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Iniziamo a pensare alla fase 3: dobbiamo fare qualcosa?

Iniziamo a pensare alla fase 3: dobbiamo fare qualcosa?
09/07/2020: Il dovere morale delle aziende di tutelare tutti coloro che operano per loro conto, sia dentro che fuori il perimetro aziendale, sia dipendenti che appaltatori o rappresentanti. Come progetteremo i luoghi di lavoro dopo il Covid?

Dando per riuscita la FASE2, ovvero considerando che il covid19 sia stato praticamente debellato (almeno momentaneamente), entreremmo nella così detta fase 3, quella che vede in primis (?) la necessità di rimediare ai danni sociali ed economici fatti dal virus e dalle (inevitabili, io credo) misure prese per controbatterlo. Vorrei aggiungere che in uno scenario complesso e sconosciuto gli errori sono inevitabili e perdonabili; solo se fossero stati indotti dalla mancanza di trasparenza di qualcuno, questo si sarebbe grave.

 

Detto questo, vorrei spendere due parole sulla diffusione del virus che da epidemia è diventato pandemia. Se una diffusione simile fosse avvenuta per la peste manzoniana si sarebbero salvati davvero in pochi; non è solo il virus il “responsabile” della diffusione ma anche (e forse più) la stretta interrelazione fra le diverse parti del mondo, figlia della globalizzazione commerciale (in cui credo come forza positiva se solo sarà accompagnata dai giusti contrappesi). Per questo molti hanno già ampiamente affermato che una seconda pandemia di coronavirus o una nuova pandemia di un virus diverso sono da considerarsi altamente probabili nell’arco di anni / decenni.

 

Non essendo politici e non avendo le conoscenze necessarie non possiamo dire quali precauzioni dovranno adottare le organizzazioni internazionali e i singoli stati per essere pronti ad affrontare questa eventualità.

 

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I dubbi e le domande

Premetto sempre che mi occupo da 30 anni di sicurezza nelle aziende industriali, specie sotto il profilo infortunistico. Dove per infortunio intendo tutti quegli eventi che si manifestano subitaneamente causando danno, senza bisogno di ripetizioni come nel caso delle malattie professionali. Il contagio da covid 19 è un infortunio, e ho notato che moltissimi lo definiscono tale. Le conseguenze del contagio sono naturalmente una malattia.

 

Fatta la doverosa premessa è evidente già ora che il mio focus è il mondo industriale. Essendo a contatto con tanti datori di lavoro e manager, mi rendo conto che passata l’emergenza ancora non è affatto chiaro cosa debba fare una azienda a partire dai perimetri di responsabilità. Lasciando questo aspetto spinoso ad altra trattazione, concentriamoci sul dovere morale delle aziende di tutelare tutti coloro che operano per loro conto, sia dentro che fuori il perimetro aziendale, sia dipendenti che appaltatori o rappresentanti. Naturalmente tutti nei limiti in cui sono sottoposti ad un, anche parziale, vincolo organizzativo da parte della azienda.

 

Io mi porrei fondamentalmente tre domande:

