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La domanda che nessuna procedura si fa
In una sala operatoria, poco prima dell'incisione, l'équipe compila la checklist chirurgica dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Ogni voce, spuntata. Paziente giusto, intervento giusto, lato giusto. Eppure — lo raccontano casi documentati nella letteratura sulla sicurezza dei pazienti — l'errore avviene lo stesso. Non perché qualcuno abbia saltato un passaggio, ma perché quello che succede davvero, nel momento in cui succede, non coincide mai del tutto con quello che la carta aveva previsto.
È uno scarto piccolo. A volte impercettibile. Ma è lì che nascono gli infortuni che nessuno si aspettava — quelli chiusi con la frase più inutile del linguaggio della sicurezza: "Ma la procedura era corretta."
Lo vediamo ogni giorno nei cantieri. PSC scritti con cura, POS coerenti, verbali firmati da tutti. E poi, sul posto, un operatore che porta a termine da solo una manovra di sollevamento pensata per due, perché il collega è stato chiamato altrove e fermarsi avrebbe significato lasciare un carico sospeso a metà. Un altro che salta un passaggio della sequenza, perché il materiale non è arrivato nell'ordine giusto e aspettare bloccherebbe l'intera squadra. Nessuno dei due pensa di violare una regola. Pensano di stare facendo il proprio lavoro.
Questo è il punto che la sicurezza fatica ad accettare: il lavoro scritto e il lavoro reale — quello che la safety science chiama Work as Imagined e Work as Done — sono due cose diverse. Non per un difetto delle persone, ma per la natura stessa del lavoro reale, più vario e mutevole di qualsiasi documento. È la differenza tra uno spartito e un'esecuzione. Lo spartito dice le note e i tempi, ma nessuna esecuzione è identica a un'altra: cambia il respiro, cambia la sala, cambia il momento. Un bravo musicista non suona lo spartito. Suona la musica, e lo spartito gli fa da guida. Un lavoratore esperto, allo stesso modo, non esegue la procedura. Fa il lavoro, e la procedura gli fa da riferimento — adattandola, in tempo reale, a quello che ha davanti.
Quasi sempre, questo margine tiene.
Ma quando non tiene, quello che un attimo prima era solo buon senso diventa, in una frazione di secondo, un corpo a terra. E una telefonata che qualcuno, quella sera, dovrà fare a casa.
Quando qualcosa va storto, la prima domanda che facciamo è quasi sempre la stessa: "La regola è stata rispettata?" È comprensibile. Serve a stabilire responsabilità, chiudere un verbale, rassicurarci che il sistema, in fondo, funziona. Ma è la domanda che ci impedisce di capire davvero cosa è successo, perché sposta lo sguardo dal lavoro alla carta.
Ce n'è una diversa, più scomoda, che raramente facciamo: perché, in quel momento, a quella persona, è sembrato giusto fare così?
Non è una domanda che assolve. È una domanda che apre. Perché dietro una scelta che a posteriori sembra un errore c'è quasi sempre una logica perfettamente sensata nel momento in cui è stata fatta: un obiettivo di produzione, una comunicazione mancata, un'informazione che non è arrivata, una stanchezza che nessuno ha visto. Le persone non si svegliano decise a violare una regola. Cercano, con le risorse che hanno, di far funzionare la giornata.
Questo cambio di sguardo ha un nome, nella letteratura sulla resilienza organizzativa. Si smette di contare solo quante volte le cose vanno male e si comincia a studiare la normalità: come mai, quasi sempre, le cose funzionano nonostante lo scarto tra carta e realtà. È lì la vera fonte della sicurezza — nella capacità quotidiana delle persone di adattarsi, correggere in corsa, far quadrare un cantiere che sulla carta non avrebbe dovuto funzionare così. Non nel documento. Nella persona che, ogni giorno, lo interpreta.
C'è anche un motivo se i documenti di cantiere somigliano sempre più a testi difensivi che a strumenti di lavoro. Molti PSC, POS e verbali non sono scritti per chi, ogni giorno, dovrà usarli per orientarsi. Sono scritti per chi, in caso di infortunio, dovrà giudicarli: un consulente tecnico, un magistrato, nella peggiore delle ipotesi una Corte di Cassazione. Passiamo ore a scrivere per il lettore più improbabile — quello che, se tutto va bene, non aprirà mai quel documento — e sempre meno tempo a scrivere per chi lo usa davvero, ogni giorno, per decidere come muoversi in sicurezza.
