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Tutela del lavoro e sicurezza: perché serve un nuovo patto sociale
Quanto avvenuto nelle scorse settimane in provincia di Cosenza, con la morte di quattro braccianti agricoli, ha sollevato varie riflessioni e proposte per contrastare le tante forme illegali di intermediazione, reclutamento ed organizzazione della manodopera che ancora permangono in Italia.
Sul tema riceviamo e pubblichiamo un contributo di Marco Lupi (Associazione di Promozione Sociale #girolevitespezzate) dal titolo “Dalla tragedia alla prevenzione: perché serve un nuovo patto sociale per la tutela del lavoro”.
Dalla tragedia alla prevenzione: perché serve un nuovo patto sociale per la tutela del lavoro
La drammatica vicenda dei lavoratori stranieri morti in Calabria richiama ancora una volta l'attenzione sulle forme più estreme di sfruttamento lavorativo presenti nel nostro Paese.
Al di là delle responsabilità penali che saranno accertate, episodi di questo tipo impongono una riflessione sul funzionamento del sistema di Prevenzione e Vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
Di fronte a fenomeni complessi come il caporalato, il lavoro nero o le situazioni di grave degrado delle condizioni di lavoro, è evidente che nessun soggetto possa pensare di intervenire efficacemente da solo. Né gli Organi di vigilanza, né le Forze dell'Ordine, né le Organizzazioni Sindacali dispongono, singolarmente, degli strumenti necessari per intercettare tempestivamente le situazioni più critiche.
Per questo motivo condivido in pieno la proposta SNOP di costruire un vero e proprio Patto Sociale per la Prevenzione, fondato sulla collaborazione strutturata tra Istituzioni Pubbliche, Imprese, Organizzazioni Sindacali in generale e Rappresentanze dei Lavoratori (RSU e RLS).
L'esperienza dimostra che le condizioni di maggiore rischio raramente si manifestano all'improvviso. Al contrario, esse sono spesso precedute da segnali evidenti: ritmi di lavoro insostenibili, utilizzo di manodopera irregolare, mancato rispetto dei tempi di recupero, carenze organizzative, assenza di adeguate misure di protezione, pressioni produttive incompatibili con la tutela della salute e della sicurezza.
Chi è in grado di cogliere questi segnali prima che si trasformino in tragedia? Molto spesso sono proprio i Sindacati e i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) e i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza Territoriali (RLST), grazie alla loro presenza nei luoghi di lavoro e alla conoscenza diretta delle dinamiche aziendali e di settore.
Eppure, nella pratica quotidiana, il rapporto tra gli Organi di vigilanza e il sistema della Rappresentanza dei Lavoratori appare ancora debole e discontinuo. Nella maggior parte dei casi i Servizi di Prevenzione delle Aziende sanitarie, l'Ispettorato del Lavoro e gli altri soggetti istituzionali non conoscono nemmeno chi siano gli RLS presenti nel territorio di competenza, né esistono canali strutturati di confronto e scambio informativo.
Questa rappresenta una criticità che deve essere affrontata con decisione.
Occorre promuovere specifici accordi di collaborazione a livello nazionale, regionale e territoriale tra gli Organi di Vigilanza e le Rappresentanze dei Lavoratori, finalizzati a:
- favorire lo scambio di informazioni sulle situazioni maggiormente critiche;
- definire criteri condivisi per l'individuazione dei contesti ad alto rischio;
- programmare interventi coordinati nei comparti più esposti;
- valorizzare il ruolo degli RLS e degli RLST come sentinelle preventive del sistema;
- promuovere azioni congiunte di informazione e formazione.
Tali strumenti potrebbero risultare particolarmente efficaci nei settori caratterizzati da elevata frammentazione produttiva e maggiore vulnerabilità sociale, come l'agricoltura, l'edilizia, la logistica e alcuni comparti manifatturieri.
Parallelamente, appare sempre più evidente la necessità di superare l'attuale frammentazione del sistema dei controlli. La presenza di molteplici soggetti istituzionali con competenze differenti rischia talvolta di produrre sovrapposizioni, dispersione di risorse e mancanza di una programmazione comune.
