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Rischio stress: criticità e risorse del confronto interdisciplinare

Rischio stress: criticità e risorse del confronto interdisciplinare
Tiziano Menduto

Autore: Tiziano Menduto

Categoria: Rischio psicosociale e stress

23/11/2015

Un intervento si sofferma sulle difficoltà di un confronto interdisciplinare in materia di stress lavorativo. Focus sulle diversità di approccio delle diverse discipline, sul raffronto tra i diversi principi e sul tema della diversità dei linguaggi.

Rischio stress: criticità e risorse del confronto interdisciplinare

Un intervento si sofferma sulle difficoltà di un confronto interdisciplinare in materia di stress lavorativo. Focus sulle diversità di approccio delle diverse discipline, sul raffronto tra i diversi principi e sul tema della diversità dei linguaggi.

 
Urbino, 23 Nov – Potrebbe sembrare un’ovvietà ribadire che sia necessario affrontare un argomento come lo stress lavoro-correlato in un’ottica interdisciplinare.  Tuttavia nella realtà scientifica e nella prassi professionale “le occasioni di confronto e di scambio interdisciplinare non sono poi così frequenti e ogni disciplina tende a percorrere il proprio approccio all’argomento, confrontandosi se mai con il diritto, per quanto strettamente necessario per il riferimento ai vincoli normativi”.
 
A raccontare le difficoltà di un confronto interdisciplinare in materia di stress lavorativo è un intervento al convegno “La prevenzione dei rischi da stress lavoro-correlato. Profili normativi e metodiche di valutazione” (8 novembre 2013, Università degli studi di Urbino). Interventi che sono stati pubblicati, a cura di Luciano Angelini (Professore aggregato di Diritto del lavoro nell’Università di Urbino Carlo Bo), tra i “Working Papers” di  Olympus e con il titolo “ La prevenzione dei rischi da stress lavoro-correlato. Profili normativi e metodiche di valutazione - Atti del Convegno Urbino - 8 novembre 2013”.
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L’intervento “Introduzione. Lo stress da lavoro-correlato: la sfida di un approccio interdisciplinare”, a cura di Daniela Pajardi (Professore associato di Psicologia giuridica nell’Università di Urbino Carlo Bo e Direttore del Centro di Ricerca e Formazione in Psicologia Giuridica), ricorda come le discipline che si occupano dello stress sono numerose, “da quelle che studiano le caratteristiche fisiologiche e patologiche del fenomeno” e i suoi effetti sull’individuo, “come biologia, medicina e psicologia, a quelle che si occupano della tutela dell’individuo nel contesto lavorativo, in primo luogo il diritto, ma anche la medicina preventiva”.
 
La relazione, che è anche una sorta di introduzione al convegno “La prevenzione dei rischi da stress lavoro-correlato. Profili normativi e metodiche di valutazione”, indica che con il convegno si è voluto, quindi, “portare avanti una sorta di sfida, cioè affrontare lo stress nell’ottica delle diverse discipline e delle diverse professionalità coinvolte, cercando di proporre un approccio culturale e professionale diverso, che stimolasse a correlare il proprio lavoro e la propria visione dello stress con le altre discipline”. Questo approccio ha comportato il “mettere insieme le diverse discipline, con il confronto tra metodi, linguaggi e costrutti epistemologici diversi che ciò comporta”.
 
Il tema dello stress, in particolare, comporta anche un ulteriore livello di complessità: “ciascuna disciplina mette in campo esperti che hanno un diverso approccio e funzione”.
Ad esempio il diritto “è coinvolto sia dal punto di vista della tutela del lavoratore che poi dell’eventuale risarcimento danni al lavoratore; la medicina è coinvolta sia in termini di prevenzione che poi di cura e di intervento, come pure la psicologia. Questo comporta, quindi, che gli stessi esponenti di queste discipline possano essere in realtà professionisti che affrontano il problema in un’ottica molto diversa e hanno un osservatorio e un approccio finanche divergente tra di loro, come può essere, appunto, l’obiettivo della tutela e della prevenzione rispetto a quello dell’intervento, della cura rispetto a quello della valutazione del rischio o del danno subito”.
 
E anche riguardo alla psicologia “i vari professionisti hanno uno stesso linguaggio, condividono un’appartenenza disciplinare, condividono un’impostazione metodologica e scientifica, ma è molto differente il ruolo, l’approccio e gli strumenti operativi che mette in campo uno psicologo delle organizzazioni che lavora sulla prevenzione e sulla riduzione dello stress in azienda, rispetto a uno psicologo che si occupa di una valutazione di danno da stress in una causa di richiesta di risarcimento per stress lavoro-correlato”. Il primo “lavora con strumenti come la comunicazione, l’analisi organizzativa, la formazione, quindi con un taglio più socio-organizzativo e con obiettivi che fanno riferimento alla organizzazione con cui interagisce, datore di lavoro e lavoratore; il secondo fa riferimento a strumenti psicodiagnostici, come colloqui e test, alla formulazione di una diagnosi, e quindi ad un approccio più di tipo clinico-forense, che lo porta ad interagire con il mondo dei magistrati e degli avvocati”.
 
