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Vigilanza e cantieri: cosa chiedono i coordinatori della sicurezza
Nei cantieri un buon rapporto tra organi di vigilanza e coordinatori può essere molto importante: se i ruoli si irrigidiscono, la prevenzione perde efficacia. Ed è per questo motivo che abbiamo ospitato in queste settimane un interessante contributo, in tre puntate, scritto da Fabrizio Lovato, Presidente nazionale di Federcoordinatori, che fa riferimento ad una indagine su come viene vissuta e percepita la relazione tra chi coordina e chi controlla.
Dopo aver presentato l'indagine e alcuni dati quantitativi (“ Vigilanza e coordinatori: ascoltare entrambe le voci per costruire sicurezza”), in questa seconda parte il contributo, sempre partendo dalle risposte dei coordinatori per la sicurezza, comincia a raccontare come potrebbe svilupparsi un rapporto ideale tra coordinatori e organi di vigilanza. Nei prossimi giorni pubblicheremo l’ultima parte in cui sarà proposta una “Carta dei Doveri nel rispetto dei ruoli”.
Ascoltare entrambe le voci per costruire sicurezza – seconda parte
Cosa chiedono davvero i coordinatori
Nella prima parte di questo contributo abbiamo analizzato i dati quantitativi dell’indagine: chi ha risposto, quali esperienze ha vissuto e con quali stati d’animo si è confrontato durante sopralluoghi, ispezioni e indagini.
I numeri hanno descritto un clima.
Ora è il momento di capire da dove nasce.
Per farlo, è necessario spostare l’attenzione dalle percentuali alle parole. In particolare, alle risposte aperte alla domanda che più di tutte ha permesso di far emergere il non detto del rapporto tra coordinatori e organi di vigilanza.
Il “rapporto ideale” come chiave di lettura del presente
La domanda 10 dell’indagine chiedeva: “In generale, come immagini un rapporto ideale tra coordinatori e organi di vigilanza?”
Non era una domanda ingenua né astratta. È stata formulata con un obiettivo preciso: usare l’idea di “rapporto ideale” come contrasto per individuare le criticità del rapporto reale.
Le risposte non descrivono un modello teorico o utopico. Richiamano, al contrario, pratiche concrete che molti dichiarano di aver già sperimentato in alcuni contesti, ma che risultano utilizzate in modo non omogeneo e non sistematico.
Dalla lettura e dalla riorganizzazione delle risposte emergono alcune evidenze ricorrenti.
1. Prevalenza percepita dell’approccio sanzionatorio
Una delle osservazioni più frequenti riguarda la sensazione che il controllo sia orientato principalmente alla ricerca dell’infrazione e alla sanzione, più che alla prevenzione e alla risoluzione anticipata delle criticità.
È importante chiarire che non è stato messo in discussione il ruolo sanzionatorio dell’organo di vigilanza, che è previsto dalla legge ed è doveroso quando una violazione è accertata.
Ciò che emerge è piuttosto la richiesta di un equilibrio più leggibile tra funzione repressiva e funzione preventiva, soprattutto nei casi in cui il rischio possa essere corretto prima che produca conseguenze.
2. Carenza di confronto tecnico e di contraddittorio
Molte risposte richiamano la difficoltà di instaurare un vero confronto durante il sopralluogo.
Viene segnalata la mancanza di:
- ascolto delle motivazioni tecniche del coordinatore,
- analisi condivisa delle dinamiche di cantiere,
- possibilità di chiarire scelte organizzative prima che venga attribuita una responsabilità.
Il contraddittorio, quando percepito come assente o solo formale, genera una sensazione di decisione già presa, che alimenta difesa e irrigidimento.
3. Clima di tensione e sfiducia
Un altro tema ricorrente riguarda il clima emotivo che accompagna l’accesso degli organi di vigilanza in cantiere.
Molti descrivono un contesto caratterizzato da:
- timore di essere fraintesi,
- paura di commettere errori formali,
- sensazione di dover “dimostrare” la propria correttezza più che spiegare il proprio lavoro.