Cosa cambia, se proviamo a scrivere prima per chi lavora e non per chi un giorno, forse, dovrà giudicare? Non significa scrivere meno procedure, né rassegnarsi al fatto che tanto la realtà è sempre diversa. Significa scriverle sapendo che sono un punto di partenza, non di arrivo. E spostare il tempo che dedicavamo a controllare se la carta è stata rispettata verso l'osservare, l'ascoltare, il capire come il lavoro accade davvero. Entrare in cantiere non per verificare, ma per capire. Chiedere non "hai seguito la procedura?", ma "come lo fai, davvero, questo lavoro?" — e ascoltare la risposta come la cosa più preziosa che abbiamo.
La checklist chirurgica, quando funziona, non funziona perché è compilata bene. Funziona perché, quando la squadra la legge ad alta voce insieme, si apre uno spazio di attenzione condivisa: un attimo in cui tutti guardano davvero quello che stanno per fare. È quello spazio, non la carta, la vera protezione. Vale per ogni PSC, ogni POS, ogni verbale: sono utili quanto più creano quello spazio, inutili quanto più diventano un adempimento da archiviare.
Forse la domanda più onesta che possiamo farci, la prossima volta che scriviamo una procedura, non è se sarà rispettata. È se qualcuno, leggendola, si sentirà davvero capito. Prima che qualcun altro debba fare quella telefonata.
Riccardo Turreni
HSE, Coordinatore dei CSE in ambito autostradale
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Pubblica un commento
| Rispondi Autore: FABIO | 08/09/2026 (08:11:38) |
| Ottimo spunto, sul quale mi permetto di condividere anche questo articolo molto interessante, pubblicato qui : puntosicuro.it/leadership-C-143/la-distanza-tra-procedure-di-sicurezza-realta-operativa-AR-26174/ | |
| Rispondi Autore: Andrea Cirincione | 08/09/2026 (09:04:28) |
| Condivido la riflessione in chiave di sicurezza proattiva, ed molto efficace l'esempio della check list chirurgica. Aggiungo che bisogna andare oltre la pur evidente dicotomia tra procedure e lavoro reale, per evitare di prendersela con l'adattamento umano. Persone, procedure, risorse, vincoli, tempi e obiettivi interagiscono nel produrre normalmente prestazioni efficaci, ed è la variabilità di queste interazioni che può combinarsi in modo sfavorevole. Infine mi piace molto l'aggettivo usato da Riccardo nel definire "onesta" la domanda da farsi prima di scrivere una procedura. | |
| Rispondi Autore: michele | 08/09/2026 (09:19:47) |
| e poi arriva l'upg, il pm e il giudice (rispettivamente: contestazione, incriminazione e condanna) che stabiliscono che il DL o, meglio, adesso il RSPP avevano l'obbligo giuridico di valutare tutti i rischi, prevedendo anche esattamente la specifica e dettagliata che ha causato l'infortunio....e ammazzano completamente 70 anni di evoluzione della sicurezza sul lavoro, riportando l'itaglia agli anni 50. | |
| Rispondi Autore: Raffaele Facchini | 08/09/2026 (15:16:26) |
| Riccardo, leggo sempre con interesse le tue riflessioni e ci tengo a precisare che nutro una grande stima per il tuo lavoro e per la tua professionalità, avendo avuto modo di conoscerti e confrontarmi con te da molti anni. Proprio per questo mi permetto di aggiungere una considerazione che, a mio avviso, è centrale nel tema che affronti. La domanda che mi pongo è: le procedure vengono realmente condivise con i lavoratori che poi devono applicarle? Nella mia esperienza di cantiere vedo spesso procedure redatte da tecnici ed esperti della sicurezza, magari anche molto ben fatte sotto il profilo normativo, ma raramente costruite con il coinvolgimento di chi svolge materialmente le attività. Inoltre, non possiamo ignorare un aspetto concreto: tutti i lavoratori comprendono davvero la lingua italiana? Tutti sono stati messi nelle condizioni di comprendere ciò che è scritto nei PSC, nei POS e nelle procedure operative? Dalla mia esperienza, posso dire che quasi nessun documento viene realmente condiviso e discusso in cantiere con i lavoratori. Troppo spesso la documentazione rimane patrimonio degli uffici, dei