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Perché la politica non risolve il problema degli infortuni sul lavoro?
L’Italia è un Paese che da decenni convive con una contraddizione evidente: possiede una delle normative più articolate d’Europa in materia di sicurezza sul lavoro e allo stesso tempo registra un numero di infortuni e morti che rimane ostinatamente elevato.
Ogni anno si ripete lo stesso copione: una tragedia, un’ondata di indignazione, dichiarazioni di circostanza, promesse di riforme, e poi il silenzio.
La domanda, allora, non è più “come ridurre gli infortuni?”, ma “perché la politica italiana non vuole davvero risolverli con interventi sistemici?”.
La risposta non è semplice, ma è chiara: perché non conviene.
Non conviene economicamente, non conviene elettoralmente, non conviene culturalmente e, soprattutto, non conviene a un sistema che ha costruito la propria stabilità su una miscela di ambiguità, frammentazione e tolleranza verso il rischio.
La sicurezza non porta voti: la logica del consenso a breve termine
La politica italiana vive in un ciclo elettorale permanente e ogni decisione viene valutata in base al ritorno immediato in termini di consenso.
La sicurezza sul lavoro, invece, è un tema che richiede:
- investimenti continuativi;
- controlli rigorosi e impopolari;
- enti di vigilanza che disturbano equilibri locali;
- sanzioni che irritano categorie economiche influenti;
- risultati che emergono solo dopo anni.
È l’esatto contrario di ciò che la politica italiana predilige e cioè misure rapide, visibili, facilmente comunicabili, possibilmente a costo ridotto.
La sicurezza non offre inaugurazioni, non permette di tagliare nastri, non genera titoli trionfali. È fatta di disciplina, procedure, verifiche, ecc. e cioè tutte cose che non si prestano alla narrazione politica contemporanea, fondata su annunci e simboli.
In altre parole, la sicurezza non fa spettacolo, non è spendibile in campagna elettorale, non crea eroi, non produce applausi.
Pertanto, rimane ai margini.
Il sistema produttivo italiano e la cultura del “si è sempre fatto così”
Una parte consistente del tessuto produttivo italiano vive ancora immersa in una cultura industriale che considera la sicurezza come un costo, non come un investimento.
In molti settori, edilizia, agricoltura, logistica, piccola manifattura, la SSL con le sue attività e preventive, è percepita come un ostacolo alla produttività, un intralcio alla flessibilità, un insieme di adempimenti burocratici da sbrigare nel modo più rapido possibile.
Questa mentalità non nasce dal nulla ma è il risultato di decenni in cui la sicurezza è stata presentata come un obbligo formale e non come una leva strategica.
La politica, consapevole di questa sensibilità, evita accuratamente di introdurre misure che potrebbero essere interpretate come “nuovi vincoli” o “nuove complicazioni”.
In territori dove il consenso si costruisce attraverso reti di relazioni personali, associazioni di categoria e micro-equilibri economici, imporre regole più severe significa rischiare di perdere voti.
La sicurezza, dunque, diventa un tema da trattare con prudenza, quasi con timore e, quando un tema viene trattato con timore, non diventa mai una priorità.
La frammentazione istituzionale: il labirinto perfetto per non decidere
La sicurezza sul lavoro in Italia è un campo dove si intrecciano competenze di Stato, Ministeri diversi, Regioni, ASL, INAIL, INL, Parti Sociali, Organismi paritetici, Enti bilaterali, ecc.
Questa frammentazione produce un effetto prevedibile: la responsabilità si dissolve.
Ogni attore può sostenere di aver fatto la propria parte e, allo stesso tempo, può attribuire le inefficienze agli altri.
Questo è un sistema che permette alla politica di evitare decisioni scomode, perché ogni riforma richiederebbe coordinamento, visione e una governance unificata.
Tre elementi che, nel contesto italiano, sono spesso percepiti come utopici.
La frammentazione non è un incidente ma è un vantaggio per chi governa perché permette di gestire il tema attraverso interventi parziali, misure spot, decreti-emergenza, reagendo alle tragedie senza mai affrontare le cause strutturali.
In altre parole, come già più volte scritto su Puntosicuro, permette di mantenere lo status quo senza assumersi la responsabilità di un cambiamento profondo.
La narrazione pubblica: gli infortuni come fatalità
In Italia gli infortuni sul lavoro vengono spesso raccontati come fatalità, come errori individuali, come sfortunate coincidenze. Per averne prova, basta sentire un servizio su un infortunio mortale in un qualunque TG.
Questa narrazione è comoda per tutti.
E’ comoda per le imprese, che evitano di interrogarsi sulle proprie responsabilità.
E’ comoda per la politica, che può evitare di affrontare il problema in modo sistemico.
E’ comoda per i media, che possono trasformare ogni tragedia in un caso emotivo, senza approfondire le dinamiche strutturali.
Quando un infortunio viene percepito come fatalità, non diventa un problema politico. Diventa un episodio isolato, un dramma personale e non un sintomo di un sistema che accetta livelli di rischio inaccettabili.
La politica, dunque, interviene solo quando l’emozione pubblica è alta. L’’emozione, però, è effimera e la sicurezza richiede continuità.
