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Sicurezza sul lavoro: se non ci crede il capo, non ci crede nessuno
“Troppo spesso la sicurezza in azienda viene vista solo come un obbligo di legge noioso e costoso, utile solo per evitare le multe degli ispettori. Questo articolo spiega perché la figura del datore di lavoro è il vero motore della prevenzione: se il titolare dà il buon esempio e investe sulla salute dei lavoratori con convinzione, tutta l'azienda lo segue a ruota e gli infortuni calano sul serio. Al contrario, se il capo è il primo a ignorare le regole per correre con la produzione, la sicurezza rimarrà solo un pezzo di carta inutile”. Questo è la presentazione di un contributo di un nostro lettore, l’avvocato Nicola Madaghiele, dal titolo “Sicurezza sul lavoro: se non ci crede il capo, non ci crede nessuno. Ecco perché l'esempio del datore di lavoro è tutto”.
Sicurezza sul lavoro: se non ci crede il capo, non ci crede nessuno. Ecco perché l'esempio del datore di lavoro è tutto
Il grande equivoco: la sicurezza non è solo burocrazia
In Italia abbiamo leggi sulla sicurezza tra le più severe d'Europa, a partire dal Testo Unico (il D.Lgs. 81/08). Queste norme dicono chiaramente cosa deve fare un datore di lavoro: deve firmare il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), deve nominare il medico e i tecnici, e deve mandare i dipendenti a fare i corsi di formazione obbligatori.
Eppure, nonostante le montagne di carta prodotte ogni anno e le ore passate in aula, le notizie di cronaca ci ricordano ogni giorno che gli infortuni continuano ad accadere. Com'è possibile se le aziende hanno le carte in regola?
La risposta sta in un grande equivoco: confondere la conformità legale con la sicurezza reale.
Avere un faldone pieno di firme nell'armadio dell'ufficio non protegge l'operaio che sta usando un macchinario difettoso in officina. La sicurezza non è un timbro su un foglio, ma una serie di azioni concrete che si fanno ogni singolo minuto durante il turno di lavoro. E queste azioni partono sempre da una persona sola: il datore di lavoro.
L'effetto cascata: i dipendenti fanno quello che fa il capo
I lavoratori e i responsabili di reparto hanno un sesto senso: capiscono al volo se una regola è seria o se serve solo per facciata. In psicologia del lavoro questo meccanismo viene studiato da anni, ma si può riassumere in modo molto semplice: i dipendenti si comportano esattamente come si comporta il loro capo.
Immaginiamo una situazione tipica: un datore di lavoro che ripete sempre che "la sicurezza è importante", ma poi, quando c'è una consegna urgente da fare, urla ai responsabili di reparto di sbrigarsi e di non perdere tempo. Quale messaggio passerà ai lavoratori? Passeranno due messaggi pericolosissimi:
- La produzione conta più della pelle delle persone.
- Le regole sulla sicurezza si applicano solo quando c'è tempo da perdere.
In un'azienda che respira questa aria, l'effetto cascata è garantito. I responsabili di reparto (i preposti) smetteranno di controllare se i lavoratori usano i dispositivi di protezione per non rallentare i ritmi. I lavoratori, dal canto loro, inizieranno a considerare i guanti, gli occhiali o le procedure sicure come dei fastidi inutili, pronti a essere messi da parte alla prima occasione.
Quando invece il titolare ci crede per primo, l'effetto cascata funziona al contrario, cioè in positivo. Se il datore di lavoro è il primo a indossare i tappi per le orecchie o le scarpe antinfortunistiche non appena mette piede in un reparto rumoroso, sta lanciando un messaggio visivo potentissimo, senza bisogno di dire una parola: "In questa azienda la salute è una cosa seria e vale per tutti, dal titolare all'ultimo arrivato".
Quattro cose pratiche che il capo deve fare (e che fanno la differenza)
Per fare in modo che la sicurezza diventi una realtà e non un discorso teorico, il datore di lavoro deve uscire dal suo ufficio e agire concretamente.
