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L’ergonomia: il grimaldello per il benessere fisico, psichico e sociale

L’ergonomia: il grimaldello per il benessere fisico, psichico e sociale
20/09/2019: Cosa riguarda l’ergonomia? Perché è importante tenerne conto nei luoghi di lavoro? E come farlo? Ne parliamo con Luigi Dal Cason, medico competente, ergonomo e segretario nazionale della Società Italiana di Ergonomia.
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Bergamo, 20 Set – Troppo spesso si tende a considerare l’ergonomia come una scienza che si occupa, in ambito lavorativo, solo dei disturbi muscolo-scheletrici o dei problemi correlati alle posture.

In realtà anche se è vero che i disturbi muscolo-scheletrici sono da tempo i primi in classifica tra le malattie professionali riconosciute da parte dell'Inail, esistono molti altri ambiti ergonomici meno conosciuti e, dunque, poco considerati nei luoghi di lavoro.

 

Cosa è veramente l’ergonomia? E perché è importante tenerne conto nei luoghi di lavoro?

Quali sono le norme che ne parlano direttamente? Ci sono delle differenze di genere in relazione alle patologie ergonomiche? E lo stress può dipendere da carenze ergonomiche?

Si pensa all’ergonomia nelle aziende? Che rapporto c’è tra organizzazione ed ergonomia? E cosa dovrebbero fare i medici competenti?

 

Per rispondere a queste domanda abbiamo intervistato, durante la manifestazione Safety Expo 2019, Luigi Dal Cason, medico competente, specialista in medicina del lavoro ed igiene industriale, ergonomo e segretario nazionale della Società Italiana di Ergonomia e Fattori Umani ( SIE). Un esperto in materia di salute nei luoghi di lavoro che i nostri lettori conosceranno anche attraverso i tanti articoli e documenti da lui pubblicati per supportare il lavoro dei medici competenti.

 

Luigi Dal Cason, che era a Safety Expo per presentare, come SIE, un incontro dal titolo “Ergonomia dell’organizzazione: salute, sicurezza e nuove tecnologie”, ci permetterà di conoscere molti ambiti meno conosciuti dell’ ergonomia, come, ad esempio, l’ergonomia della psiche e della persona, l'ergonomia delle strutture e dell’organizzazione o l'ergonomia delle relazioni aziendali. Ambiti importanti perché, come da lui ricordato, l’ergonomia può essere il giusto grimaldello per migliorare lo stato di benessere fisico, psichico e sociale nei luoghi di lavoro. Senza dimenticare poi che per il prossimo triennio la campagna dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro sarà incentrata su disturbi muscolo-scheletrici e sul sovraccarico biomeccanico.

 

L’intervista si sofferma su vari argomenti:



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Come sempre diamo ai nostri lettori la possibilità di ascoltare integralmente l’intervista e/o di leggerne una parziale trascrizione.

 

 

L’intervista a Luigi Dal Cason

 

L’importanza dell’ergonomia per il benessere fisico, psichico e sociale

Parliamo con Luigi Dal Cason, specialista in medicina del lavoro ed igiene industriale, ergonomo e segretario nazionale della SIE da qualche anno. Da quanto tempo è segretario?

 

Luigi Dal Cason: In realtà da quest'ultimo anno: l'incarico è per tre anni, ho accettato questa piccola sfida anche alla mia veneranda età ormai per cercare di aiutare la società di ergonomia a entrare nel mondo reale il più possibile; rilanciando o lanciando l'ergonomia in contesti nuovi o comunque valorizzando quelli già conosciuti (…).

