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Sicurezza sul lavoro: competenza dello Stato o delle Regioni?

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05/07/2012: Una proposta di modifica di natura costituzionale relativa alla «tutela e sicurezza del lavoro» che punta ad eliminarla dall’elenco delle materie soggette al regime di competenza della legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Di Cinzia Frascheri.
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E’ di questi tempi la riproposizione, da parte della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro con particolare riguardo alle morti bianche, di tornare a collocare la materia della tutela della salute e sicurezza sul lavoro tra quelle di esclusiva competenza legislativa dello Stato.
La proposta di modifica dell’art.117 della Cost., depositata al Senato nella forma di disegno di legge costituzionale, prevede difatti una semplice modifica – dai riflessi, di contro, tutt’altro che semplici – da operare al secondo comma dell’articolo [1], relativo all’elenco delle materie regolate dalla legislazione esclusiva dello Stato, al quale verrebbe aggiunta la materia della «tutela e sicurezza del lavoro», eliminandola invece dal terzo comma – nel quale oggi è inserita – e quindi dall’elenco delle materie soggette al regime di competenza della legislazione concorrente tra Stato e Regioni [2].
 
La proposta non è nuova, nel suo contenuto, tenuto conto che già alcuni anni fa prese corpo, ma la sua riformulazione è di estrema attualità, ancor più alla luce dell’iniziativa seminariale [3] che, a corredo della proposta, è stata organizzata in data 25 giugno u.s., proprio presso il Senato, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, a partire dal Presidente della Repubblica, e i ministri competenti [4] ed i principali attori nazionali della prevenzione, tra cui le Parti sociali.
Al centro della questione, di carattere squisitamente politico, ma argomentata con ragioni di natura più tecnica, è la funzione della vigilanza sui luoghi di lavoro, in tema di tutela della prevenzione e controllo sullo stato di salute dei lavoratori, svolta ad oggi, nella sua quasi totalità degli interventi, dalle ASL (Azienda Sanitaria Locale) [5], e quindi da personale ispettivo incardinato nel sistema regionale, funzione precedentemente svolta invece dal solo personale dipendente direttamente dall’Ispettorato del lavoro [6], e quindi dal Ministero del Lavoro, nelle sue articolazioni territoriali.
Non sempre la storia ha qualcosa da insegnare, ma senza dubbio il valore aggiunto che l’esperienza porta con sé, è un bagaglio che non si può trascurare. E’ per questo che un analisi adeguata di quanto è stato fatto (non di certo, di quanto diversamente si avrebbe potuto fare, ma di sicuro di quanto ancora si può fare) non può essere realizzata se non si richiamano alla memoria le tappe fondamentali che hanno determinato un cammino che ad oggi raggiunge i quasi trentacinque anni di attività.
Frutto di un cambiamento epocale avvenuto nel 1978, mediante la Legge di riforma sanitaria n.833, la vigilanza sui luoghi di lavoro (ma non solo, visto che nell’articolato di riferimento di faceva richiamo a tutta l’attività relativa alla prevenzione), venne passata alla competenza delle Regioni, in totale coerenza con la complessiva gestione di tutta la materia della salute attribuita al livello regionale.
Nel 2001, con la Legge costituzionale n.3, all’interno di una ampia riforma che andò ad attribuire alle Regioni competenza legislativa concorrente su molte materie, anche la tutela della salute e sicurezza sul lavoro passò a tale regime, trovando piena coerenza con il già consolidato sistema degli organi di vigilanza incardinati a livello regionale (nelle USL, poi divenute ASL) che, con la riforma del 1978, e il pieno consolidamento nella funzione, da parte del dlgs 626/94 (mediante l’art.23 [7]), svolgevano da tempo una funzione fondamentale sul territorio. Funzione confermata pienamente dalla vigente legislazione di riforma, il dlgs 81/08 s.m. (con l’art.13 [8]), quale attuazione della Legge delega n.123/07, e a totale rispetto dei principi comunitari (introdotti dalla storica direttiva quadro 89/391) e, comunque, già consolidata e rafforzata dall’introduzione del coordinamento, tra i diversi attori della vigilanza sul territorio, previsto dalle disposizioni contenute nel DPCM del 21 dicembre 2007 [9] che, pur giungendo in ritardo (alla luce di quanto già disposto dall’art.27 del dlgs 626/94), rappresenta ancora oggi il cardine sul quale ha preso l’avvio il complessivo sistema a rete, delineato poi dal dlgs 81/08 s.m., e concretizzato attraverso il Comitato per l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale delle attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro (art.5 [10]) e le sue articolazioni sul territorio, i Comitati Regionali di Coordinamento (art.7).
 
Un anno importante il 2007, nel quale venne anche varato – pochi giorni prima del DPCM del 21 dicembre – un medesimo DPCM (datato 17 dicembre 2007 [11]), denominato Patto per la tutela della salute e la prevenzione nei luoghi di lavoro, con il quale, per la prima volta, il Ministero della Salute non solo confermava il pieno impegno nei riguardi dell’attività di prevenzione e vigilanza sui luoghi di lavoro, in tema di salute e sicurezza, ma riferendosi al «cittadino che lavora, quale portatore di diritti» [12], introduceva tra le prestazioni essenziali da garantire (da parte di tutte le Regioni) dei parametri qualitativi minimi (i Livelli Essenziali di Assistenza – LEA) anche per quanto riguarda la vigilanza sui luoghi di lavoro, richiamando le Regioni a stendere propri Piani di attività, coerenti con il Piano nazionale della prevenzione che, da quel momento, sarebbe stato elaborato a cadenza biennale [13].