Da qui la proposta di costituire un corpo unico nazionale della prevenzione e vigilanza, capace di integrare al proprio interno competenze sanitarie, ispettive e investigative, orientando l'azione pubblica prioritariamente verso la prevenzione piuttosto che verso la sola repressione delle violazioni.
Tuttavia, prima ancora di immaginare nuove strutture organizzative, sarebbe opportuno valorizzare pienamente gli strumenti che il legislatore ha già previsto.
Il D.Lgs. 81/2008 contiene infatti importanti disposizioni dedicate alla programmazione partecipata delle politiche di prevenzione.
L'articolo 6 attribuisce alla Commissione Consultiva Permanente per la salute e sicurezza sul lavoro il compito di elaborare indirizzi, promuovere iniziative e favorire il coordinamento tra istituzioni e parti sociali.
L'articolo 7 prevede l'istituzione dei Comitati regionali di coordinamento, finalizzati alla programmazione degli interventi sul territorio.
L'articolo 5 disciplina il coordinamento delle attività di vigilanza.
Per molti anni tali Organismi hanno rappresentato sedi efficaci di confronto trilaterale tra Governo, Regioni e Parti sociali, contribuendo alla diffusione di buone pratiche e alla realizzazione di iniziative condivise. Successivamente, anche a causa di scelte politiche e di una progressiva perdita di centralità, il loro ruolo si è progressivamente indebolito.
Forse la strada da percorrere non è quella di costruire nuovi contenitori istituzionali, ma di far funzionare pienamente quelli esistenti, rilanciandone le funzioni di indirizzo e coordinamento.
La prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, così come il contrasto alle forme più gravi di sfruttamento lavorativo, richiedono infatti una governance multilivello capace di integrare le competenze tecniche degli Organi di Vigilanza con la conoscenza concreta dei luoghi di lavoro propria delle Rappresentanze Sindacali.
La sicurezza sul lavoro non può essere affidata esclusivamente alla sanzione penale né alla buona volontà dei singoli. Deve diventare il risultato di una responsabilità condivisa, costruita attraverso il dialogo sociale, la partecipazione e la programmazione congiunta.
Le tragedie che periodicamente colpiscono il mondo del lavoro ci ricordano che intervenire dopo non basta. Occorre creare le condizioni affinché i segnali di allarme vengano riconosciuti e affrontati prima che si trasformino in infortuni, malattie o morti evitabili.
In questo senso, il coinvolgimento attivo degli RLS e degli RLST non rappresenta un elemento accessorio del sistema prevenzionistico, ma una delle sue risorse più preziose e, probabilmente, ancora troppo poco utilizzate.
Con questo possibile approccio si sposta il dibattito da una logica esclusivamente ispettivo-sanzionatoria a una logica di governance partecipata della prevenzione, coerente con l'impianto originario del D. Lgs. 81/2008.
L'elemento innovativo non è tanto l'istituzione di nuovi organismi, quanto il rilancio del ruolo della Commissione Consultiva Permanente e dei Comitati regionali di coordinamento come luoghi in cui Governo, Regioni e Parti sociali possano programmare insieme le priorità di intervento e le modalità operative di collaborazione tra Organi di vigilanza e rappresentanti dei lavoratori.
In questa prospettiva, RLS e RLST cessano di essere figure consultive limitate alla dimensione aziendale e diventano veri e propri attori territoriali della prevenzione, capaci di contribuire all'emersione precoce delle situazioni di rischio più gravi.
Marco Lupi
APS #girolevitespezzate
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Pubblica un commento
| Rispondi Autore: Annarosa Spotorni | 22/06/2026 (07:55:37) |
| Altro che G7 sono cose da paese del terzo mondo. E'possibile che in Italia succedano questi fatti assurdi? Perchè nel sud Italia si tollerano queste situazioni? Perchè non denunciamo i fatti illeciti di cui veniamo a conoscenza. Se continuiamo così ci autodistruggiamo. | |
| Rispondi Autore: Stefano B. | 22/06/2026 (09:01:21) |
| "Il ruolo strategico di RLS e RLST", già qui ho smesso di leggere. Ma chi ha scritto l'articolo che esperienza reale ha? Ha mai messo piede in piccole aziende non statali? | |