tecnici e delle figure di coordinamento, mentre chi opera sul campo ne conosce solo una parte o, in alcuni casi, ne ignora completamente i contenuti. Ecco perché ritengo che ci sia ancora molta strada da fare. Oggi, spesso, la documentazione sembra essere orientata più a tutelare le responsabilità dei soggetti coinvolti che a diventare un vero strumento di lavoro per chi è esposto ai rischi. A mio avviso, il divario tra Lavoro Immaginato e Lavoro Eseguito nasce anche da questo: le persone che lavorano in cantiere raramente vengono rese partecipi della redazione dei documenti che dovrebbero guidare il loro operato quotidiano. Forse il primo passo non è chiederci soltanto perché una procedura non venga rispettata, ma verificare se quella procedura sia stata realmente condivisa, compresa e fatta propria da chi deve applicarla ogni giorno. Questo è il mio punto di vista, nato dall'esperienza maturata sul campo e dal confronto quotidiano con i lavoratori. | |
| Autore: Riccardo Turreni | 12/09/2026 (17:06:10) |
| Grazie Raffaele. Hai centrato un punto che considero fondamentale. Probabilmente dovremmo fare un passo ancora precedente rispetto alla semplice “condivisione” della procedura: coinvolgere maggiormente chi il lavoro lo svolge già nella sua costruzione. Perché se una procedura nasce esclusivamente da chi immagina il lavoro e arriva a chi lo esegue soltanto alla fine, il rischio che quella distanza tra Work as Imagined e Work as Done sia già incorporata nel documento è molto alto. E condivido pienamente anche il tema della comprensione: consegnare, far firmare o illustrare velocemente un documento non significa necessariamente aver creato comprensione. Forse la domanda potrebbe diventare proprio questa: non solo “gliel'abbiamo spiegata?”, ma “questa procedura racconta davvero il lavoro che queste persone devono fare?”. | |
| Rispondi Autore: Stefano B | 08/09/2026 (17:35:53) |
| "Cosa cambia, se proviamo a scrivere prima per chi lavora e non per chi un giorno, forse, dovrà giudicare? Non significa scrivere meno procedure, né rassegnarsi al fatto che tanto la realtà è sempre diversa. Significa scriverle sapendo che sono un punto di partenza, non di arrivo. E spostare il tempo che dedicavamo a controllare se la carta è stata rispettata verso l'osservare, l'ascoltare, il capire come il lavoro accade davvero." Il problema è che quei documenti, per espresso volere di Enti e controllori, non esistono per "chi lavora" ma per gli addetti ai controlli. Quei documenti servono TANTISSIMO a parare il CXlo di DDL e consulenti vari in caso di infortunio. Sarebbe bello poter scrivere una procedura preoccupandosi del risultato, del fatto che chi la dovrà leggere magari non è scolarizzato. Ma il sistema, costruito da enti di controllo e giudici, non vuole che sia così. Allora beccati il POS di 150 pagine con indicato tutto. E intendo tutto tutto. Poi in mezzo, da qualche parte, magari è pure indicata una procedura di lavoro scritta in maniera decente, ma tanto nessuno la leggerà. | |
| Rispondi Autore: Giulia B. | 10/09/2026 (09:41:20) |
| Interessante, mi permetto di aggiungere un'altra e diversa prospettiva, da avvocato. Sono piuttosto d'accordo sul fatto che i documenti (non solo in ambito SSL) spesso non vengano scritti per i loro destinatari diretti e non vengano con questi condivisi sin dalla loro stesura (talvolta nemmeno una volta finalizzata). Non sono convinta, però, che questo avvenga per (o solo per) esigenze difensive. In un processo serio, nessun giurista serio crederebbe veramente che un lavoratore, magari straniero, abbia letto 150 pagine POS. Credo piuttosto che il problema stia (almeno anche) nella costante ricerca dell'ottimizzazione delle risorse: per il consulente sottopagato - o, anche quando adeguatamente retribuito, che voglia contenere i costi (anche solo in termini di tempo) - è più facile avere a disposizione e consegnare un documento standard che vada bene sempre, piuttosto che redigerne uno ex novo per il singolo cantiere. Il discorso vale anche per l'impresa che si autoproduca i documenti: è sicuramente più facile, veloce ed economico riutilizzare quelli precedenti, che redigerne di nuovi. | |