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E’ sui dati che oggi ci giungono da questo articolato sistema a rete che, se da un lato è facile poter riscontrare mancanze (soprattutto sul livello del perfetto coordinamento) ed obiettivi ancora da raggiungere, dall’altro risulta quanto mai fragile poter argomentare in modo critico non potendo, di contro, da parte di chi attacca il sistema, presentare dati di altrettanta significativa e cospicua attività (a partire da quella di vigilanza) svolta sul territorio in modo puntuale e specifico.
Proporre di modificare un sistema che, tra luci ed ombre, opera non solo da più di trent’anni, ma che garantisce (con la ristrettezza delle risorse economiche ad oggi disponibili per la sanità, complessivamente intesa) un numero di controlli in azienda, sul livello nazionale, di circa 160.000 unità produttive l’anno [14] (pari ad una media superiore alla soglia del 5% [15] sul numero complessivo delle aziende italiane – soglia minima prevista – con punte, in alcune Regioni, anche del 15%), è quanto mai di assoluta debolezza, non avendo alcun tipo di riscontro diverso, supportato da dati concreti, sulla maggior efficacia di un sistema alternativo (in specifico, svolto da ispettori del lavoro che,attualmente rappresentano numericamente circa ¼ degli organi di vigilanza incardinati nelle ASL, sull’intero territorio nazionale, che complessivamente sono circa 4700 operatori, di cui quasi 2800 nel ruolo di Ufficiali di Polizia Giudiziaria).
E’ senz’altro vero che l’aver imposto al sistema della vigilanza da parte delle ASL, un parametro minimo annuale di visite di controllo da realizzare, non è il miglior mezzo per poter garantire una copertura adeguata, basata sull’efficacia [16], delle verifiche in azienda, ed al contempo forma di garanzia di un’uniformità di interventi su tutto il territorio nazionale, ma non diversamente tale parametro può essere considerato totalmente inadeguato al fine di offrire una base certa di interventi mirati nelle aziende, allo scopo di verificare il rispetto dei precetti normativi di tema di prevenzione.
Se il numero degli infortuni mortali nel nostro Paese è ancora assolutamente inaccettabile – in una sola settimana, del mese di giugno, sono morti per cause lavorative, 19 persone – e, con questo, il numero degli infortuni gravi (che raggiunge circa 800.000 casi l’anno [17]) e le malattie professionali, in costante crescita [18], a partire dalle patologie muscolo-scheletriche, non per questo si può giungere ad una troppo facile (e di certo insostenibile) assoluta attribuzione di responsabilità alle carenze del sistema di controllo e vigilanza sul territorio, garantito dal sistema regionale, a favore di un diverso modello, a direzione accentrata nazionale.
E’ importante, difatti, non trascurare che intorno all’attività di controllo e vigilanza sul rispetto degli obblighi normativi collegati strettamente al processo di valutazione del rischio, altre sono le attività che devono essere garantite, sia sul piano del supporto e assistenza alle realtà aziendali, sia per gli ulteriori aspetti soggetti ai controlli che richiedono, non solo le ordinarie competenze di natura amministrativo-tecnica, ma anche quelle di area medica [19] ed organizzativo-gestionale (visto il numero in crescita delle aziende che si dotano di Sistemi di Gestione per la Salute e Sicurezza sul Lavoro - SGSL – e Modelli di Organizzazione e Gestione - MOG [20]).
A tale riguardo, se rilevanti ed urgenti piani di intervento senz’altro devono essere attuati (sull’esempio dei due Patti varati dal sistema delle Regioni, come quello per l’agricoltura e quello per l’edilizia), l’azione che necessita deve essere realizzata agendo su fronti diversi ed operando, non solo su di un piano di inasprimento e frequenza dei controlli (tenuto conto che mai si potrà pensare di giungere a controllare costantemente tutte le aziende del territorio italiano, vista la frammentazione e la ridotta dimensionalità), ma soprattutto sul livello della crescita del senso di responsabilità, della conoscenza specifica e della percezione diffusa del rischio, da parte di tutti gli attori aziendali della prevenzione (a partire dal datore di lavoro fino a scendere ai lavoratori/trici, passando dalle figure intermedie di fondamentale importanza, quali i preposti).
Il contributo fondamentale che oggi la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno degli infortuni sul lavoro può, non solo dare, ma garantire, in modo costante e puntuale, non è quello di proporre percorsi nuovi e sistemi di intervento alternativi che mortificano le esperienze e il bagaglio del passato, per guardare ad un incerto e indefinito futuro, ma quello di promuovere il consolidamento di una chiara politica nazionale di prevenzione, fino ad oggi assente. Una politica che, basandosi sull’incrocio dei dati [21] possa delineare gli obiettivi certi di intervento e le azioni prioritarie (da cadenzare nel tempo), potendo contare sul contributo e la collaborazione fattiva dei diversi soggetti impegnati sul territorio, a partire dal sistema delle Regioni (consolidando la sinergia ed il confronto sia politico che tecnico, tra queste, rafforzando gli organici dei servizi di prevenzione e vigilanza e moltiplicando i momenti formativi e di aggiornamento per gli stessi operatori). Ma potendo anche contare sulla collaborazione tra soggetti istituzionali (potenziando ed intensificando l’attività dei diversi Comitati e Coordinamenti, ai sensi degli artt.5 e 7, del dlgs 81/08 s.m.), e sull’azione ramificata sul territorio garantita dalle Parti sociali, operata mediante gli organismi paritetici e l’attività diretta dei rappresentati dei lavoratori per la sicurezza (aziendali e territoriali). Anche la definizione del sistema di qualificazione delle imprese (basato sulla premialità, ma anche sulla previsione di parametri minimi necessari di garanzia di tutela dei lavoratori) potrà, quando varato, andare a contribuire in modo fattivo, sia ad un innalzamento del livello generale di prevenzione da parte delle imprese, sia soprattutto un criterio uniforme di rispetto delle regole, come già ad oggi sta iniziando a determinarsi per il mondo delle aziende impegnate in lavori in ambienti confinati o a sospetto rischio di inquinamento [22].
Se tutto questo si realizzerà, portando a sistema un assetto perfettamente delineato dal decreto di riforma legislativa del 2008, alcuna modifica sarà necessaria sul livello legislativo, ed ancor più costituzionale, per poter realisticamente auspicare, ma non meno definitivamente raggiungere, non solo una riduzione drastica degli eventi di danno e di disagio, in ambito lavorativo, ma una condizione diffusa di miglioramento continuo in un quadro di crescita e sviluppo sostenibile, ponendo la persona che lavora al centro, di un sistema articolato di tutele.
 
