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Le comunità di pratica, le aziende e gli attori della prevenzione

Le comunità di pratica, le aziende e gli attori della prevenzione
Redazione

Autore: Redazione

Categoria: Sorveglianza sanitaria, malattie professionali

17/12/2013

Il progetto “A Modena la sicurezza sul lavoro, in pratica” ha sviluppato uno strumento virtuoso, di miglioramento continuo e condivisione di esperienze che è individuabile nella sua struttura organizzativa. A cura di Maria Celeste Piracci.

Le comunità di pratica, le aziende e gli attori della prevenzione

Il progetto “A Modena la sicurezza sul lavoro, in pratica” ha sviluppato uno strumento virtuoso, di miglioramento continuo e condivisione di esperienze che è individuabile nella sua struttura organizzativa. A cura di Maria Celeste Piracci.

Con riferimento al convegno conclusivo dell’attività 2013 del progetto “ A Modena la sicurezza sul lavoro, in pratica”, che si tiene il 17 dicembre 2013 a Modena, pubblichiamo un intervento che ci è stato inviato dal direttore della sede INAIL di Modena, dott.ssa  Maria Celeste Piracci.Tale intervento, dopo l’ intervista al Prof. Riccardo Melloni, sui temi del progetto di Modena e delle attività correlate alla prevenzione degli  incidenti negli spazi confinati, ci permette non solo di approfondire la struttura del progetto modenese, ma di comprendere i fattori, gli strumenti necessari per creare in ogni realtà territoriale strumenti virtuosi di prevenzione.

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Modena, 17 Dic - Il progetto “ A Modena la sicurezza sul lavoro, in pratica”, giunto al terzo anno di attività, è il frutto di un attento lavoro di ascolto e di analisi delle problematiche che le aziende si trovano quotidianamente ad affrontare, sia nell’applicazione della normativa obbligatoria in materia di sicurezza sul lavoro, sia nello sforzo di garantire livelli di sicurezza sempre migliori.
 
Il progetto nasce dalla raccolta dei bisogni emersi dal territorio modenese di un aiuto concreto ed efficace per affrontare la complessa attività di prevenzione dei rischi così come previsto dal D. Lgs. 81/2008, soprattutto per aziende di piccola e media dimensione.
.
A tale scopo il progetto si è dotato di una struttura organizzativa ed una serie distrumenti mirati a rispondere in modo concreto alle problematiche che le aziende incontrano nell’applicazione della normativa prevenzionale soprattutto attraverso un’attività di ricerca applicata, con il coinvolgimento diretto delle aziende.
 
La struttura organizzativa del progetto prevede un Comitato Tecnico Scientifico (CTS), coordinato dall’INAIL ed avente un Direttore Tecnico, espressione dell’Università di Modena e Reggio Emilia, composto da esperti del mondo universitario, dell’INAIL, dell’ASL e della DTL, e da tecnici provenienti dalla quasi totalità delle  associazioni di categoria e professionali modenesi.
 
Il CTS ha un ruolo centrale nella governance del progetto poiché, già nella sua composizione, vede la rappresentanza di gran parte delle realtà produttive del territorio ed è già un valido strumento di emersione di problematiche effettive ed esigenze concrete che emergono dalle aziende.
 
Ciononostante, si è ritenuto necessario dotarsi di una serie diversificata di strumenti per poter raggiungere un numero sempre maggiore di aziende e permettere di condividere i risultati e le esperienze: workshops tematici, gruppi di studenti, laboratori tecnici e comunità di pratica.
 
I diversi strumenti hanno avuto un’evoluzione diversa nel tempo di sviluppo del progetto, in quanto è stato necessario costruire le condizioni per raggiungere un loro livello di maturità.
Primi tra tutti sono stati i Workshops tematici, eventi realizzati per affrontare in profondità un argomento specifico, ad essere stati utilizzati con grande efficacia per far emergere criticità e buone prassi ed essere di stimolo per indirizzare il CTS nell’attività di ricerca delle soluzioni.
Nel corso del triennio sono stati realizzati numerosi eventi che hanno ottenuto un grande riscontro non solo da parte di aziende e tecnici provenienti dal territorio modenese ma anche da fuori regione, soprattutto dal Veneto e dalla Lombardia.
 
Ma lo strumento che si ritiene di maggiore potenzialità per il raggiungimento degli obiettivi finali del progetto è sicuramente costituito dalle Comunità di pratica organizzate tra aziende ed attori della prevenzione che condividono volontariamente le proprie esperienze nella logica della diffusione delle buone prassi esistenti e nella ricerca di soluzioni migliorative.
 
