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Ambienti confinati: il copione orribile che si ripete da anni


Tragiche morti a Capua sono un “lusso che non possiamo permetterci” come avrebbe dovuto dire il Ministro Tremonti. A cura di Rocco Vitale.

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Le condoglianze non ridanno la vita. Dignitosamente i parenti delle vittime hanno detto che “non ci limiteremo a piangere ma vogliamo giustizia. Almeno quella devono darcela” Non sarà una cosa semplice e ci vorrà tempo. Ma il tempo non c’è per aspettare un’altra morte.

C’è un copione orribile che si ripete da anni.

·         Monopoli (Bari), agosto 2006, muoiono due operai dopo essere caduti in una cisterna storditi e poi asfissiati dalle esalazioni di uno stabilimento oleario.

·         Molfetta (Bari), marzo 2008, perdono la vita cinque lavoratori , tra cui il proprietario dell’impresa di manutenzione, per le esalazioni liberatisi durante la pulitura della cisterna di un camion.

·         Mineo (Catania), sono sei i lavoratori morti durante la pulizia di una vasca del depuratore comunale.

·         Cagliari, maggio 2009, tre operai muoiono per asfissia in una manciata di minuti in una cisterna degli impianti della Raffineria Saras di Sarroch. Uno andava per salvare l’altro.

Anche in quelle occasioni è stata chiesta verità, giustizia e fare in modo che tali episodi non  si sarebbero ripetuti. Invece, come sempre, il triste copione si è ripetuto.


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Siamo convinti che non vi è tempo per aspettare le inchieste della magistratura, giuste e doverose, ma che altri attori e non i magistrati debbano intervenire subito e con urgenza. Non servono nuove leggi, bisogna far rispettare quelle che ci sono. Si tratta di applicare la sicurezza sul lavoro in luoghi e spazi a rischio di inquinamento è obbligatoria ed è oggi prevista dal D.Lgs. 81/2008 che ha sostituito il D.Lgs. 626/94), che impone all’articolo 66 (Lavori in ambienti sospetti di inquinamento): "È vietato consentire l’accesso dei lavoratori in pozzi neri, fogne, camini, fosse, gallerie e in generale in ambienti e recipienti, condutture, caldaie e simili, ove sia possibile il rilascio di gas deleteri, senza che sia stata previamente accertata l’assenza di pericolo per la vita e l’integrità fisica dei lavoratori medesimi, ovvero senza previo risanamento dell’atmosfera mediante ventilazione o altri mezzi idonei. Quando possa esservi dubbio sulla pericolosità dell’atmosfera, i lavoratori devono essere legati con cintura di sicurezza, vigilati per tutta la durata del lavoro e, ove occorra, forniti di apparecchi di protezione. L’apertura di accesso a detti luoghi deve avere dimensioni tali da poter consentire l’agevole recupero di un lavoratore privo di sensi."

La prima corretta analisi l’ha svolta Franco Lotito, presidente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’INAIL quando dice chiaramente che il vero problema si chiama “la clausola del massimo ribasso e per avere un appalto si offrono prezzi stracciati e le piccole aziende sono costrette a tagliare i costi. Quali? Naturalmente quelli della sicurezza”.

Anche il Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha detto che in questa tragedia “colpisce il fatto che ancora una volta siano stati vittime di infortuni mortali coloro che operano in appalto specificamente nei servizi di manutenzione…”

E’ troppo, oppure non serve a niente, ricordare che quest’anno l’Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza di Balbao ha lanciato una campagna per la “manutenzione sicura” negli ambienti di lavoro. Faremo e si faranno bei convegni, libri e dichiarazioni ma di manutenzione si muore!

Di questi aspetti se ne era occupato lo stesso Ministro Sacconi, a livello legislativo con il D.Lgs. 106/2009 correttivo del D. Lgs. 81/2008, con una serie di modifiche all’art. 26 sugli “obblighi connessi ai contratti d’appalto o d’opera o di somministrazione”. Il comma 2 prevede che datori di lavoro ed appaltatori o subappaltatori debbano “cooperare all’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dei rischi sul lavoro”.

Affinchè questa “cooperazione” non sia solo verbale o aleatoria il comma 3 precisa che deve essere elaborato un “Documento unico di valutazione dei rischi interferenti” il cosiddetto DUVRI.

Questo DUVRI dovrebbe semplicemente dire chi fa che cosa e prevedere protocolli operativi chiari, semplici e leggibili.