 
Cinzia Frascheri
Giuslavorista
Responsabile nazionale CISL per la salute e sicurezza sul lavoro
 
(Contributo pubblicato su Ambiente & Sicurezza de Il Sole24ORE)
 
 


[1]La modifica prevista consisterebbe nell’aggiungere, nell’ambito dell’elenco presente al secondo comma, dell’art.117 Cost., dopo la lettera o), la lettera «o-bis», con il seguente testo «tutela e sicurezza del lavoro», eliminando, al contempo, al terzo comma, le seguenti parole «tutela e sicurezza del lavoro». Se per il commento sulla modifica al testo costituzionale, si rimanda alla lettura di questo contributo, in questa nota si richiama brevemente l’attenzione alla preposizione «del» anziché la più puntuale “sul”, utilizzata tra le parole «sicurezza» e «lavoro», nel testo della proposta di modifica, tale da ingenerare, da un lato una considerazione di errore sulla tematica, spostando dalla materia relativa alla salute e sicurezza, al tema della certezza (o meno) di un posto di lavoro, dall’altro (interpretazione più ampiamente sostenuta) quella di volere, in forma sintetica, ricomprendere entrambe le aree, sia della tutela prevenzionale che dell’occupazione
 
[2]A tale riguardo occorre comunque ricordare che tra le materie, ad oggi, di esclusiva competenza dello Stato che hanno una diretta correlazione con il tema della salute e sicurezza sul lavoro troviamo: riflessi che la disciplina della materia in oggetto può determinare sulla concorrenza fra le imprese (art.117 Cost., comma 2, lett.e); l’ordinamento civile e penale (art.117 Cost., comma 2, lett.l) e la garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni su tutto il territorio nazionale (art.117 Cost., comma 2, lett.m).
 
[3]Il Seminario a cui si fa riferimento è quello che è stato organizzato dalla Commissione d’inchiesta, presso il Senato della Repubblica, per il giorno 25 giugno c.a., dal titolo «Giornata nazionale di studio sulla salute e sulla sicurezza sul lavoro».
 
[4]A fronte di una presenza silente e di breve tempo del Presidente Napolitano – che si è limitato a scambiare qualche minima battuta sul tema con i giornalisti fuori dell’aula dove si teneva la Giornata di studio – il ministro Elsa Fornero, nel suo intervento, oltre a parlare del tema della qualificazione delle imprese, quale strumento urgente e necessario, ha focalizzando su quattro azioni strategiche l’impegno del Governo sulla sicurezza sul lavoro, evidenziando il grande valore dei provvedimenti varati dalla Commissione consultiva. Partendo dalle buone norme (che ha precisato, devono sempre tradursi in buoni comportamenti) ha aggiunto, i controlli severi, l’informazione e gli investimenti.
 
 
[5] A tale riguardo si rimanda al comma 2, dell’art.13, del dlgs 81/08 s.m., nel quale vengono elencate le sole attività sulle quali è prevista l’attività di vigilanza svolta da personale ispettivo del Ministero del Lavoro.
 
[6]Cfr. art.398, del DPR 547 del 1955.
 
[7]All’art.23, comma 1, del dlgs. 626/94, si legge: «La vigilanza sull’applicazione della legislazione in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è svolta dalla azienda sanitaria locale competente per territorio…».
 
[8]All’art.13, comma 1, del dlgs. 81/08 s.m., si legge: «La vigilanza sull’applicazione della legislazione in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro è svolta dalla azienda sanitaria locale competente per territorio…».
 