Ogni comunità di pratica raggruppa aziende, omogenee per tipologia di rischio, sono individuate attraverso il settore merceologico di riferimento o alla tipologia di lavorazione prevalente, e prevede un facilitatore, individuato nel CRIS (Centro di Ricerca Interdipartimentale sulla Sicurezza e Prevenzione dei Rischi dell’ Università di Modena e Reggio Emilia), per governarne il funzionamento.
Le aziende della comunità di pratica si mettono a disposizione per analisi dirette, presso le proprie sedi, delle attività lavorative al fine di elaborare documenti, di norma schede di rischio per ogni attività lavorativa, che contengono le indicazioni necessarie per la riduzione del rischio, le attività formative eventualmente necessarie e l’impiego dei DPI.
Il materiale così elaborato è portato all’attenzione di tutti i partecipanti la comunità di pratica, in modo da permettere a ciascuno di condividere e contribuire al miglioramento del materiale predisposto, in un percorso ciclico, tipico dei sistemi di gestione, per il miglioramento continuo. I contributi realizzati dalla comunità di pratica, una volta validati dal CTS, sono poi resi disponibili liberamente.
 
Un ruolo fondamentale per lo sviluppo delle comunità di pratica ha giocato la fase di sperimentazione in azienda che aveva portato alla realizzazione di modelli semplificati di DVR, DUVRI ed SGSL.
L’attività sperimentale, volta inizialmente alla validazione dei modelli realizzati, ha permesso la realizzazione di schede di valutazione del rischio delle singole attività lavorative, per un numero significativo di casi, che possono essere utilizzate sia per la realizzazione di nuovi DVR che come elemento di confronto tra diverse aziende facenti parte della stessa comunità di pratica.
 
Nel corso del 2013, quindi, l’attività di sperimentazione è continuata regolarmente ma è stata potenziata negli strumenti metodologici di conduzione introducendo i Focus Group con i lavoratori, come strumento per individuare i rischi connessi alle attività lavorative, le relative cause, comprese quelle dovute a comportamenti scorretti.
L’obiettivo dei Focus Group è stato quello di coinvolgere i lavoratori al fine di individuare situazioni di lavoro potenzialmente pericolose e analizzarle insieme per individuare proposte e soluzioni migliorative. I risultati sono stati molto incoraggianti principalmente per l’interesse attivo manifestato dai lavoratori, che hanno spesso individuato soluzioni migliorative di poco costo e facilmente implementabili.
Tali soluzioni sarebbero difficilmente state individuate senza il loro coinvolgimento. Il clima favorevole che si è venuto a creare durante l’attività di Focus Group ha consentito, inoltre, di far emergere comportamenti scorretti, quasi incidenti, azioni insicure ed altre situazioni che, anche se non hanno portato a conseguenze, costituiscono potenziale pericolo.
 
Le Comunità di pratica, sempre sotto il controllo del CTS, costituiscono ora il nucleo centrale attorno al quale ruotano le diverse attività del progetto. I diversi temi e prodotti realizzati nel corso di questi tre anni e quelli che potranno essere sviluppati in futuro potranno arricchire di contenuti il progetto e trovare risposte efficaci dal lavoro delle comunità di pratica o potranno creare occasioni di sviluppo di nuove comunità di pratica che si riconoscono in problemi specifici.
 
È ciò che è accaduto nel corso del 2013, dove, intorno al problema della malattie professionali, emerse come esigenza dal CTS, è nata una comunità di pratica tra aziende che operano nel settore della lavorazione carni e l’introduzione dello studio delleattività in ambienti confinati sta arricchendo di nuovi temi la comunità di pratica delle aziende di produzione del Parmigiano Reggiano.
 
Il progetto “A Modena la sicurezza sul lavoro, in pratica”, in conclusione, nei sui tre anni di attivazione, oltre ad aver realizzato documenti di pratica utilità, quali i modelli semplificati e le schede di rischio per attività lavorativa, ha sviluppato uno strumento virtuoso, di miglioramento continuo e condivisione di esperienze, che è individuabile nella sua struttura organizzativa.
 
La presenza di un CTS, comprensivo di tutte le parti interessate alla gestione della sicurezza, che controlli e governi le attività sviluppate e l’attivazione delle comunità di pratica, favorisce lo sviluppo di attività che rispondono alle esigenze espresse dal mondo del lavoro e la diffusione ampia dei risultati ottenuti. Il processo innescato dal progetto, nella sua struttura organizzativa, permette, inoltre, lo sviluppo di strumenti innovativi di analisi, quali ad esempio i Focus Group con i lavoratori, che hanno favorito la partecipazione attiva dei lavoratori, l’emersione di cause di potenziale pericolo e l’individuazione di soluzioni principalmente emerse dai lavoratori stessi.
Il progetto si è dimostrato uno strumento efficace per rispondere alle esigenze di prevenzione e per garantire un continuo aggiornamento e miglioramento della sicurezza sul lavoro e può essere confermato dall’interesse che ha suscitato anche fuori dalla Regione Emilia Romagna, attirando collaborazioni di esperti, associazioni ed aziende che permettono il consolidamento ed ampliamento continuo della comunità di pratica, e conferma l’efficacia dell’innovativo approccio culturale alle tematiche della sicurezza sul lavoro che sottende al lavoro svolto.
 
 
Dott.ssa Maria Celeste Piracci, direttore della sede INAIL di Modena
                                                                          
 
 

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