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Dal 1999 quotidiano di approfondimento sulla sicurezza sul lavoro per RSPP, RLS, tecnici della prevenzione, esperti 81/08, consulenti e addetti alla sicurezza. |
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Anno 12 - numero 2436 di venerdì 09 luglio 2010
SGSL e Behavior-Based Safety: una possibile integrazione L’integrazione dei modelli organizzativi con un processo di sicurezza basato sui comportamenti. Dal Quarto Congresso Europeo di Behavior-Based Safety.
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Abbiamo già presentato il quarto
Congresso Europeo di Behavior-Based Safety (B-BS) “Behavior-Based
Safety: coniugare produttività e sicurezza comportamentale”, congresso che
si è tenuto a Venezia dal 14 al 16 aprile 2010.
Nel presentare questo incontro congresso, i cui atti sono pubblicati nel supplemento del numero di
gennaio/marzo 2010 del Giornale Italiano di
Medicina del Lavoro ed Ergonomia, ci siamo soffermati di recente su alcuni
interventi tratti da un simposio dedicato a stress
lavoro correlato ed ergonomia.
Affrontiamo ora gli argomenti trattati nel secondo simposio “Certificazione, accreditamento e normativa
in tema di SGSL e B-BS”.

Nel primo intervento, dal titolo “La
sicurezza
basata sui comportamenti come integrazione dei sistemi di gestione
della salute e sicurezza sul luogo di lavoro (SGSL)” e a cura di A.
P. Bacchetta
(AARBA), si indica che un processo
di
sicurezza basato sui comportamenti (Behavioral Safety Process), che
venga a
essere integrato in un SGSL,
riesce a “implementare in azienda un processo di cambiamento culturale
che
elevi la sicurezza a valore fondamentale per il gruppo sociale dei
lavoratori,
generando un ampio e pieno coinvolgimento di tutti nelle attività di
sviluppo
del processo di sicurezza”.
Secondo l’autore le difficoltà nel diminuire sensibilmente gli incidenti
sul lavoro in Italia non sono
spiegabili dicendo solo che “le aziende non fanno nulla” o che “mancano i
controlli”. Entrambe le spiegazioni
“considerano la tutela della salute e sicurezza sul luogo di lavoro
ancora
qualcosa da imporre alle aziende, secondo una concezione prescrittiva
degli obblighi di sicurezza a carico dei
singoli datori
di
lavoro”. Inoltre molto spesso il “sistema dei controlli si attiva
solo
dopo che l’incidente si è verificato e a questo punto è la ricerca delle
colpe
l’unico obiettivo su cui si focalizza l’attenzione degli organi di
controllo,
ponendo in secondo piano la ricerca delle reali cause che hanno generato
l’incidente”.
In questi anni si è accentuata anche la sollecitazione alle aziende per
l’adozione di “condizioni organizzative e di sicurezza basate sull’implementazione
di sistemi organizzativi
efficaci ed efficienti all’interno delle realtà aziendali”. Questi
sistemi
avrebbero dovuto consentire la drastica riduzione del numero infortuni
registrati annualmente nel nostro paese.
Ma i dati mostrano “che il risultato è ancora lontano”.
Da anni, la comunità scientifica internazionale suggerisce inoltre “di
focalizzare l’attenzione dei processi di sicurezza verso la gestione
degli aspetti comportamentali, ovvero a
operare in modo da riportare l’attenzione sul singolo lavoratore e sui
suoi comportamenti”.
Infatti i livelli di sicurezza ottenuti “attraverso le modifiche
tecniche di
impianti e attrezzature e le migliori pratiche operative” sono spesso
“vanificati dal comportamento
dei
singoli addetti”.
Dunque una migliore prevenzione non può che “basarsi sulle migliori e
recenti
evidenze scientifiche validate a livello internazionale in tema di Organizational
Behavior Management”:
protocolli che “possono fornire un insieme organico di strumenti
manageriali
che, tenuto conto sia dei modelli d’analisi delle interazioni tra il
soggetto e
il suo ambiente (behavior analysis), sia degli strumenti per la
predisposizione
delle circostanze ambientali in grado di modificare i comportamenti
(behavior
management), sono in grado indirizzare i singoli lavoratori verso
l’adozione
spontanea di comportamenti
sicuri”. In questo modo è “possibile
rendere effettivo quanto previsto dalle istruzioni e specifiche
operative
predisposte nell’ambito della cultura organizzativa propria dei sistemi
di
gestione, così da poter ottenere risultati misurabili”.
E uno dei “principali protocolli diffusi a livello internazionale,
organicamente strutturato per integrarsi sinergicamente con i Sistemi di
Gestione per la Salute e Sicurezza sui Luoghi di Lavoro (SGSL)
e per il quale vi è un’ampia casistica di applicazioni e una rilevante
mole di
ricerche sperimentali, è la Behavior-Based
Safety (B-BS)”.
Con la B-BS ogni lavoratore “viene a trovarsi integrato all’interno di
un
sistema che prevede il reciproco sostegno tra colleghi e la
consapevolezza
della mutua tutela/responsabilità sui temi della salute e sicurezza sul
luogo
di lavoro”.
Il secondo intervento, dal titolo “B-BS
e normativa italiana in tema di salute e sicurezza sul lavoro” e a
cura di
V. Manni (Ispesl), vuole invece fare un
raffronto tra i dettami delineati dal Decreto
legislativo
81/2008 e l’applicazione di protocolli di B-BS in azienda,
mettendo in evidenza criticità ed eventuali punti di contatto.