[9]All’art.1, comma 1, del DPCM del 21 dicembre 2007 (G.U. n.31 del 6.2.2008), si legge: «I Comitati regionali di coordinamento, d'ora in poi Comitati, istituiti presso ogni regione e provincia autonoma ai sensi dell'art. 27 del decreto legislativo 19 settembre 1994, n.626, svolgono i propri compiti di programmazione e di indirizzo delle attività di prevenzione e vigilanza nel rispetto delle indicazioni e dei criteri formulati a livello nazionale dai ministeri della Salute e del Lavoro e della previdenza sociale e dalle Regioni e Province autonome di Trento e di Bolzano al fine di individuare i settori e le priorità d'intervento delle attività di prevenzione e vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro».
 
[10]Le principali funzioni del Comitato (art.5, comma 3, del dlgs. 81/08 s.m.), al fine di garantire l’attuazione del principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni si possono riassumere in tre punti: 1) stabilire le linee comuni delle politiche nazionali in tema di salute e sicurezza sul lavoro; 2) individuare obiettivi e programmi dell’azione pubblica di miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori; 3) definire la programmazione annuale in ordine ai settori prioritari di intervento dell’azione di vigilanza, i piani di attività e i progetti operativi a livello nazionale e programmare il coordinamento della vigilanza a livello nazionale in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Va detto che ad oggi l’attività del Comitato non è ancora strutturalmente partita, determinando un vuoto significativo nell’azione di coordinamento e gestione dei soggetti componenti.
 
[11]DPCM del 17 dicembre 2007 (G.U. n.3 del 4.1.2008) dal titolo «Esecuzione dell’accordo del 1°agosto 2007, recante Patto per la tutela della salute e la prevenzione nei luoghi di lavoro».
 
[12]Cfr. Punto 2, delle Premesse del DPCM del 17 dicembre 2007 (G.U. n.3 del 4.1.2008) dal titolo «Esecuzione dell’accordo del 1°agosto 2007, recante Patto per la tutela della salute e la prevenzione nei luoghi di lavoro».
 
[13]Il primo Piano nazionale della prevenzione ha riguardato il biennio 2005-2007. Attualmente è in vigore il Piano nazionale della prevenzione 2010-2012.
 
[14]Sulla base dell’ultimo Rapporto a cura della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome (11/123/CR7c/C7), datato 2010, il dato preciso complessivo che viene riferito in merito al totale delle aziende oggetto di vigilanza è pari a 162.525 unità produttive.
 
[15]Nel Patto per la tutela della salute e la prevenzione nei luoghi di lavoro (DPCM 17.12.2007) venne fissato un limite minimo percentuale (del 5%) di controlli sul numero complessivo delle aziende, da parte degli organi di vigilanza delle ASL, che ogni Regione avrebbe dovuto garantire. Sono poche le Regioni che ancora non sono riuscite a rispettare tale soglia minima, mentre sono in crescita quelle che l’hanno ampiamente superata. La percentuale media nazionale, ad oggi, si attesta su di una soglia pari al 6.6% di controlli sul numero complessivo delle aziende.
 
[16]Il sistema introdotto dei LEA anche sui temi ella salute e sicurezza sul lavoro si presta a spingere il sistema delle ASL a livello regionale, attraverso i propri ispettori, a velocizzare gli interventi di verifica nelle aziende per poter compiere, nei tempi più brevi, in più alto numero di controlli effettuati negli ambienti di lavoro, al fine di raggiungere la soglia minima annuale di verifiche richieste dal ministero della salute (soglia minima del 5%).
 
[17]Dal Rapporto del 2010 (vd. nota n.8), il dato che emerge è di 775.374 casi di infortunio grave, a fronte di 980 casi di decesso per causa lavorativa. Significativo a tale riguardo l’apporto fornito dal sistema INFOR.MO. che consiste nella sorveglianza degli infortuni mortali sul lavoro, avviato nel 2002, tra Regioni, INAIL e ISPESL (istituto oggi confluito nell’INAIL), allo scopo di monitorare gli accadimenti rilevati sulla base delle indagini effettuate al momento degli eventi da parte dei tecnici della prevenzione delle ASL.
 
[18]Dal Rapporto del 2010 (vd. nota n.8), il dato relativo alle denunce presentate di malattia professionale è di 42.347. Significativo in tal senso l’apporto dei dati forniti dal sistema MAL.PROF. che costituisce una banca dati fondamentale alimentata dalle denuncie di malattia professionale, dai referti pervenuti ai Servizi di prevenzione delle ASL, dalle notifiche di patologia professionale acquisiti tramite ricerca condotta nei reparti ospedalieri.
 
[19]E’ rilevante (seppur da intensificare) l’attività che viene svolta in merito ai controlli in azienda relativi all’obbligo di avere un protocollo sanitario e le correlate cartelle sanitarie (in caso di presenza di lavoratori soggetti a regime di sorveglianza sanitaria), così come l’attività relativa alle procedure per ricorso avverso al giudizio del medico competente, e le visite mediche (di idoneità o per casi specifici di assunzione) effettuate presso i servizi di prevenzione delle ASL.
 
[20]Ai sensi dell’art.30, del dlgs 81/08 s.m..
 
