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Un modello di sicurezza inclusiva

Un modello di sicurezza inclusiva
21/11/2017: L’importanza di creare nuove forme di formazione e comunicazione alla sicurezza che rispondano ai bisogni della società interculturale.
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OttoUno - D.Lgs. 81/2008 (Vers. Uffici)
Formazione e informazione generale sulla sicurezza dei lavoratori impiegati negli uffici
 
Ospitiamo un articolo tratto da  PdE, rivista di psicologia applicata all’emergenza, alla sicurezza e all’ambiente, che propone un intervento realizzato da Martina Zuliani.

 

L’APPROCCIO PARTECIPATIVO COME NUOVA RISORSA NELLA CREAZIONE DI UN MODELLO DI SICUREZZA INCLUSIVA

In PdE abbiamo spesso trattato il tema dell’importanza di creare nuove forme di formazione e comunicazione alla sicurezza che rispondano ai bisogni della società interculturale. Gli ambienti di lavoro sono sempre più composti da persone di diverse nazionalità e culture, aventi il loro bagaglio di conoscenze, concetti e simboli. Ciò che per noi può essere un comportamento o un simbolo scontato può risultare criptico o addirittura sconosciuto a persone appartenenti a una cultura differente. La stessa percezione di sicurezza e di ciò che sia pericoloso cambia di cultura in cultura.

 

Si presenta quindi la necessità di creare nuovi modelli di sicurezza che possano risultare comprensibili a tutta la forza lavoro di una determinata azienda, al fine di essere chiari e immediati a tutti i lavoratori per prevenire la possibilità di infortuni o incidenti.

 

Rimane la domanda su come creare un sistema comune di comunicazione e simboli che venga condiviso da tutti i lavoratori. Nel contesto delle piccole-medie aziende, molto diffuse nel nostro Paese, si può facilmente applicare l’approccio partecipativo a questa ricerca di sicurezza. Tramite la creazione di gruppi di lavoro misti, che comprendano lavoratori migranti e italiani, si possono creare codici comuni e accordi sui comportamenti da tenersi. Tali gruppi, per rendere efficace il messaggio di ricerca della sicurezza e considerarne le regole fondamentali, verrebbero guidati e assistiti da esperti della formazione alla sicurezza e all’emergenza.

 

Il cuore dell’approccio partecipativo è l’intervento della popolazione coinvolta nelle decisioni e consultazioni relative a un determinato problema o tema. Esso si basa sull’idea che una collaborazione tra esperti del settore e persone che vivono le proble matiche trattate dal punto di vista pratico sia essenziale per trovare soluzioni efficaci. L’approccio partecipativo viene sempre più usato in diversi campi, quali la cooperazione allo sviluppo, la costruzione di città a misura di cittadino, la pianificazione di progetti e il cambiamento sociale. Proprio per questo suo forte legame con il mondo delle scienze sociali, esso può entrare a far parte del mondo della formazione aziendale e della comunicazione interculturale a essa legata.

 

Bust, Gibb e Pink (2008) hanno sottolineato come la partecipazione dei lavoratori al management della sicurezza sia un punto fondamentale per creare un loro senso di appartenenza e di responsabilità nei confronti del concetto di team di lavoro e di prevenzione degli incidenti sul lavoro. La loro ricerca si basa su i lavoratori stranieri, europei ed extracomunitari, impiegati nelle aziende edili del Regno Unito. Essi sono partiti chiedendosi se i simboli e le norme usati nella sicurezza dei cantieri edili fossero comprensibili a tutti i lavoratori stranieri. Partendo da una ricerca precedente, effettuata da Schellekens e Smith (2004), essi hanno rilevato come i supervisori raramente si accertassero che i lavoratori stranieri comprendessero i segnali relativi alla sicurezza. Difatti, parendo a loro scontati, non si ponevano la questione della chiarezza dei simboli nelle altre culture. Questo meccanismo è molto diffuso, difatti spesso ci dimentichiamo di accertarsi che le persone con le quali comunichiamo comprendano qualcosa che a noi sembra scontato e naturale. Le interviste e i questionari somministrati da Bust, Gibb e Pink (2008) nel contesto della loro ricerca sottolinearono come non vi fosse un’effettiva chiarezza dei messaggi audio-visivi e dei segnali di pericolo così come percepiti dai lavoratori stranieri e la mancanza di comunicazione era segnalata come il problema maggiore nella gestione della sicurezza. La proposta degli autori per rispondere alle problematiche emerse è di coinvolgere i lavoratori nell’identificazione dei simboli tramite la creazione di gruppi di lavoro che si riuniscano per discutere sui significati a essi associati.

 

Un ulteriore progetto di partecipazione nel delineare le linee guida sulla sicurezza tramite l’uso di un approccio partecipativo è stato impostato da Quintin e altri (2010) per i lavoratori edili messicani negli Stati Uniti. Tramite la creazione di 6 focus group composti da lavoratori migranti esperti, si è potuto creare un curriculum di 10 ore di formazione alla sicurezza indirizzato ai migranti messicani, comprendente 14 tematiche diverse. Il corso è composto da micro-attività che facilitino la partecipazione attiva dei lavoratori tramite la divisione in piccoli gruppi e lo scambio di racconti ed esperienze. La somministrazione di un singolo corso di 10 ore ha portato alla diminuzione degli infortuni con un 12% di incidenti sul lavoro in meno registrati.

 

La presenza di lavoratori stranieri aventi il loro bagaglio di simboli e percezioni si trasforma quindi da ostacolo a risorsa per la creazione di nuovi messaggi che possano aumentare la sicurezza di tutto il team di lavoro, non solo nel settore delle costruzioni, ma anche nelle aziende e nel settore dei servizi alla persona. La creazione di team di lavoro multietnici che discutano i messaggi e i simboli della sicurezza è facilmente applicabile al contesto delle piccole-medie aziende, nelle quali il ridotto numero di lavoratori consente la partecipazione al team da parte dei lavoratori rappresentanti tutte le etnie presenti. Per tali aziende, la sicurezza e la riduzione degli infortuni risultano fondamentali, sia per la riduzione dei costi sia per la necessità di manodopera attiva. L’approccio partecipativo si colloca come risorsa e soluzione per questa ricerca di sicurezza e per la creazione di un ambiente di lavoro inclusivo e incentrato sulla persona.

 



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Rispondi Autore: Attilio Pagano21/11/2017 (06:44:22)
Tema e prospettive di lavoro, come ovvio, di grande attualità e centralità per chi si occupa del buon funzionamento dei sistemi aziendali di prevenzione. Mi chiedo perché è stato etichettato dalla redazione come attinente alla BBS. I riferimenti, abbastanza evidenti, sono ai contributi della psicologia sociale e alla psicologia cognitiva. Al contrario, il comportamentismo non mi sembra per nulla coerente con il taglio di questo articolo.
Non si tratta di fare accademia, ma di fare chiarezza e non alimentare il mito secondo cui agire sul comportamento richieda un approccio comportamentista (BBS) e, tantomeno, che l'unico approccio per agire sul comportamento sia proprio il comportamentismo.
Il prossimo 14 ottobre a Milano ci sarà un convegno sul tema della SICUREZZA INCLUSIVA. Parteciperà anche Martina Zuliani autrice dell'articolo di PdE qui riprodotto. Per info www.aints.org

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