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Imprese Ue e sostenibilità: andare oltre la compliance
Imprese Ue e sostenibilità: andare oltre la compliance
La sostenibilità aziendale in Europa sta attraversando una trasformazione profonda, guidata da due normative che stanno ridefinendo regole e responsabilità: la Csrd (Corporate sustainability reporting directive) e la Cs3d (Corporate sustainability due diligence directive). Queste direttive [1] non sono semplici adempimenti, ma possiedono una forte capacità trasformativa, essendo strumenti di cambiamento sistemico, che spingono le imprese verso una transizione sostenibile profonda.
Qual è dunque la chiave interpretativa prima e operativa poi per accreditare questa fase? Innanzitutto, riconoscere che la sostenibilità non può essere relegata entro i confini aziendali, ma deve estendersi lungo tutta la catena del valore, e che per abilitarla sostanzialmente è necessario svelarla e raccontarla, legittimando il ruolo centrale dei processi di comunicazione strategica come filtri tra l’organizzazione stessa e i suoi pubblici, non casualmente sempre più ampi per aspettative e caratteristiche.
Una rivoluzione normativa per la sostenibilità aziendale
Rispetto alla sostanziale premessa di apertura, le direttive Csrd e Cs3d rappresentano, in tal senso, due tasselli complementari di un nuovo paradigma.
La Csrd, approvata nel 2021 e divenuta legge nel corso degli ultimi mesi, obbliga tutte le imprese interessate a rendicontare in modo trasparente e dettagliato le proprie performance di sostenibilità. Già da solo questo aspetto implica un passaggio epocale dalle dichiarazioni d’intenti a un vero e proprio piano di metriche standardizzate e verificabili e, più in generale, a una integrazione della logica sostenibile nel piano industriale.
La Cs3d, introdotta nel 2023, amplia ulteriormente le responsabilità in capo alle aziende, imponendo loro la gestione dei rischi ambientali e di quelli relativi ai diritti umani lungo l’intera filiera produttiva. Introducendo, così, un principio e un approccio cruciali, per cui non basta agire in modo sostenibile all’interno dei propri luoghi produttivi, ma è necessario garantire che tutti gli attori coinvolti nella filiera produttiva rispettino standard rigorosi.
In un raro esempio di sincronismo legislativo, le due normative riescono, quindi, a spalleggiarsi e a rafforzarsi reciprocamente. Se la Csrd impone alle imprese di raccogliere dati oltre i confini aziendali, la Cs3d stabilisce che la responsabilità dell’organizzazione non si esaurisce con il primo fornitore. Insieme, queste direttive modellano un quadro normativo ambizioso e nel contempo necessario che invita le aziende a ripensare un modello di business tradizionale, trasformando la sostenibilità da obbligo (spesso mal digerito) a vero e proprio volano strategico che genera valore condiviso e, nel contempo, innesca opportunità reputazionali per differenziarsi dai propri competitor.
La catena del valore al centro del cambiamento
Come abbiamo già accennato, il grande merito di queste direttive è quello di aver progressivamente spostato l’attenzione dal singolo comportamento aziendale alla filiera produttiva globale. La catena del valore, così, diventa oggi il vero teatro di una azione sostenibile responsabile e coesa. Tutte le macrofasi che la contraddistinguono (upstream, downstream e on operations) vanno attentamente analizzate e misurate nei diversi impatti che vengon generati. Per farlo – e per fare in modo che diventi consuetudine comportamentale – è essenziale ingaggiare e coinvolgere tutti gli stakeholder impattati lungo l’intera catena del valore, dal fornitore al cliente finale, senza dimenticare il troppo spesso sottovalutato fenomeno del “fine vita”.
Questo approccio rinnovato, oltre a richiedere la presenza di dotazioni tecnologiche avanzate per la raccolta e la verifica dei dati, necessita prioritariamente di una vera e propria visione culturale che consenta di interpretare il coinvolgimento degli attori della catena non come l’ennesimo obbligo proprio di uno stile di conduzione sempre più farraginoso, bensì come una vera e propria opportunità, per attivare e alimentare un circolo sostenibile virtuoso. Riconoscendo che in un mondo interconnesso, nel bene e nel male, l’impatto di un’azienda si estende ben oltre i propri confini, e che le normative europee altro non sono che la certificazione di questa realtà, trasformata in una leva di innovazione e competitività.