Riportiamo in breve alcuni dei punti di
contatto evidenziati:
- “l’applicazione di Modelli di organizzazione e di gestione;
- la formazione e l’addestramento dei lavoratori alla salute e sicurezza
e
l’utilizzo della B-BS
come protocollo di formazione/addestramento dei lavoratori ai
comportamenti
sicuri;
- il coinvolgimento, la partecipazione e la motivazione dei lavoratori
come
contributo alla tutela della salute e sicurezza nell’ambiente di lavoro;
- la sanzione penale come stimolo per il soggetto contravventore
all’adozione
di comportamenti finalizzati alla rimozione del pericolo o, qualora
questo si
sia già concretizzato in una lesione, alla riparazione del danno”.
Infine il terzo intervento, dal titolo “La B-BS nei sistemi di
gestione per la
sicurezza: la certificazione dei SGSL” a cura di G. Calabrese e G.
Candura
(CiS - Comportamenti in Sicurezza). In questo intervento viene fatta una
puntuale analisi dei costi sociali derivanti dalla mancata sicurezza nei
luoghi
di lavoro (circa il 2,8% del PIL) e dei
problemi a cui si possono ricondurre gli incidenti.
Secondo gli autori e secondo i dati raccolti sui punti deboli del
sistema di prevenzione degli incidenti sul lavoro,
si può affermare che:
- “la distribuzione storica delle cause di infortunio mette in evidenza
che
sono i comportamenti errati dei lavoratori a determinare gli infortuni,
piuttosto che le macchine e le attrezzature
utilizzate”;
- la percezione
del
pericolo imminente o del rischio (fisico o psicologico) al quale è
sottoposto il lavoratore è scarsa; accade anche che, a fronte di
evidenze
chiaramente percepite e conosciute, il lavoratore assuma uno stato
psicologico
tipico denominato ‘negazione’, che consiste nel non percepire ciò che si
vede o
essere insensibili verso ciò che si conosce;
- il livello di preparazione dei lavoratori indotto dalla formazione
è insufficiente alla prevenzione del rischio, degli incidenti e degli
infortuni;
- le organizzazioni sono poco reattive riguardo le prescrizioni di legge
e gli
adempimenti formativi e informativi”.
Dunque assistiamo a una “presenza
limitata di azioni sistemiche (sistemi di gestione per la sicurezza,
promozione della cultura della sicurezza, orientamento alla premiazione
piuttosto che alla sanzione, ecc.)” e a un “inadeguato addestramento del
lavoratore”.
Le soluzioni ai problemi irrisolti possono essere l’implementare
adeguati
Modelli di Organizzazione e di Gestione per la Salute e Sicurezza nei
luoghi di
Lavoro e l’adottare idonei protocolli basati sull’analisi dei comportamenti
dei lavoratori.
Purtroppo il panorama attuale “evidenzia un approccio prevalentemente
formale nell’attuazione dei Modelli di
Organizzazione, certamente correlato alle attuali forme di controllo
che
non premiano i risultati prestazionali e/o l’evoluzione degli stessi”.
Se i Modelli di Organizzazione o i Sistemi
di
Gestione sono una soluzione per la riduzione degli oneri derivanti
dagli
infortuni, “l’attuale sistema
di
certificazione non ne garantisce l’efficacia e la maggior parte
delle
aziende italiane, nonostante gli standard siano disponibili da parecchi
anni,
non li adottano”.
In realtà tali modelli organizzativi “dovrebbero essere adottati, sia
dalla
direzione aziendale sia dalla base dei lavoratori, in modalità
assolutamente
volontaria, con l’esclusione di qualsiasi forma di incentivo, la cui
presenza
sarebbe fattore determinante per intraprendere un approccio formale”.
Anzi gli
incentivi “potrebbero essere concessi solo dopo aver constatato,
attraverso
evidenze certificate, l’effettiva efficacia (monitorando, ad esempio,
indicatori prestazionali sulla sicurezza, quali aumento del grado di
applicazione della sicurezza, riduzione di incidenza e gravità degli
infortuni,
ecc.)”.
I Modelli
di
Organizzazione devono insomma “nascere in un clima di promozione
della
cultura della sicurezza, dove la stessa è considerata alla stregua di un
valore
e non un semplice adempimento, conseguenza di una prescrizione
sanzionatoria”.
Anche gli RLS “dovrebbero e potrebbero includere l’attuazione di Modelli
Organizzativi efficaci come una delle rivendicazioni, nelle
contrattazioni
sindacali interne”.
L’intervento si conclude indicando e mostrando nel dettaglio che un
Sistema di
Gestione per la Sicurezza trova “nell’applicazione della Behavior Based
Safety
(B-BS) uno strumento di straordinaria funzionalità per conseguire la
propria
finalità ed assicurare la conformità ad uno standard di riferimento
quale la OHSAS
18001”.
Gli atti del quarto Congresso Europeo di Behavior-Based Safety (B-BS),
il
secondo simposio dal titolo “Certificazione,
accreditamento
e normativa in tema di SGSL e B-BS”, (formato PDF, 429 kB),
in Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia, Volume XXXII -
N.
1/suppl.A, Psicologia, gennaio/marzo 2010
Tiziano Menduto
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