| Autore: Riccardo Turreni | 12/09/2026 (17:07:38) |
| Grazie Giulia, prospettiva molto interessante e che aggiunge un pezzo importante alla riflessione. Sono d’accordo: sarebbe riduttivo ricondurre tutto esclusivamente a una logica difensiva. Probabilmente convivono più fattori: tutela delle responsabilità, standardizzazione, tempi, costi e la comprensibile tendenza a riutilizzare strumenti già disponibili. Il risultato, però, rischia di essere lo stesso: documenti formalmente completi ma progressivamente più lontani dalla specificità del lavoro reale. Ed è forse proprio lì che dovremmo recuperare tempo: non necessariamente per scrivere più pagine, ma per osservare meglio il lavoro prima di scriverle. | |
| Rispondi Autore: Daniele Didone | 10/09/2026 (19:24:00) |
| La distanza che esiste tra la sicurezza prescritta e quella reale è un tema sempre attuale e molto interessante ed è una condizione che ogni lavoratore affronta quotidianamente, non solo in cantiere. Rimango però sorpreso nell'apprendere che l'Autore dell'articolo svolge, in qualità di HSE, il ruolo di "Coordinatore dei CSE in ambito autostradale". Chiedo all'Autore, da CSE, se è possibile esplicitare, anche in riferimento al tema trattato, come concretamente si realizza tale coordinamento senza incorrere in ingerenze con un soggetto che, come noto, è nominato dal Committente e investito di una posizione di garanzia per la quale risponde penalmente, civilmente e deontologicamente. Grazie. | |
| Autore: Riccardo Turreni | 12/09/2026 (17:04:07) |
| Grazie Daniele, domanda assolutamente pertinente e che mi permette anche di chiarire meglio la dicitura utilizzata nella firma. Nelle organizzazioni complesse, in cui operano contemporaneamente più CSE su cantieri e territori diversi, può esserci l’esigenza di individuare una figura di coordinamento e raccordo tra gli stessi. Si tratta, naturalmente, di un coordinamento che non entra nel merito delle prerogative, delle valutazioni o delle responsabilità del singolo CSE, che restano pienamente in capo al soggetto nominato dal Committente per quello specifico cantiere. Il ruolo ha quindi una funzione prevalentemente organizzativa e metodologica: favorire il confronto tra esperienze, la condivisione di strumenti e modalità operative, l’analisi delle criticità ricorrenti, la diffusione di buone pratiche e, per quanto possibile, una certa omogeneità di approccio all’interno di organizzazioni molto articolate. Proprio rispetto al tema dell’articolo, credo che uno degli aspetti più interessanti sia la possibilità di mettere a fattor comune ciò che i diversi CSE osservano nei cantieri e utilizzare questo patrimonio di esperienze per comprendere meglio la distanza tra ciò che immaginiamo e prescriviamo nei documenti e ciò che poi accade realmente sul campo. Il tutto senza sostituirsi né sovrapporsi all’autonomia professionale e alle responsabilità del CSE del singolo cantiere. | |
| Rispondi Autore: carmelo catanoso | 12/09/2026 (18:40:07) |
| Ricordo che la fonte primaria e cioè la direttiva 92/57/CEE prevede espressamente la nomina di uno o più CSP e uno o più CSE. Del resto il D. Lgs. n. 81/2008: - non prevede l’unicità del CSE, - non vieta la pluralità, - non definisce il CSE come organo monocratico, - non impedisce la suddivisione per lotti, fasi, aree, turni, specializzazioni Quindi la nomina di più CSE è perfettamente legittima, purché: - la nomina di più CSE sia necessaria per la complessità dell'opera, - vi sia chiara ripartizione delle funzioni, - vi sia assenza di sovrapposizioni, - vi sia coordinamento interno - vi sia un atto formale del committente che definisce ruoli e ambiti. Quindi, se qualche funzionario di ente di vigilanza contestasse la nomina di più di un CSE, basterà dirgli: Alla luce della complessità dell’opera, che comporta la simultaneità di più fasi lavorative, la presenza di