[21] Un’importante contributo potrà venire dall’istituzione del SINP (Sistema Informativo per la Prevenzione – art.8, dlgs. 81/08 s.m.) che potrà fornire, una volta a regime, dati utili per orientare, programmare, pianificare e valutare l’efficacia della attività di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e per indirizzare le attività di vigilanza, attraverso l’utilizzo integrato delle informazioni disponibili. Significativi i componenti del SINP, tra i quali troviamo, oltre ai ministeri della Salute e del Lavoro, le Regioni e l’INAIL, il contributo degli organismi paritetici e degli istituti di settore a carattere scientifico, ivi compresi quelli che si occupano della salute delle donne.
 
[22]Cfr. DPR n. 177 , del 14 settembre 2011, dal titolo “Regolamento recante norme per la qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi operanti in ambienti sospetti di inquinamento o confinanti, a norma dell'articolo 6, comma 8, lettera g), del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81” (GU n. 260 del 8-11-2011).
 



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Commenti:


Rispondi Autore: Francesco Cuccuini05/07/2012 (09:43:40)
Apprezzo quanto esposto dalla dottoressa Frascheri anche se vorrei far presente alcuni elementi che denotano la gravità del fenomeno:

1. un organo istituzionale ad alto livello (Commissione morti bianche) si fa interprete della mancanza di controlli, e del conseguente disagio, negli ambienti di lavoro;

2. un organo istituzionale ad alto livello (Commissione morti bianche) reputa inaccettabile un ulteriore posticipazione della soluzione al problema citato;

3. il convegno organizzato dall'organo istituzionale ad alto livello (Commissione morti bianche) é stato patrocinato e presenziato dal Presidente della Repubblica;

4. ogni ragionamento e discussione deve partire dal DATO INACCETTABILE di "mille" morti e "un milione" di infortuni all'anno.

La situazione é grave e soprattutto inaccettabile.
L'azione poco efficace degli organi di vigilanza "droga" il mercato e mina la fiducia nelle istituzioni.