Quale è il risultato: si continuano a partorire misure spot e non riforme.
La sicurezza sul lavoro come infrastruttura invisibile
Le infrastrutture che la politica ama sono quelle visibili come strade, ponti, scuole, ospedali. La sicurezza sul lavoro, invece, è un’infrastruttura invisibile perché non si vede, non si tocca, non si inaugura.
Infatti, è costituita da procedure, formazione, manutenzione, cultura, organizzazione, responsabilità, investimenti silenziosi, ecc.
È un’infrastruttura che non produce consenso immediato ma produce stabilità.
Purtroppo, la stabilità, nel contesto politico italiano, non è una priorità in quanto la politica preferisce il rumore alla sostanza, l’annuncio alla manutenzione, la promessa alla pianificazione.
Il ruolo delle parti sociali: tra rappresentanza e ambiguità
Le parti sociali, sindacati e associazioni datoriali, hanno un ruolo fondamentale nella sicurezza.
Anche qui, emergono ambiguità.
Infatti, i sindacati, spesso concentrati su temi salariali e contrattuali e non sempre riescono a mantenere la sicurezza come priorità assoluta.
Le associazioni datoriali, dal canto loro, tendono a difendere la flessibilità e a resistere a norme più stringenti.
La politica, che dipende dal sostegno di entrambe le parti, preferisce non scontentare nessuno.
E quando si cerca di non scontentare nessuno, si finisce per non cambiare nulla.
Un esempio per tutti è la sparizione, nel testo della Legge n. 198/2025, di quanto era prima previsto nel D.L. n. 159/2025, a proposito dell’introduzione, nel D. Lgs. n. 81/2008, di un “Titolo” specifico sugli Spazi Confinati nonostante gli infortuni che in essi avvengono costituiscono la prima causa di infortuni mortali plurimi.
Il peso dell’economia informale e del lavoro irregolare
Una parte significativa degli infortuni sul lavoro avviene in contesti irregolari, informali, o semi-regolari.
Settori come agricoltura, edilizia, logistica e servizi presentano sacche di lavoro nero o grigio che sfuggono ai controlli.
In questo caso, intervenire in modo sistemico significherebbe:
- rafforzare gli enti di vigilanza;
- aumentare i controlli;
- investire in tecnologia;
- colpire duramente l’irregolarità;
- destabilizzare interessi consolidati;
- disturbare equilibri economici locali.
Questo è un terreno politicamente rischioso e la politica italiana, da sempre, evita i terreni rischiosi.
La sicurezza sul lavoro come tema tecnico: un problema per la comunicazione politica
La sicurezza è un tema tecnico-organizzativo che richiede competenze, dati, analisi, pianificazione.
La comunicazione politica contemporanea, invece, è costruita su slogan, polarizzazione, semplificazione.
Parlare di sicurezza significa parlare di valutazione dei rischi, sistemi di gestione, modelli organizzativi, indicatori di performance, investimenti pluriennali, cultura organizzativa, responsabilità condivise, ecc.
Questo è un linguaggio che, palesemente, non si presta alla retorica politica ma che richiede, invece, serietà, continuità, competenza.
E la competenza, nel dibattito politico italiano, non è sempre premiata.
Il paradosso italiano: norme avanzate, applicazione debole
L’Italia possiede una normativa avanzata ma la sua applicazione è debole.
Questo paradosso è utile alla politica poiché permette di sostenere che “le norme ci sono”, senza affrontare il problema della loro implementazione.
Permette di scaricare la responsabilità sulle imprese, sulle ASL, sui tecnici, sugli RSPP, sugli organismi paritetici e via dicendo e, soprattutto, permette di evitare la domanda fondamentale e cioè: “chi deve garantire che le norme vengano applicate? “
La risposta sarebbe scomoda: lo Stato.
Però, uno Stato che vuole garantire l’applicazione delle norme deve investire, controllare, sanzionare e ciò, ancora una volta, non conviene alla politica.
La sicurezza come specchio della politica italiana
In conclusione, la politica italiana non affronta sistemicamente gli infortuni sul lavoro perché la sicurezza è un tema che richiede ciò che la politica italiana non è abituata a offrire:
- visione,
- continuità,
- responsabilità,
- investimenti,
- coordinamento,
- coraggio,
- capacità di scontentare qualcuno.
Pertanto, finché la sicurezza sul lavoro rimarrà un tema da gestire solo dopo l’ennesima tragedia, gli interventi sistemici resteranno un miraggio.
La sicurezza sul lavoro non diventerà una priorità finché non verrà riconosciuta come ciò che realmente è e cioè un’infrastruttura essenziale per la dignità del lavoro e per la qualità del sistema produttivo.
La politica italiana non ignora il problema ma lo considera semplicemente troppo complesso, troppo costoso e troppo poco remunerativo dal punto di vista del consenso.
Quindi, finché la logica del consenso immediato prevarrà sulla logica della responsabilità, la sicurezza rimarrà un tema sospeso, affrontato a metà, sempre evocato e mai risolto.
Carmelo G. Catanoso
Ingegnere Consulente di Direzione
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