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Open Space Technology e formazione alla sicurezza: perché usarlo

Open Space Technology e formazione alla sicurezza: perché usarlo
Renata Borgato

Autore: Renata Borgato

Categoria: Informazione, formazione, addestramento

20/09/2018

Un effettivo miglioramento della prevenzione e protezione nel luogo di lavoro non deriva solo da misure oggettive, ma dipende in larga parte dall’attivazione diretta dei lavoratori.

Open Space Technology e formazione alla sicurezza: perché usarlo

Un effettivo miglioramento della prevenzione e protezione nel luogo di lavoro non deriva solo da misure oggettive, ma dipende in larga parte dall’attivazione diretta dei lavoratori.

L’Open Space Technology è una metodologia ideata da Harrison Owen, un antropologo americano prestato alla consulenza aziendale.

 

Egli stesso racconta di aver sentito il bisogno di individuare un metodo che sostituisse le più tradizionali modalità di discussione e incontro e che gli stimoli per farlo gli erano derivati direttamente dalla sua attività di organizzatore di conferenze.

L’intuizione che bisognava cambiare qualcosa nelle tradizionali modalità di svolgimento degli incontri gli era venuta al termine di una conferenza internazionale con 250 partecipanti. Essa gli era costata un anno di lavoro per la preparazione e nella fase di valutazione, pur dimostrando apprezzamento per i lavori, tutti i presenti erano stati concordi nel dichiarare che i momenti più utili in assoluto erano stati quelli dei coffee break. Gli unici cioè di cui l’organizzatore non si era occupato direttamente. Era infatti durante quei confortevoli intermezzi che le persone avevano avuto l’occasione di parlare liberamente tra loro e di confrontarsi sui temi che veramente li interessavano.

 

Owen aveva concordato pienamente con la valutazione fatta dai partecipanti e da allora aveva cominciato a interrogarsi su come moltiplicare le occasioni di confronto e dilatarne la durata. L’elaborazione del metodo era stata laboriosa e la sua forma definitiva era stata definita solo nel 1985.

 

Il mio incontro con l’Open Space Tecnology è avvenuto molto più tardi, durante un laboratorio di progettazione partecipata. Gli Open Space infatti venivano usati prevalentemente in queste occasioni o durante lo svolgimento di convegni, conferenze o nei gruppi di lavoro.

 

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Mi è sembrato subito che questo strumento, coinvolgente ed efficace, potesse essere proficuamente usato con alcune, necessarie, ma non stravolgenti modificazioni, anche nella formazione e in particolare nella formazione alla sicurezza.

La sua applicazione mi è sembrata particolarmente opportuna in questo contesto in quanto un effettivo miglioramento della prevenzione e protezione nel luogo di lavoro non deriva solo da misure oggettive, ma dipende in larga parte dall’attivazione diretta dei lavoratori.

Questo significa che occorre lavorare globalmente sulle persone e non limitarsi a promuovere l’acquisizione di singole conoscenze o capacità, ma favorire un arricchimento globale e un maggiore consolidamento dell’individuo adulto, stimolandone le attitudini all’(auto)riflessività, creatività, capacità di lavorare sulle proprie emozioni.

 

In questo senso, il momento formativo finisce per costituire un tassello che arricchisce il percorso lavorativo e la vita personale di una persona e stimola uno stretto intreccio tra identità professionale e personale, tra vita vissuta e formazione.

 

Utilizzare l’Open Space Technology non costringe i partecipanti ad adattarsi a un curriculum prestabilito, ma invece lo costruisce intorno ai loro interessi e bisogni. Nell’Open Space Tecnology, è il partecipante stesso che costruisce il programma dei temi da trattare, pur nell’ambito di una cornice data: «… la risorsa di maggior valore, nella formazione degli adulti, è l’esperienza del discente. Se l’istruzione è vita, allora la vita è anche formazione. Una parte troppo grande dell’apprendimento è costituita dall’uso indiretto dell’esperienza e delle conoscenze di qualcun altro. La psicologia ci insegna però che noi apprendiamo ciò che facciamo, e che quindi una vera formazione dovrà sempre coniugare la riflessione con la prassi… [1]».

 

A partire dall’esperienza del discente adulto si valorizza la sua riflessione originale, si attiva il processo di apprendimento che viene promosso dal confronto sulle situazioni reali ed è necessario scavare «a fondo nella miniera delle … esperienze [2]». È proprio quanto l’Open Space Tecnology si propone – e permette – di fare.

 

Secondo lo psicanalista Carl Jung, la coscienza umana possiede quattro modi per estrarre le informazioni dall’esperienza e per arrivare a una comprensione interiorizzata: la sensazione, il pensiero, l’emozione e l’intuizione. Un curriculum equilibrato deve tener conto di ciascuna di queste funzioni.

 

Inoltre gli adulti sentono l’esigenza di gestirsi autonomamente e quindi sarebbe inopportuno trasmettere conoscenze e verificare il grado di conformità a esse che i discenti hanno acquisito. È più efficace permettere loro di contribuire attivamente alla costruzione del percorso formativo.

 

L’Open Space Tecnology permette di capitalizzare il ricco bagaglio di risorse, abilità ed esperienze di ciascun adulto per favorire una loro possibile rivisitazione e riutilizzabilità. Esso produce una formazione efficace in quanto permette di potenziare le competenze culturali e professionali delle persone e di costruire abilità e strumenti per orientarsi più agevolmente in un mondo in rapida e tumultuosa trasformazione.

 

È infatti molto adatto per i casi in cui l’obiettivo prevalente non sia la trasmissione di saperi, ma l’autorganizzazione dei partecipanti per generare conoscenze, competenze, attitudini.

 

Renata Borgato

 

L’articolo è un estratto, con modifiche, da Borgato R. (2013), L’Open Space nella Formazione, Franco Angeli, Milano

 


[1] Lindeman E.C. in Knowles M, Holton E.F. III, Swanson R. (2008), pag. 53.

[2] Ibidem.



Creative Commons License Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

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Rispondi Autore: Giuseppe Perlin immagine like - likes: 0
20/09/2018 (08:55:53)
Complimenti a Renata Borgato perché con la sua sintesi mi ha ancora una volta convinto che la formazione per la sicurezza sul lavoro non potrà mai essere efficace fornita in modalità e-learning, e io ne starò alla larga sia come docente sia come discente.

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