Le grandi aziende, per la loro posizione centrale, diventano quindi punti di riferimento per guidare e sostenere questo cambiamento. In particolare, nei confronti dei propri fornitori che spesso necessitano di essere accompagnati in un percorso più sostenibile e costruendo una rete virtuosa in grado di rispondere alle sfide del futuro. Perché adattarsi alle nuove richieste non è più solo un tema di compliance normativa ma di vera e propria resistenza e resilienza del business, qualunque esso sia.
Le pmi – nel contempo segmento rilevante del tessuto produttivo italiano ma spesso viste come soggetti più vulnerabili – possono trovare in questo nuovo quadro normativo un’occasione per rafforzarsi. Collaborando con imprese più grandi, per esempio o adottando tecnologie innovative e sviluppando competenze mirate, con l’obiettivo di diventare protagoniste di una transizione inclusiva e sostenibile.
La comunicazione come motore di cambiamento
Come spesso e trasversalmente sottolineato, la sostenibilità, se non accompagnata da una comunicazione efficace, rischia di rimanere un esercizio teorico e autoreferenziale. In uno scenario sempre più regolamentato, comunicare in modo trasparente e autentico è essenziale per costruire fiducia e coinvolgere gli stakeholder.
Non si tratta solo di pubblicare report, ma di raccontare un percorso alimentato da successi, sfide e impegni futuri. Tanto più questa narrazione riuscirà a essere coerente e verificabile, tanto più la credibilità e l’autorevolezza dell’impresa si rafforzeranno agli occhi di investitori, consumatori e istituzioni.
La comunicazione diventa così un collante dai molteplici significanti: da una parte il tradizionale “mettere in comune” che se consapevolmente governato genera fiducia e coinvolgimento lungo tutta la catena del valore. Dall’altra, un vero e proprio ruolo pedagogico che non si limita a informare, ma si preoccupa anche di promuovere quotidianamente una cultura della sostenibilità, di volta in volta istillando consapevolezza o contrastando quei fenomeni di scetticismo ancora presenti e pervasivi.
Le aziende che riusciranno a integrare la comunicazione in modo efficace diventeranno ambasciatrici del cambiamento, ispirando altre realtà a seguire il loro esempio.
Conclusioni
La Csrd e la Cs3d richiedono alle imprese di ripensare il proprio ruolo nella società, adottando un approccio sistemico e collaborativo alla sostenibilità.
La comunicazione, in questo contesto, non è un accessorio, ma il collante che unisce strategia, azione e risultati. È lo strumento attraverso cui le aziende possono costruire fiducia, coinvolgere gli stakeholder e trasformare gli obblighi normativi in opportunità di crescita.
Il futuro sarà scritto da chi saprà guardare oltre la conformità, riconoscendo che la sostenibilità non è solo una responsabilità o un onere, ma una leva per innovare, competere sul mercato e rafforzare le relazioni con le parti interessate, generando impatti positivi su persone e ambiente. La catena del valore – da elemento quasi invisibile del processo produttivo – si trasforma così nel cuore pulsante di un nuovo modello di sviluppo.
Le imprese che coglieranno questa sfida non saranno solo conformi, ma protagoniste di una transizione epocale.
Ecoscienza. Sostenibilità e Controllo Ambientale. N° 1 Aprile 2025, Anno XVI (pdf, 25.9 MB)
Rivista di Arpae Agenzia regionale prevenzione, ambiente ed energia dell’Emilia-Romagna.
[1] Il 26 febbraio 2025 la Commissione europea ha pubblicato una proposta denominata “Pacchetto Omnibus” con focus specifico sulla sostenibilità. Il pacchetto, che propone modifiche al regolamento sulla tassonomia europea, alla Csrd e alla Cs3d, intende semplificare gli obblighi di reporting per le aziende ed eliminare eventuali ridondanze tra le varie normative. Alcune aziende e organizzazioni vedono in questa azione di semplificazione alcuni rischi di deregolazione e dei possibili passi indietro rispetto agli obblighi di sostenibilità. Non rimane che attendere la fine dell’iter legislativo che è appena cominciato.
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