  1. Le misure di contenimento dei contagi covid 19 sono state adottate in uno stato di emergenza, di fretta e di mancanza di materiali, informazioni ecc. Non attribuisco colpe, anzi manifesto una cera ammirazione. Ma se ci sarà davvero una seconda ondata del covid 19 anche in paesi covid free (per ora solo la Nuova Zelanda) o in paesi che oggi sono a bassissimo livello di contagio e legittimamente riaprono, le misure adottate oggi sono davvero le migliori possibili? Presumerei di no, se non altro perché le conoscenze sul virus aumentano.
  2. Naturalmente al punto sopra ci riferiamo ad una seconda ondata di un virus uguale o molto simile al virus che conosciamo come covid 19. La questione delle pandemie è qualcosa di molto diverso che si correla inestricabilmente con la conformazione attuale della società mondiale. Probabilmente 20 anni fa lo sviluppo del contagio avrebbe seguito modi e ritmi (velocità) diversi.
    Che ci si debbano aspettare altre pandemie di virus diversi dal covid 19 è scontato, almeno fino a che la società non cambierà ancora una volta (come? Non ne ho idea); e in questo inserisco come fattori fondamentali la crescita continua della popolazione mondiale (se il veicolo del virus è l’essere umano …) e la sempre maggiore vicinanza fra persone determinata dalla crescita delle metropoli e dal “disordinato” sviluppo delle periferie.
    Allora sarebbe davvero bene essere pronti: va bene essere impreparati di fronte ad un evento generalmente inaspettato, ma se ci aspettiamo l’evento dobbiamo mettere a punto una qualche forma di preparazione alla emergenza che ci consenta di adottare le misure pensabili e possibili nel minor tempo possibile.
    Non mi rivolgo agli stati, specializzati e concentrati sulla tutela della salute pubblica, ma alle aziende che si devono concentrare sulla salute dei lavoratori e, in particolare, sulla prevenzione dei contagi durante il lavoro. Non credo sia azzardato dire che, sotto il profilo eminentemente pratico, il datore di lavoro di una impresa privata rappresenta lo stato, in azienda, almeno con riferimento alla salute e alla sicurezza sul lavoro.
  1. C’è infine un terzo aspetto, assai più visionario e a lungo termine, che vorrei portare alla attenzione di chi legge: come progetteremo i luoghi di lavoro da oggi in poi? Credo che già ora alcune cose si possano pensare, purtroppo molte di queste in aperto contrasto con le “filosofie” del lavoro in voga che, per esempio, privilegiano il co-working. La strada della digitalizzazione è già segnata, ma forse dovremo pensare qualcosa di più radicale sulla gestione del lavoro e la produzione / utilizzazione del valore.

I tempi e le risorse

Evidentemente i tempi di realizzazione di ulteriori azioni preventivo / protettive anti pandemia para influenzale non sono dettati dalle aziende e neanche dai governi. Fortunatamente i primi due punti sopra elencati richiedono tempi di realizzazione relativamente brevi e risorse principalmente a carattere umano (ognuno dovrà sapere perfettamente cosa deve fare se si presenta una determinata situazione). Per come la vedo io i problemi saranno il coinvolgimento (vero) e l’addestramento del personale. Problema tipico di tutte le organizzazioni che si vogliono preparare a gestire le emergenze.

Per quanto riguarda il terzo punto, invece, prima di tutto dobbiamo sviluppare nuove idee; è il tipico aspetto da ricerca e sviluppo.

 

Alcuni spunti per i piani di emergenza

Il termine piano di emergenza credo che, per il presente contesto, sia una invenzione mia … naturalmente mi piace ma potremmo anche chiamarlo protocollo aziendale per la prevenzione e la gestione da contagio pandemico.

 

Senza sottilizzare sui termini vorrei fare alcuni esempi di cosa mi aspetto di trovare sviluppato nel piano:

  • Se una azienda ha personale che viaggia all’estero, qualora in una delle zone dove in quel momento si trova suo personale scoppiasse una epidemia, quali ordini andrebbero dati alle persone sul luogo? Chi decide in azienda, tenendo conto delle contrastanti necessità di prontezza nelle reazioni pratiche e di attendibilità delle informazioni?
  • Se si arriva al vero stato di pandemia, e il nostro paese viene infettato dal virus, come ci comportiamo in azienda? È evidente che la risposta sarà diversa in funzione delle caratteristiche intrinseche del virus, dei vettori fisici di contagio ecc. ma è comunque indispensabile avere una catena di comando interna che gestisca la situazione.
  • E se invece proprio all’interno della azienda si manifesta un focolaio? Immagino che qui ci sia poco da ragionare, facilmente bisognerà sospendere l’attività facendo meno danni possibili a persone e cose. Poi c’è tutto il tempo di pensare su come riprendere. Naturalmente il discorso è diverso per le attività essenziali o per quelle attività a ciclo continuo il cui arresto repentino non è tecnologicamente possibile.

 

Da questa pandemia dovremmo imparare qualcosa, credo: in particolare la effettiva efficacia della chiusura (temporanea) andandone a riscontrare danni e benefici dopo un conveniente tempo dalla completa e acclarata fine della pandemia. Dobbiamo rassegnarci al fatto che commetteremo errori anche gravi e che sulla loro base dovremo riallineare i nostri comportamenti (persone, aziende, stati nazionali, organizzazioni internazionali …).

 

 

Alessandro Mazzeranghi




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