Ci sono quattro passi fondamentali che dimostrano a tutta l'azienda un vero interesse per la prevenzione:
1. Farsi vedere nei reparti e nei cantieri
La sicurezza non si controlla leggendo i report sulla scrivania. Un buon datore di lavoro deve girare periodicamente tra le postazioni, parlare con le persone e osservare come lavorano. Questo non deve essere un controllo "poliziesco" per fare multe o sgridare la gente, ma un momento di ascolto. Chiedere a un operaio: "Come ti trovi con questo nuovo strumento? Lavori comodo? Ti senti sicuro?" fa capire ai dipendenti che la loro incolumità è al centro dei pensieri del capo.
2. Dare valore e ascoltare i propri tecnici
Il datore di lavoro non può sapere tutto di leggi, chimica o ingegneria, e nessuno glielo chiede. Per questo la legge lo obbliga a nominare un RSPP (il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione). Troppo spesso però questa figura viene vista come un "controllore fastidioso" o un costo fisso da tagliare. Un capo intelligente fa il contrario: tratta l'RSPP come un consulente strategico. Ascoltare i suoi consigli prima di modificare una linea di produzione o comprare un nuovo macchinario permette di evitare errori costosi e di proteggere i lavoratori fin da subito.
3. Coinvolgere i lavoratori e i loro rappresentanti (RLS)
Chi meglio di chi sta davanti al macchinario otto ore al giorno sa dove si nascondono i pericoli veri? Il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) è un'altra figura chiave che spesso viene lasciata ai margini. Coinvolgere l'RLS e i dipendenti nella ricerca delle soluzioni non è una debolezza, ma un punto di forza. Se un lavoratore partecipa alla scelta di un nuovo dispositivo di protezione individuale, lo userà molto più volentieri rispetto a un DPI calato dall'alto senza spiegazioni.
4. Essere coerenti: premiare i comportamenti giusti e fermare quelli sbagliati
Un leader credibile deve definire dei confini chiari. Se un lavoratore o, peggio ancora, un responsabile di reparto ignora deliberatamente le regole di sicurezza mettendo a rischio se stesso e gli altri, il datore di lavoro deve intervenire con fermezza e, se necessario, usare i provvedimenti disciplinari previsti dal contratto. Tollerare una violazione significa autorizzarla.
Allo stesso tempo, è fondamentale premiare la proattività: se un operaio segnala un pericolo nascosto (un "quasi-incidente") prima che si trasformi in un infortunio vero, quel comportamento va lodato pubblicamente, perché ha salvato l'azienda da un guaio grosso.
Cambiare mentalità: la sicurezza fa bene al fatturato
Arriviamo al punto che sta più a cuore a chi gestisce un'impresa: i costi. Molti piccoli imprenditori vedono le spese per la sicurezza come soldi "buttati" che non producono ricchezza. Questo è il più grande errore di valutazione che un imprenditore possa fare.
Un'azienda dove si lavora in modo insicuro, dove gli ambienti sono sporchi, bui o pericolosi, è un'azienda dove le persone lavorano male, con ansia e con un livello di stress altissimo. Lo stress e la paura aumentano le assenze per malattia, fanno girare le scatole ai dipendenti e riducono drasticamente la qualità del prodotto finale.
Senza contare l'impatto economico devastante di un infortunio grave. Quando accade un incidente serio, i costi diretti e indiretti per l'azienda sono enormi:
- I macchinari e i reparti vengono sequestrati dalla magistratura, bloccando la produzione per settimane o mesi.
- Si perdono clienti importanti perché non si riescono a rispettare le scadenze delle consegne.
- Iniziano lunghi e costosi processi penali e civili a carico del datore di lavoro.
- Il morale di tutta l'azienda crolla, provocando un calo di produttività generale.
- L'immagine e la reputazione del marchio sul mercato vengono distrutte.
I datori di lavoro moderni e di successo devono fare un salto culturale definitivo: devono smettere di chiedersi "Quanto mi costa fare la sicurezza?" e iniziare a domandarsi, con realismo, "Quanto mi costerebbe un grave infortunio?". Quando il vertice aziendale acquisisce questa consapevolezza, la sicurezza smette di essere un obbligo noioso da delegare e diventa la base fondamentale su cui costruire il futuro, l'efficienza e la crescita della propria azienda.
Avvocato Nicola Madaghiele
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