più imprese esecutrici e un’estensione territoriale significativa, il committente ritiene necessario articolare la funzione di coordinamento in più figure di CSE. Tale scelta è coerente con la ratio della direttiva 92/57/CEE, che richiede un’organizzazione della sicurezza proporzionata alla complessità dell’opera, e non è in alcun modo preclusa dal D.Lgs. 81/08, il quale non impone l’unicità del CSE né vieta la ripartizione funzionale del ruolo. La pluralità dei CSE è pertanto legittima, purché accompagnata da una chiara definizione degli ambiti di competenza e da adeguate procedure di coordinamento interno. | |
| Rispondi Autore: DANIELE DIDONE | 14/09/2026 (12:07:36) |
| Ringrazio l’Autore per la risposta circostanziata e l'Ing. Carmelo Catanoso per l'opportuno chiarimento, quanto precisato però non risolve il dubbio in riferimento al ruolo di “Coordinatore dei CSE” e al tema trattato. Se le funzioni del ruolo con il quale l'Autore si firma fossero infatti riferite ai soli due punti descritti (cito testualmente): “favorire il confronto tra esperienze” e “l’analisi delle criticità ricorrenti”, l’efficacia dell'azione di coordinamento risulterebbe chiaramente comprensibile ma sono gli altri punti che, a parere di chi scrive e a meno di fraintendimenti, rischiano di condizionare fortemente l'operatività dei CSE. Infatti, tutto ciò che dall'Autore viene indicato come "condivisione di strumenti e modalità operative” e “diffusione di buone pratiche” si traduce, nei fatti, se ho inteso bene, in check list di controllo, best practice e modelli di reportistica che, orientando di fatto l'attività dei CSE, ne condizionano l’azione, in termini sia formali che sostanziali. "Strumenti e modalità operative", quelle richiamate dall'Autore, che per evitare i rischi di condizionamento di cui sopra, anche con riferimento al tema trattato, sarebbe opportuno fossero allestite con la partecipazione e la condivisione degli stessi CSE che si intendono coordinare, lasciando a questi ultimi la possibilità di declinare tali strumenti e metodi, in modo critico, in relazione cioè alla specificità del cantiere, dell'opera, delle risorse disponibili, dei territori, della durata e della propria sensibilità di approccio al lavoro e, non ultimo, alle proprie attitudini e condizioni psicofisiche. Non di rado accade invece, per esperienza diretta di chi scrive, che siano gli uffici Qualità/RSPP/HSE a imporre metodiche di lavoro indifferenziate di tipo industriale ad una realtà, quale quella del cantiere e del CSE, non riducibile a semplificazioni e oggettivazioni aprioristiche. Grazie | |
| Rispondi Autore: Tedone Massimo | 16/09/2026 (23:52:31) |
| Complimenti, in poche parole è stato centrato il vero problema; ho già avuto occasione di esprimere, forse male, un concetto semplicissimo: "Un conto è dire, scrivere o insegnare una certa procedura di lavoro in sicurezza, un altro è metterla in pratica". Perché? Semplice; le procedure le ritengo quasi sempre di carattere generale e chi , in qualche modo le impone, non ha quasi mai visto o eseguito personalmente quella determinata procedura. Un esempio su tutti, di un'attività che conosco abbastanza bene: tutte le procedure di sicurezza per le macchine utensili parlano di schermi e diverse protezioni: a mio avviso vanno benissimo per una macchina automatica o semiautomatica. Se prendiamo un tornio parallelo quelle procedure vanno bene in parte ma non per tutte le attività. Quindi è corretto dire che la carta è diversa o comunque non sempre corrisponde alla realtà. Riformulo i miei complimenti al Turrini | |
| Autore: Riccardo | 28/09/2026 (21:22:01) |
| Grazie Massimo, anche per l’esempio concreto. Credo che il punto sia proprio questo: non mettere in discussione l’utilità delle procedure, ma riconoscere che la loro efficacia dipende anche da quanto riescono a rappresentare le condizioni reali in cui devono essere applicate. Ed è una distanza che possiamo comprendere davvero soltanto confrontandoci con chi quel lavoro lo svolge ogni giorno. | |