Cordiali saluti
Francesco Cuccuini
Rispondi Autore: Santoriello Estintori Sas05/07/2012 (16:55:34)
****
Rispondi Autore: Ignazio Cavalluzzi05/07/2012 (17:54:50)
Pur considerando esaustiva la ricostruzione fatta dalla dottoressa Fraschieri, resta il fatto che in materia di legislazione, non è possibile andare avanti con 20 Enti (vedi Regioni) che legiferano in materia oltre lo Stato. Qundi ritengo sia giusto mettere un poì di ordine ed evitare inutili sovrapposizionei Poi vi è l'altro problema che le Regioni legiferando in maniera differente tra loro (ovviamente non in contrasto con le leggi dello Stato), tali differenze si notano. Pensate a quelle aziende che hanno insediamenti in varie Regioni e che alcuni aspetti che valgono per una regione, non valgono per un'altra. Quindi legiferare è una cosa e secondo me lo dovrebbe fare solo lo Stato in materia di sicurezza sul lavoro, mentre le azioni di controllo gestite dagli Enti locali è una cosa fattibile, purchè sia ben organizzata con personale idoneo e adeguatamente formato.
Rispondi Autore: Raffaele05/07/2012 (20:09:38)
D.ssa Frascheri, trovo appena accettabile la sua analisi circa la cronistoria sulle competenze nel tempo ed i ruoli degli organi ispettivi preposti nel tempo alla sicurezza sul lavoro, ma non tutto quanto riferisce è condivisibile, chi le scrive è un funzionario e Ispettore tecnico del Ministero del lavoro oltre che semplice Coordinatore della UIL, quindi anche collega di battaglie socialisindacali. Noto nel suo articolo un velato tifo preferenziale per le ASP-SPISAL e niente per gli umili e modesti Ispettori Tecnici del Lavoro.....chissà perchè ? Quando Lei dovrebbe essere diciamo non tifosa . Ma veniamo solo ad alcune delle sue inesattezze, cercherò di trattarne solo alcune perchè altrimenti annoierei non lei ma chi ci legge : Intanto i dati da lei riportati sono errati . Gli Ispettori tecnici del Ministero del Lavoro operanti nell'intero territorio nazionale sono 330 (e non 1/4 come detto) a fronte dei 4.700 ( di cui 2.800 tecnici ed il resto è formato da medici ), ma vada a guardarsi i dati produttivi complessivi di ciascuno ASP e DTL e vedrà che quelli degli Ispettori Tecnici del lavoro sovrastano per interventi di almeno dieci volte quelli dei pur bravi Ispettori ASP. Quindi lei non si può permettere di scrivere dati inesatti e fuorvianti. O forse lei confonde gli Ispettori del Ministero Lavoro Amministrativi (che trattano altri interventi) con quelli tecnici ? Noi siamo rispettosi dei colleghi ASP cosa raramente ricambiata ( per gelosie ) dagli altri, siamo coscienti che nelle ASP ci sono ottimi funzionari come altrettatno da noi, con una semplice postilla, noi non amiamo la cronaca, l'apparenza, i midia ecc. ma siamo come le api lavoratrici ogni giorno mandiamo avanti il nostro ruolo e lavoro in serena umiltà. Da 35 anni giro l'Italia per lavoro in lungo e largo ( anche per convegni ed università) e le posso confermare che i nostri uffici al contrario delle ASP (dotati di fondi - auto - badget ecc. )per le scarsissime risorse fanno miracoli e sono sempre ben viste e quotate presso tutte le magistrature italiane. Il difetto delle ASP è che sono un dominio dei Medici e non dei Tecnici (se non lo ha ancora capito ....è questione anche di poltrone). Come le dicevo girando nelle regioni ho ancora oggi avuto modo di constatare che non operano in modo univoco e simile con stessi atti ecc., se non mi crede mi cerchi che le documento quanto dico oppure si vadi a vedere gli atti che producono e poi ci mettiamo io e lei serenamente a patlare ... certamente ci sono e conosco tantissimi casi di eccellenza nelle ASP. Avendo infiniti contatti nazionali, mi capita spesso e con piacere, di dare a tanti colleghi delle ASP, sia consigli operativi che giuridici sugli adempimenti normativi in vigore e procedure da adottare ( tanto per dirgliene una ...provi a chiedere agli ispettori ASP come si contesta un illecito amministrativo e con quali procedure e vedrà....( le ricordo che tante violazioni del TU 81/08 prevedono tali sanzioni ).Poi le ricordo che le competenze in materia di sicurezza trasferite a suo tempo alle ASP cosa hanno prodotto ? Anche a sentir le sue parole non certamente migliorie in termini di vite e morti bianche.... quindi... invece di criticare l'apliamento delle competenze portandole anche allo stato ed indirettamente a noi del Ministero del lavoro, dovrebbe essere contenta per i potenziali maggior controlli sul campo e non solo in edilizia ed altri pochi settori come ora in vigore. Guardi mi scuso per lo sfogo ma non mi va di polemizzare oltre e ben vengano le competenze in capo allo stato perchè funzionano meglio sotto una sola direttiva anzichè una per ogni regione o provincia come succede ora. Buon lavoro a tutti R. G.
Rispondi Autore: Raffaele Giovanni06/07/2012 (15:54:36)
Invito tutti i colleghi a leggere l'articolo compreso il mio commento
Rispondi Autore: Massimo Peca06/07/2012 (21:41:11)
Gentile dr.ssa Frascheri,
non sono un giuslavorista, mi esprimo in modo semplice, forse rude e cercherò di trasmetterle qualche sensazione. Preciso subito che concordo col mio collega Raffaele Giovanni, non solo perchè dice cose esatte, ma anche perchè fino alla fine del 2010 ho lavorato nel SSN (in alcuni SPSAL) come tecnico della prevenzione occupandomi di sicurezza del lavoro e adesso faccio l'ispettore tecnico nel Ministero del lavoro. Percio', conosco i "due mondi".
Lei ha fornito dati sommariamente non corretti, ma ammesso che lo siano, non ha detto (perche' non puo' dirlo) qual e' il "metodo di lavoro" che obbligatoriamente deve essere seguito negli SPSAL, in cui, sempre, esiste il predominio dei medici e non del personale tecnico, come sarebbe piu' logico, vista l'attività che si svolge ed e' tutta di polizia giudiziaria. Le finezze da camice bianco, tutti noi le lasciamo ai medici. Il nostro è un lavoro umido, polveroso, non da convegni, fatto in prima linea, col la ricezione dei peggiori epiteti o peggio, con le aggressioni.