 

In ogni caso questa sua scelta fa pensare che lei ritenga che l'ergonomia sia un fattore importante per la salute nel mondo del lavoro, un fattore forse non abbastanza o non sufficientemente considerato. Ricordiamo che importanza ha l'ergonomia e ricordiamo anche che cos'è l'ergonomia… Anche perché spesso si tende a pensare all'ergonomia solamente per quelli che sono i classici disturbi muscolo-scheletrici…

 

L.D.C.: Direi che è in Italia abbiamo la fortuna di partire anche da molto lontano perché la prima clinica del Lavoro fu fondata da Devoto all'inizio del ‘900, nel 1906 a Milano, e il motto del Professor Devoto non era rivolto alla clinica dei lavoratori, ma alla clinica del lavoro perché il malato è il lavoro. E se si cura il lavoro, il lavoratore non potrà ammalarsi. Su questo principio, un po’ perso nel tempo dalla sorveglianza sanitaria più classica o forse più becera, l'ergonomia si va a incastrare perfettamente perché devi intervenire nel migliorare le condizioni di lavoro, nell’adattare il lavoro all'uomo e non far sì che sia l'uomo a doversi sempre e comunque adattare al lavoro, alle macchine, all'attrezzatura, al luogo e anche al rapporto tra le persone.

 

In questo senso, parlando dei possibili effetti antiergonomici sulla salute della persona, è vero che i disturbi muscolo scheletrici sono i primi in classifica anche nelle denunce, nei riconoscimenti da parte dell'Inail, come malattie professionali, è vero che c’è una sensibilità mondiale - il prossimo triennio 2020-2022 sarà il triennio dedicato dell'Agenzia Europea proprio ai disturbi muscolo-scheletrici e al sovraccarico biomeccanico. Quindi la sensibilità su questo argomento c'è sicuramente.

 

Quello che c’è meno è forse la ergonomia della psiche e della persona: tra gli ergonomi ci sono dei medici, ma ci sono degli psicologi, ci sono dei sociologi. Poi c’è l'ergonomia delle strutture: ci sono degli ingegneri e degli architetti. L’ergonomia ha proprio questa sfaccettatura, per cui al danno fisico andiamo anche a inserire il danno psichico e il danno sociale.

Se ricordiamo la definizione dell’OMS di salute, la salute è uno stato di benessere fisico, psichico e sociale. L’ergonomia, per quanto ne penso io e ne pensiamo tra di noi ergonomi, è il grimaldello per riuscire a fare questo.

 

La normativa e l’attenzione nel mondo del lavoro

Abbiamo a questo punto una definizione, una visione più estensiva dell'ergonomia. Ma il legislatore ha percepito l’importanza dell'ergonomia? Quanto le norme, leggi e norme tecniche, fanno riferimento all'ergonomia?

 

L.D.C.: Come norme tecniche e regole di buona prassi direi che moltissimi istituti scientifici e alcuni enti di normazione hanno provveduto a darci delle indicazioni precise, delle procedure, in modo da poter applicare delle ricerche in maniera standardizzata. Perché se poi ognuno facesse a modo proprio le osservazioni, non si avrebbero risultati utili.

Riguardo alla normativa italiana (…) nel Decreto 81, dal 2008, la citazione dei principi ergonomici esiste (…) in quattro righe, solo quattro di tutti gli articoli del decreto 81.

Devo però dire che negli allegati, quindi la parte più tecnica, più operativa, ci sono 92 rimandi a norme e/o a intenzioni di operatività ergonomica che fanno ben sperare in un cambio di direzione.

 

Passiamo dalla normativa all’applicazione della normativa stessa.

Le aziende in Italia sono, o cominciano ad essere, attente al mondo dell'ergonomia?

 

L.D.C.: Ahimé, devo dire di no ancora. Se è appannaggio delle grandi istituzioni e dei grandi gruppi multinazionali, che hanno anche sedi in Italia, di avere una maggiore attenzione, non è così nello strato artigianale, industriale, commerciale, dei servizi, che sappiamo essere caratterizzato da un grande numero di piccole-medie aziende. Aziende che vedono ancora l'ergonomia come un ulteriore costo aggravante sul profitto e non come un investimento per migliorare poi il lavoro. Invece se migliora il lavoro, il lavoro migliora per l'azienda e per il lavoratore e ci può solo essere un vantaggio economico.