Riguardo poi alle criticità e risorse del confronto interdisciplinare si indica che “ogni singola disciplina ha sviluppato, in modo raffinato e specialistico, il proprio specifico approccio, e sono rare le vere contaminazioni culturali e scientifiche verso gli altri approcci”.
Infatti un vero approccio interdisciplinare comporterebbe “un confronto tra saperi che hanno differenze sostanziali e differenze marginali”. Ad esempio è evidente la differenza che ci può essere tra “giudicare un comportamento” e “capire un comportamento”, tra il “condannare” e il “curare”.
Inoltre “un elemento sostanziale di differenza su cui diritto e psicologia, ma più in generale le scienze che si occupano dell’uomo, tra cui in prima linea la medicina, si sono sempre confrontate è il principio della ‘certezza’ giuridica, rispetto al principio scientifico della probabilità”. Ad esempio nell’aspettativa di un paziente riguardo alla prescrizione di un farmaco o un trattamento sanitario di cura può essere frustrante “sentire una risposta in termini di margini di probabilità: pur se a volte la probabilità dell’efficacia di una cura è decisamente elevata, sempre di probabilità si tratta”. E in modo analogo, “il giurista che si rivolge a un medico o a uno psicologo per avere una valutazione per un quesito giuridico, si attenderebbe una risposta il più possibile ‘certa’ visto poi è su tale risposta egli deve poggiare la propria decisione, provvedimento o sentenza che comporta delle conseguenze di estrema importanza nella vita delle persone”.
Tuttavia se il confronto tra il diritto e le discipline mediche e psicologiche “si basa su una chiarezza dei presupposti disciplinari, diventa più chiare e meno fuorvianti le reciproche attese e più proficua la collaborazione. Il diritto, conoscendo il presupposto probabilistico nella sua accezione scientifica, adatterebbe alla realtà disciplinare delle discipline scientifiche che riguardano il corpo e la psiche e potrebbe apprezzare lo sforzo che esse compiono per dare risposte sempre più complete, complesse e fondate scientificamente, anche se non ‘certe’”.
 
Inoltre si indica un altro parametro differente che è risultato evidente: la diversità dei linguaggi: “i linguaggi specialistici sono una necessità legata tecnica che permette sia la definizione che la precisione nella comunicazione tra gli esperti di una materia, ma hanno anche un carattere simbolico”. E l’uso del linguaggio settoriale comporta “la difficoltà cognitiva e culturale di non conoscere effettivamente il significato di una parola, ma anche un rischio che si inneschi una dinamica sociale di divisione tra ‘noi’ e ‘altri’”. E il linguaggio giuridico, come d'altronde quello medico, “è uno dei linguaggi settoriali che creano una più marcata categorizzazione sociale, in quanto gli utenti di quel linguaggio non sono solo esperti, come può essere, ad esempio, tra geologi o astrofisici, ma sono persone di ogni genere che possono avere altri linguaggi settoriali di riferimento o non conoscere nessun linguaggio settoriale”.
 
La giornata di studio di Urbino e la pubblicazione degli atti hanno rappresentato il tentativo di mettere insieme approcci, metodi e linguaggi delle diverse discipline e professionalità. E per dare un quadro più completo sono stati presi alcuni punti di riferimento:
- il lavoratore come persona e quindi nella sua componente somatica e psichica;
- il quadro normativo nazionale e sovranazionale inerente la prevenzione dello stress e dei rischi psico-sociali;
- il contesto organizzativo entro cui datore di lavoro e lavoratore interagiscono;
- i diversi organismi e professionisti che realizzano l’attività di prevenzione e controllo;
- la normativa in caso di violazione della prevenzione e le conseguenze sul lavoratore in caso di danno da stress”.
 
Veniamo infine alle riflessioni conclusive relative all’intervento.
 
Dalla rassegna di contributi presentati non è solo emersa la novità e l’interesse di un confronto interdisciplinare, ma anche alcuni punti critici che sono stati evidenziati in modo sinergico dalle diverse prospettive:
- “un elemento ricorrente nelle trattazioni dello stress è che si debba analizzare maggiormente anche la fascia dei dirigenti e dei preposti e non solo dei lavoratori. Questa categoria di persone, infatti, potrebbe presentare dei rischi specifici di stress, in quanto si trova in una posizione organizzativa intermedia tra dirigenza/proprietà e lavoratori che comporta anche la gestione di una forma ulteriore di stress derivante dall’alto o dal basso della organizzazione, o da entrambe”;
- se il tema dello stress è un “tema a rischio di una certa ‘inflazione’ nella percezione del senso comune”, questo “potrebbe portare all’attribuire una condizione di stress patologico a situazioni che in realtà non lo sono”. In particolare la soglia di tollerabilità dello stress “rischia di essere considerata come una soglia soggettiva dai lavoratori, mentre è necessario che venga diffusa, non solo tra esperti, una cultura della tutela del lavoratore che si basi sul riconoscimento dello stress secondo la normativa e una concezione medica e psicologica”;
- bisogna anche contemplare il rischio “che la tutela sia considerata solo un adempimento formale da seguire da parte di datori di lavoro e di lavoratori. Questo rischio è riscontrato spesso dagli addetti ai lavori, e si deve riflettere su questa visione e capirne le motivazioni”.
 
In definitiva si sottolinea che l’approccio interdisciplinare “deve poi tradursi nella pratica professionale, al fine di migliorare il proprio approccio allo stress e incrementare la cultura della tutela e della prevenzione sia nei lavoratori, che nei dirigenti e nei datori di lavoro”.
 
 
    
Olympus - Osservatorio per il monitoraggio permanente della legislazione e giurisprudenza sulla sicurezza del lavoro, “ La prevenzione dei rischi da stress lavoro-correlato. Profili normativi e metodiche di valutazione - Atti del Convegno Urbino - 8 novembre 2013”, a cura di Luciano Angelini (Professore aggregato di Diritto del lavoro nell’Università di Urbino Carlo Bo e Condirettore di Olympus), Working Paper di Olympus 31/2014 inserito nel sito di Olympus il 6 marzo 2014 (formato PDF, 978 kB).
 
Leggi gli altri articoli di PuntoSicuro sullo stress e sui rischi psicosociali nei luoghi di lavoro
 
 
Tiziano Menduto
 
 
 
Creative Commons License Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

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