Altri sono i momenti in cui e' necessario fare assistenza alle aziende, come prevede anche oggi il dlgs 81. Fino a quando non si è grado di gestire i momenti ispettivi da quelli “consulenziali”, si fa un cattivo lavoro a danno dei più deboli: i lavoratori.
Quando parlo di "metodo di lavoro", vuol dire che sto parlando semplicemente dell'articolo 328 del nostro codice penale.
Faccia un giro negli SPSAL e nelle Procure della Repubblica e vedrà che è una situazione molto diffusa, come ha avuto modo di notare anche il Procuratore Beniamino Deidda in una sua lezione ai magistrati presso il CSM, a Roma. Ha delineato bene il fenomeno.
Queste cose, nessuno ha il coraggio di dirle. Chi lo fa ne paga le conseguenze.
Poi possiamo fare tutti i ragionamenti che vogliamo sulle competenze, ma una cosa deve essere certa: tutti i datori di lavoro e i lavoratori devono essere trattati allo stesso modo, e questo il sistema sanitario nazionale non lo fa, perche' non lo puo' fare: e' strutturalmente impossibile.
Allora, non e' meglio unire tutto cio' che di positivo esiste (ed è tantissimo) sia nel SSN, nelle ARPA (non dimentichiamo mai le sezioni impiantistiche antinfortunistiche) che nel Ministero del lavoro, nell'ex ISPESL (oggi INAIL) e formare un'agenzia nazionale che guardi al fututo e dia certezze a tutti, senza "variabilità molto accentuate"?
Non si è chiesta perchè in Portogallo l'hanno fatto? Perchè in tutta Europa esistono unici sistemi di controllo, in genere dei Ministeri del lavoro? Gli altri sono meno intelligenti di noi? O noi amiamo sfrenatamente la gestione "condominiale" di tutto?
Io cerco di fare un discorso propositivo, migliorativo delle attuali condizioni di tutti.
Non e' possibile che qualche migliaio di tecnici della prevenzione o qualche centinaio di ispettori tecnici, debbano continuare a lavorare separatamente e in modo numericamente minoritario (percio' isolato) nelle rispettive amministrazioni. Questo ha delle ripercussioni operative sull'attività e quindi sulle garanzie dei lavoratori.
Sa cosa significa essere i tre in una ASL con circa 3000 dipendenti? Vuol dire non contare niente e non poter svolgere nessuna attività ispettiva degna di questo nome, oltre ad essere considerati dei "gustafeste" dal direttore generale che non è sordo alle richieste delle associazioni imprenditoriali e che qualche volta “ritira” la tessera di UPG, pensando di essere il Padreterno.
Questa è la realtà, molto più mitigata o inesistente nel mondo che conosco ora, che non è il paradiso ed è, per certi versi, molto peggiore del SSN.
L'attività di vigilanza, quindi anche quella sull'ambiente e sulla sicurezza alimentare, deve essere svolta da organismi centrali che offrono (nel bene e nel male) garanzie di imparzialità ed omogeneità che quelli locali non possono offrire. Se l'immagina un'Arma dei Carabinieri, provinciale? Stiamo parlando di diritti costituzionali, fondamentali.
Adesso, la sicurezza del lavoro, in molte ASL, viene gestita alla stregua delle cure mediche, con lo svantaggio che non da effetti “visibili” alla popolazione, rompe solo le scatole.
La stessa laurea di tecnico della prevenzione si ottiene, quasi sempre, in facoltà di medicina, che non formano per niente, perchè vogliono inculcare agli studenti mille nozioni di tipo sanitario su tutto lo scibile umano e quasi niente sulla tecnica e sulla legislazione.
Poi, vorrei tanto sapere se lei ritiene che i dati sulla vigilanza forniti dal sistema delle regioni sia attendibile o meno.
Sa come vengono qualificate le ispezioni? Quali sono i requisiti per poter classificare un'attività come "ispettiva"? Cos'è una "indagine infortuni". La Conferenza Stato-Regioni si è ben guardata dal fornire i criteri stringenti per poter classificare tutte le attività svolte dagli SPSAL e quindi rendere i numeri comparabili statisticamente. Questo in nome dell'autonomia. Le sembra poco?
Perciò, quello che per qualche SPSAL è un'indagine infortuni, per un'altra è solo una telefonata per avere chiarimenti su cosa è accaduto. Oppure, un'ispezipone per qualche altro SPSAL è un sopralluogo fatto di controlli sulle macchine/sostanze pericolose/metodi di lavoro/documenti/mille altre cose, per qualche altro SPSAL è una chiacchierata in ufficio per vedere il registro infortuni e chiedere quale formazione è stata somministrata ai lavoratori, senza neppure sapere quale sarebbe necessaria, perchè non si conoscono le fasi lavorative ed i rischi ad essa associati, perchè si è sempre fatto cosi. Se le dicessi dove accade, ne sarebbe molto sorpresa.
Mi fermo qui. Non vorrei annoiare nessuno e raccontarle gli ultimi 26 anni di lavoro. Ma le assicuro che potrei andare aventi per chilometri.
Termino, affermando di nuovo che bisogna guardare avanti. Nel 78 avevo 20 anni e il vespone. Studiavo chimica (poco), ma continuo a frequentarla con gli ambienti confinati, su cui potrei dilungarmi parlando della nostra attività e quella degli SPSAL.
Il prossimo 16 luglio andrò ad un convegno dell'INAIL a Modena, sull'argomento ambienti confinati, ovviamente a mie spese e in un giorno di ferie. E non è la prima volta. Ma sa, mi porto appresso il difetto di cercare di far bene il mio lavoro, in un ambiente in cui nessun medico mi dice cosa scrivere nel mio verbale.
Un cordiale saluto (come dice un mio collega calabrese).
Massimo Peca
Rispondi Autore: Alessandro11/07/2012 (14:48:05)
Comprendo le motivazioni dell'autrice dell'articolo sulle competenze della sicurezza del lavoro nel sostenere l’attuale sistema. Ma purtroppo non ha ben chiara la realtà dei controlli. Senza ombra di dubbio concordo con i colleghi che con argomentazioni oggettive sostengono la competenza dello Stato (un domani del Ministero Europeo del Lavoro) in materia di sicurezza del lavoro.