Questo clima non favorisce la trasparenza. Anzi, tende a rafforzare atteggiamenti difensivi che, paradossalmente, possono ridurre l’efficacia complessiva del controllo.
4. Forte disomogeneità tra territori e tra singoli ispettori
Un elemento emerso con grande chiarezza riguarda la variabilità dell’approccio ispettivo.
Le risposte segnalano differenze significative:
- tra territori,
- tra strutture,
- tra singoli operatori.
Questa disomogeneità genera incertezza e rende difficile per il coordinatore comprendere quali criteri verranno applicati e con quale livello di severità.
La percezione di arbitrarietà, anche quando non corrisponde a una reale discrezionalità, incide negativamente sulla fiducia nel sistema.
5. Difficoltà di contestualizzazione delle dinamiche di cantiere
Un’altra criticità frequentemente citata riguarda la sensazione che alcune verifiche siano poco contestualizzate rispetto:
- alla fase lavorativa in corso,
- alle dimensioni del cantiere,
- alle reali condizioni operative.
Viene segnalato il rischio di valutazioni eccessivamente formali, concentrate sulla documentazione più che sull’osservazione del lavoro reale. Questo non significa sminuire l’importanza degli adempimenti, ma sottolineare la necessità di tenere insieme carta e pratica, forma e sostanza.
6. Percezione di scarso riconoscimento del ruolo del CSE
In diverse risposte emerge la sensazione che il coordinatore venga talvolta considerato responsabile diretto delle inefficienze delle imprese.
Questo ha due conseguenze rilevanti:
- indebolisce l’autorevolezza del CSE nei confronti di committenti e operatori;
- altera l’equilibrio del sistema di prevenzione, che si basa sulla distinzione chiara dei ruoli e delle responsabilità.
Il problema, anche in questo caso, non è l’attribuzione della responsabilità quando fondata, ma la chiarezza dei criteri con cui viene valutata.
7. Il nodo centrale: il richiamo alla norma
Tra tutte le evidenze emerse, ce n’è una che attraversa trasversalmente molte risposte ed è probabilmente la più significativa dell’intera indagine.
I coordinatori chiedono che ogni rilievo sia motivato con un chiaro riferimento al testo normativo, senza interpretazioni personali, estensioni discrezionali o criteri non esplicitati.
Questo dato è cruciale perché tocca la radice del rapporto professionale: la fiducia non nasce dalla buona volontà, ma dalla trasparenza del metodo. La sanzione viene accettata quando la violazione è comprensibile, verificabile e oggettiva. Diventa invece difficile da accettare quando è percepita come frutto di una lettura soggettiva o non uniformemente applicata.
Verso una sintesi possibile
Nel complesso, le risposte non delineano una richiesta di indulgenza né di riduzione dei controlli.
Delineano piuttosto un’esigenza di rigore tecnico, coerenza applicativa e rispetto dei ruoli.
Nulla di quanto emerso contraddice la normativa vigente. Al contrario, richiama una sua applicazione più chiara, comprensibile e condivisa.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: se questo è il quadro delle criticità e delle aspettative, come possiamo trasformarlo in prassi quotidiana?
Nella prossima e ultima parte di questo contributo proverò a rispondere a questa domanda, proponendo una Carta dei Doveri nel rispetto dei ruoli, costruita direttamente a partire da quanto emerso dall’indagine.
