si integra con le altre funzioni aziendali (HR, Produzione ecc.)e da quanta operatività si vuole appaltare all'esterno. Il RSPP deve comunque garantire l'aggiornamento normativo e culturale dell'organizzazione e quindi deve avere alimentazione esterna, in proprio o tramite consulenti.
Rispondi Autore: Riccardo Basso R.S.P.P.22/02/2017 (17:28:09)
Come al solito si discute del nulla! Per me il problema non è un R.S.P.P. in più o in meno, uno interno o uno esterno, il problema è che la competitività del mercato del lavoro passa anche (ed in certi casi direi "soprattutto") dalla gestione della sicurezza sul lavoro all'interno di un'azienda, pertanto, o le regole valgono per tutti in egual misura (pur tuttavia in modo proporzionale alle dimensioni aziendali), o ci si trova a dover competere con aziende che non spendono un euro in sicurezza (pur ammesso e non concesso che le regole sono troppe e nessuno le vuole semplificare!).
L'unico vero problema è la mancanza di regole certe per quanto riguarda il mercato del lavoro a livello globale, non solo nazionale o europeo, altrimenti di questo passo ci si trova a dover competere tra fuorilegge per sopravvivere e lavorare, mettendo in secondo piano, come sempre (erroneamente), la sicurezza sul lavoro!
Questa... è una mia personale opinione!
Rispondi Autore: Antonio Nocco08/03/2017 (10:08:14)
il responsabile RSPP dovrebbe essere sempre interno in quanto è la persona che vive direttamente i rischi reali connessi con l'attività e dovrebbe essere supportato obbligatoriamente dall'ADDETTO al S.P.P. obbligatoriamente anche sulla base della classificazione del rischio e non solo del numero dei dipendenti.

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