Ci sono alcune iniziative, tipo l’OT23 dell'Inail che riconosce, in alcune voci, punteggi per l'abbattimento dei premi. Inoltre il prossimo triennio, avendo questa dedizione dell'Europa a questa tipologia di disturbi, ci saranno possibilità di welfare e di investimenti riconosciuti.

Le Regioni - sono per adesso soltanto Lombardia, Marche e Toscana - che hanno fatto sì che la promozione della salute sia effettivamente da fare nell'azienda, sono già un pochino più avanti come progetti di applicazione. Ma certamente il tessuto italiano non è ancora così avanti.

 

Le differenze di genere, nuove tecnologie e organizzazione di lavoro

A questo punto cerchiamo di entrare un po' nelle patologie, nelle conseguenze di un’ergonomia carente nei luoghi di lavoro. A livello di disturbi ci sono anche delle differenze di genere? E cosa possiamo dire sulla cosiddetta “ergonomia della psiche” e sullo stress correlato ad una mancanza di ergonomia?

 

L.D.C.: Chiaramente i disturbi muscolo-scheletrici, come avevamo detto, la fanno da padrone in questo senso e sono la prima causa di malattia professionale riconosciuta oggi. Ma stiamo attendendo il 2020 come anno mondiale della depressione e, a detta dell’Inail, il maggior numero di richieste di malattia professionale, non di riconoscimento ma di richieste, saranno per lo stress lavoro correlato.

Allo stress lavoro correlato molti ergonomi hanno lavorato - medici, psicologi, in particolare - per riuscire a capire in che cosa si poteva declinare la valutazione e quali però erano anche i possibili provvedimenti da prendere per migliorare la situazione.  (…).

 

Per quanto riguarda la differenza di genere c'è sicuramente una incidenza; ad esempio riguardo ai turni notturni, sia come valenza del turno notturno, quindi anche per il sesso maschile, ma anche in relazione alla vita familiare, per l'organizzazione familiare delle persone. Poi per il genere femminile c’è anche il tema dell'aspetto ormonale. Perché bisogna fare il confronto tra la salute delle donne con quella degli uomini anche con riferimento ai cicli e le fasi fisiologiche delle donne che non sempre coincidono con quelle del lavoro.

C’è poi tutta una situazione di stress lavoro correlato rispetto agli orari e turni, all'intensità del lavoro, al doversi confrontare con delle macchine che sono sì spesso automatizzate in buona parte ma che hanno fondamentalmente aumentato i ritmi e non certamente per favore dei lavoratori.

 

Quindi al di là del muscolo scheletrico la concentrazione dell'attenzione va anche alla serenità sui luoghi di lavoro. Ad esempio in relazione ai rapporti che abbiamo visto spesso, in questi anni, rovinarsi tra i preposti e i lavoratori e tra i lavoratori stessi. Diverse ricerche ci dicono come il mobbing, che è un'altra deviazione dello stress lavoro-correlato, non sia quasi più dal capo verso il basso - il famoso bossing - ma sia trasversale, tra persone.

Questa è una cosa gravissima che ci dice che il disagio mentale e, comunque, comportamentale, di relazione - quindi con riferimento ad un'ergonomia delle relazioni aziendali – sia assolutamente da tenere presente.

 

Mi pare che stiamo entrando nel discorso che sarà affrontato nell'incontro che terrete, come SIE, a Safety Expo 2019 e che è intitolato: “Ergonomia dell’organizzazione: salute, sicurezza e nuove tecnologie”. Cerchiamo di far comprendere il legame che c'è tra ergonomia e organizzazione di lavoro…

 

L.D.C.: Se uno parla secondo i termini del “qualitese”, l'organizzazione è qualsiasi attività, qualsiasi azienda, qualsiasi ente che deve organizzarsi per dare e far eseguire del lavoro. Però poi il termine in italiano vuol dire anche farlo in maniera organizzata. Quindi questo doppio termine è il sunto di quello che noi come ergonomi, vorremmo fare arrivare a tutte le aziende e organizzazioni: come si può organizzare il lavoro in misura migliore, a portata d’uomo e a portata di azienda? A portata di azienda perché se un'azienda deve fare profitti, deve poterli fare, perché così continuerà a garantire il lavoro alle persone. Se poi sono aziende pubbliche o di servizi, gli utenti, se non saranno i lavoratori, avranno solo di che giovarsene. Questa cosa declinata per le organizzazioni ha questo senso. Poi è chiaro che le sfaccettature vengono date da noi stessi che siamo ergonomi (…).