Fabrizio Lovato
Presidente Nazionale Federcoordinatori
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Pubblica un commento
| Rispondi Autore: Maria Cristina Motta | 21/01/2026 (09:10:27) |
| Apprezzo molto questo lavoro. Sarebbe utile avere un link finale col quale scaricare unitamente le tre parti. Anche un questionario analogo (utopico forse) stavolta svolto dagli ispettori avrebbe un grande interesse e mostrerebbe l' altro lato della questione, a partire da come si può definire il cantiere "ideale", quello per il quale non vi sono sanzioni da comminare | |
| Rispondi Autore: Carlo Timillero | 21/01/2026 (12:51:43) |
| Nella mia quasi quarantennale esperienza lavorativa ho constatato, purtroppo, la generale difficoltà dei coordinatori di cantiere a rendere sostanziale la gestione della sicurezza, che si trattasse di cantieri pubblici o orivati e, molto spesso, l'ignoranza su elementi basilari del sistema normativo. Quasi sempre la proposta era di documenti ( PSC) ridondanti e lunghissimi e la richiesta di un elenco infinito di documenti all'azienda spesso non dovuti. Questo per suggerire che i coordinatori, prima di porsi il problema del rapporto con gli organi di vigilanza, facciano un esame di coscienza sulla loro modalità di gestire l'imprtanete ruolo che vanno ad assumere | |
| Rispondi Autore: Nicola | 21/01/2026 (23:06:09) |
| Mi sembra una semplificazione un po’ troppo azzardata. Il problema ha radici molto più profonde di una semplice condanna alla categoria. Nella mia esperienza non certo quarantennale, ma ormai (ahimè, più che ventennale) di frequenza di cantiere quale CSE, ma anche consulente ed RSPP, ho incontrato diversi soggetti: tanti bravi, molti che cercavano di fare il meglio possibile, tanti altri che si arrangiavano, ma ognuno di loro cercava di farlo coscientemente. Poi, certamente, ho trovato anche i furbi, i filibustieri, gli incoscienti… ma questo accade in tutti i campi e settori. Posso parlare della mia esperienza, non di quella degli altri, di come gestisco io il cantiere e le attività di coordinamento, certamente non perfette e scevri da mancanze. Il punto essenziale è che nessuno si salva da solo, e che il sistema deve venire prima delle sanzioni. La sanzione si paga, ma l’obiettivo deve essere quello di evitare che qualcuno si faccia male, o peggio ancora che… e fintanto che non saremo un sistema, il risultato non lo otterremo. Nella mia esperienza, durante le ispezioni subite in vigilanza ordinaria, l’efficacia delle attività di coordinamento dimostrata dalla gestione del cantiere è quasi sempre stata considerata fondamentale rispetto al documento. Da consulente, però, mi trovo troppe volte a dover cercare di capire la logica delle accuse mosse dagli organi di vigilanza nei confronti dei coordinatori. Troppe volte quello che manca è il poter partire alla pari: essere accusati da chi ne sa almeno quanto me, essere accusati da chi è in grado di ricostruire un evento infortunistico, essere accusati da chi non si limita a considerare il coordinatore come colui che “doveva fare ma…”, ma cerca di collocare questo “ma” come punto critico: “non ha fatto”, “non ha voluto fare”, “non ha saputo fare”, “non è stato messo nelle condizioni di fare”. Se non diamo una risposta a questo “ma”, non otterremo il risultato sperato, cioè creare un sistema ed evitare che, magari, domani si debba dire un altro “ma”. I miei PSC non sono “documenti ridondanti e lunghissimi e la richiesta di un elenco infinito di documenti all'azienda spesso non dovuti”, perché rispondono alla norma (e con il modello semplificato è ancora più semplice non uscire dalla corretta direzione). È capitato però, in caso di infortuni, che chi doveva dare un seguito al “ma” non abbia fatto altro che arroccarsi su concetti privi di un fondamento normativo, senza permettermi di partire alla pari, perché ero “colui che doveva fare ma…”. Certo, ho anche avuto la possibilità di confrontarmi con UPG e tecnici della sicurezza preparati e competenti, e non posso negarlo. Ma ben vengano queste iniziative, perché le riflessioni che ne seguono serviranno davvero a creare un sistema. | |
| Rispondi Autore: Carmelo Catanoso | 23/01/2026 (19:12:35) |
| La situazione è ben descritta da Lovato nel suo articolo e nell'indagine di cui raccomando la lettura appena sarà disponibile. Il 7 settembre 2016, qui su Puntosicuro, avevo scritto un articolo su "L’attività del CSE: controllore aggiunto o regista della sicurezza?" Raccomando la lettura. Anche dei commenti ..... ad eccezione di qualcuno di questi, fatto qualche anno dopo la pubblicazione, e che è facilmente riconoscibile per la sua inutilità. | |