Ma finchè i DUVRI si fanno in fotocopia, e magari si vendono, o si immettono dei dati ed un software stampa decine e decine di pagine non adempie alla legge ma si fa solo “carta”, anche costosa ed inutile.

Questa e la sicurezza burocratica inutile, di cui ha parlato anche il Ministro Tremonti, nelle sue precisazioni e rettifiche. Però una seria azione di sicurezza e di prevenzione, che la legge deve indicare e far rispettare non sono “un lusso” come ha detto il Ministro Tremonti, prima con dichiarazioni “da bar”, poi con un comunicato stampa di rettifica ed infine con una lettera al “Corriere della Sera” è ritornato sulla sua mala uscita agostana sul “lusso della 626 che non possiamo permetterci”.

Non siamo intervenuti sulle “cinque parole” del ministro convinti che si trattasse di una battuta estiva. Con l’intervento sul Corriere il Ministro ha voluto precisare il suo pensiero dicendo sia cose condivisibili, allorquando la sicurezza è vista come un eccesso di burocrazia europea, sia luoghi comuni errati, sbagliati e, soprattutto, non veritieri.

Da un Ministro della Repubblica volevamo, almeno sul piano normativo alcune esattezze. Primo non si dice “la 626” ma il “626” (in quanto si tratta di un Decreto Legislativo) che non c’è più, però non è stata sostituita da un  Testo Unico ma dal Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81, 2008, modificato di recente con il D.Lgs. 3 agosto 2009, n. 106.

Peccato che il Ministro non ricordi che su questo Decreto, dopo la firma del Guardasigilli Alfano e prima di quella del Ministro Maroni vi è la firma, appunto, del Ministro Tremonti!

Nella ultima lettera sul “Corriere” il Ministro oltre, all’ovvia, difesa della salute e sicurezza dei lavoratori afferma che l’applicazione di queste norme sono un eccesso della burocrazia europea, quasi demenziale.

Conferma che l’applicazione di queste norme sono un costo poiché alle stesse regole, fatte soprattutto da adempimenti amministrativi e cartacei, devono sottostare ugualmente sia le grandi imprese sia il piccolo artigiano o l‘azienda di 5 dipendenti.

Un artigiano, conclude Tremonti “che lavora da solo, o con un apprendista, è costretto per legge a diventare matto con la burocrazia” in quanto in Italia l’applicazione della direttiva europea si presenta “come la fabbrica dell’assurdo: di costi artificiali, di corsi di formazione fantasma…”

Considerazioni condivisibili scritte in un contesto errato che, però, non portano da nessuna parte.

Vi è però un errore strategico nelle parole del Ministro quando afferma che nella grande industria avvengono i grandi e tragici incidenti. Non è vero. Da gennaio di quest’anno alla data di oggi abbiamo avuto 727 morti sul lavoro, 18.199 infortunati e ben 727.992 infortuni.

La maggior parte degli infortuni ed incidenti sul lavoro avvengono nelle piccole e piccolissime aziende che vanno da 1 a 5 fino a 10 dipendenti. Gli incidenti nelle grandi aziende fanno notizia e ne parlano i giornali ma lo stillicidio quotidiano che pesa è quello che colpisce i “piccoli” ogni giorno, tutti i giorni e nessun giornale ne parla e nessuno sciopera.

I casi che abbiamo visto sopra non si sono verificati in grandi aziende ma in imprese di manutenzione artigiane. Da questo dato bisogna partire e alcune osservazioni del Ministro sono condivisibili perché in Italia l’applicazione delle direttive europee sono state una fabbrica di carta e di procedure anche costose che non hanno impedito la riduzione degli infortuni

Si tratta allora di applicare delle norme, che non sono assurde ma assurdamente applicate ed interpretate. Ritorniamo allo spirito delle norme europee che si chiamano “direttive sociali” e applichiamo il decreto 81/08 in una ottica sostanziale e non solo finalizzata ad un adempimento meramente formale agli obblighi di legge.

Avremmo però voluto dal Ministro dell’Economia sentir dire che il lusso che non possiamo permetterci sono quei costi sociali per oltre 45 miliardi di euro, pari al 3,21% del Pil, che ogni anno ci costano gli incidenti sul lavoro.
 

Rocco Vitale

Presidente Aifos, Associazione Italiana Formatori della Sicurezza sul Lavoro
 


Creative Commons License Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
 


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