 

All’incontro di Safety Expo parliamo di salute. Introdurrò io con le definizioni di ergonomia e darò degli spunti sulla salute, più o meno con riferimento a quello che già vi ho detto.

Ci sarà poi la dottoressa Debora Russi che si occuperà dell'aspetto dell’ergonomia delle relazioni, quindi della sicurezza che viene messa in grossa difficoltà se non c'è un'organizzazione ergonomica dei rapporti. E infine la dottoressa Bernardini che partirà delle nuove tecnologie 4.0. Poi arriveremo a parlare del 500.0 sicuramente in un futuro, ma se non partiamo dalla persona, dal singolo lavoratore, che deve schiacciare quel famoso bottone, che è necessario per il 4.0, il 5.0 o il 6.0, non ci siamo: mancherà sempre qualcosa.

 

Riguardo alle nuove tecnologie cosa possiamo dire in materia di ergonomia?

 

L.D.C.: Per le nuove tecnologie ci sono moltissime esperienze che vanno da vari strumenti di uso, automazioni dirette dalla persona, comandi a distanza, … Ad esempio nel mio campo della chirurgia l'operare a distanza da parte di un chirurgo è ormai diventata una realtà.

Ci sono delle valutazioni con strumenti, tipo gli esoscheletri, che permettono di catturare immagini e misurazioni in tempo reale sulla persona. Ci sono degli elettromiografi di superficie che ci dicono quant'è la forza e la fatica che fa la persona facendo determinati atti, cosa che fino a 4/5 anni fa, in effetti, non avevamo. Strumenti quindi che hanno sicuramente migliorato sia il lavoro per alcune categorie, sia la capacità di conoscere quali sono i problemi e poter immaginare quali sono le soluzioni.

 

I medici competenti e l’ergonomia nei luoghi di lavoro

Noi conosciamo Luigi Dal Cason anche per la collaborazione che nel tempo c'è stata con PuntoSicuro in relazione alla pubblicazione di articoli e documenti per i medici competenti.

Cosa possiamo dire, in conclusione, ai medici competenti riguardo all’ergonomia? Cosa dovrebbe fare un medico competente per migliorare l'adattamento del lavoro?

 

L.D.C.: Concludo con un piccolo ricordo. Nel 1994, all'esordio del decreto 626, ci fu un convegno a Perugia in cui molti medici si schierarono dicendo: “noi il camice bianco non lo togliamo, noi facciamo le visite. Il dove, il come lavorano e a che cosa lavorano le persone non sono un compito del medico”. Io urlai, rubando il microfono al relatore di quel momento, che si stavano creando dei “visitifici” e abbandonai l'aula.

Ahimè, credo di aver avuto ragione. La sorveglianza sanitaria spesso e volentieri è limitata ad un visitificio. E questa cosa impedisce al medico di valutare qualsiasi cosa.

Io dico ai colleghi: ogni tanto (…) è bene toglierselo quel camice, è bene scendere a vedere il luogo di lavoro, visitarlo, parlare con i lavoratori, da cui spesso e volentieri abbiamo più verità e consigli utili che da una enciclopedia (…).

 

Cioè il medico competente dovrebbe essere un attimo di più dentro l'azienda per sapere cosa si fa e come si fa. E sicuramente visitando la persona - perché poi l'atto medico va fatto e va fatto il meglio possibile – il giudizio sarà completo, sarà completo anche di una conoscenza a monte che permette di esprimere un giudizio di idoneità specifica il più vero possibile.

  

 

 

Articolo e intervista a cura di Tiziano Menduto



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