Come Tecnico mi occupo di sicurezza, nelle migliaia di controlli effettuati ho riscontrato che esiste uno stretto legame tra lavoro (tipologie contrattuali/regolarità) e sicurezza del lavoro. Sono due cose inscindibili come non ultima la parte ambientale che ad oggi viene svolta dall’ARPA. Per capirci, la verifica ambientale comporta anche una verifica delle condizioni di lavoro e sicurezza. Con un unico soggetto Ispettivo si potrebbe avere un Ente Nazionale a garanzia di una omogenietà di trattamento, efficienza, efficacia ed economicità dei controlli e della spesa. Si pensi ai Paesi dell’Unione Portogallo, Danimarca e persino la Federale Germania, ove la competenza è del Ministero del Lavoro. E gli ispettori intervengono una sola volta in azienda verificando a 360° la posizione della stessa (fiscalià, regolarità delle posizioni lavorative, rispetto dell’ambiente e sicurezza del lavoro). Concludendo considerate le motivazioni in sintesi sopra riportate e anche alla luce della situazioni in cui ci troviamo (crisi economica) sarebbe opportuno ritornare alle competenze dello Stato con sostanziali riparmi di spesa consentendo di contribuire ad allegerire l’imposizione fiscale delle nostre buste paga, cosa di non poco conto.
Cordialità
Rispondi Autore: Giancarlo Negrello15/07/2012 (10:34:40)
Sono un tecnico della prevenzione da 23 anni. Mi occupo di prevenzione e conseguentemente di vigilanza. Ho voluto sottolineare questo perchè coloro che mi hanno preceduto non hanno quasi mai toccato questo aspetto: l'obiettivo è la prevenzione non la vigilanza. Certo la vigilanza è uno degli strumenti migliori ed efficaci per ottenere condizioni di lavoro salutari e sicure MA NON L'UNICO. Per questo ritengo che la collocazione dei Servizi di vigilanza nell'ambito della sanità non è sbagliata.
È nata una figura " professionale" specifica che è proprio il tecnico della prevenzione che ha lo scopo di fare prevenzione adottando tutti gli strumenti possibili quali l'educazione alla salute, la formazione dei soggetti, l'individuazione dei più corretti indicatori di efficienza e di efficacia degli interventi, ... E anche la vigilanza. Ritengo pertanto che l'attuale sistema sia il migliore ed il passaggio delle competenze ad enti che si collocano distanti dagli obiettivi di salute avvicinandosi a quelli altrettanto importanti di solidarietà sociale, giustizia lavorativa, ecc. non sia la soluzione all'attuale problema che, condividendo quanto scritto da tutti gli altri, è ormai inaccettabile.
Propongo una serie di soluzioni che prese assieme risolveranno per sempre il problema della sicurzza sul lavoro diminuendo le malattie e gli infortuni sul lavoro.
1 mantenere il sistema attuale di prevenzione e vigilanza all'interno delle ASL e sottolineare il concetto che l'obiettivo è di salute.
2 separare le competenze mediche da quelle tecniche ed organizzare due servizi e a capo del primo mettere un medico e a capo del secondo mettere un tecnico della prevenzione che ricordo avere in molti casi la laurea specifica magistrale di 5 anni sulla prevenzione.
3 assumere tecnici della prevenzione che oggi sono in numero assolutamente insufficiente magari riducendo il numero dei medici (con lo stipendio di un medico si possono assumere 3 tecnici della prevenzione).
4 portare la direzione generale in capo alla Regione perchè l'Italia non è unica ed indivisibile. Ogni territorio ha le sue specificità da tenere in considerazione ( penso che fare un sopralluogo a Palermo abbia difficoltà diverse che farlo nella cittá di Bolzano).
4 istituire una Procura Speciale ( quella di Guariniello) per le indagini di infortuni con una direzione Regionale affinchè venga garantità una uniformitá di indagine da un pool qualificato di tecnici della prevenzione che opera a supporto dei colleghi nell'intero territorio regionale.
5 eliminare il sistema di obiettivi esclusivamente numerici sostituendolo o integrandolo con un sistema di obiettivi basati sull'efficacia degli interventi (inutile effettuare tanti interventi "toccata e fuga" per fare numeri e vedere solo il 20% delle cose che non vanno.
6 migliorare la collaborazione con le Procure della Repubblica alle quali i medici hanno guardato da anni come fumo negli occhi perchè i procuratori possono comandare i loro tecnici.
7 estendere il regime di formazione dei tecnici della prevenzione puntando su una cormazione efficace e che non rincorra solamente i crediti ECM fine a se stessi (facendo corsi farsa solo per i crediti)..
8 motivare i tecnici della prevenzione con sistemi di carriera e remunerazioni adeguate che non li faccia sentire fuori dal sistema prevenzione ( basta con gli incentivi di 300€ annui a fronte dei migliaia di euro di medici ed ingegneri)
9 aumentare i controlli sul personale che svolge illecitamente attività extra che possono inficiare l'immagine del sistema (a buon intenditor poche parole).
10 migliorare il sistema legislativo semplificando laddove è possibile tutti quegli aspetti burocratici che rallentano le attività di controllo (per scrivere un verbale ormai ci vogliono ore ed ore)

Ai tecnici della prevenzione non ha mai spaventato il lavoro ... Dispiace solo lavorare per niente !

Giancarlo Negrello

Rispondi Autore: Raffaele17/07/2012 (20:41:25)
Gent. Dr Nigrello, sono come lei un attento lettore del sito e dei suoi scritti nonchè ottimo (suo) lavoro che trovo nella rete (internet), tanto premesso le faccio i complimenti e mi congratulo con lei per la passione e la professionalità che ci mette, come anche del suo commento sotto riportato seppur con qualche diversità. Non intendo assolutamente polemizzare, l'ho gia fatto in passato con la sua Dirigente la quale è stata poco fine ed ingenerosa, in un suo articolo, nei confronti di noi Ispettori Tecnici del lavoro, ma lungi da me il fatto di farlo ora con Lei, che quantomeno essendo un TECNICO (e non un medico) sicuramente ci troveremmo sulla stessa lunghezza di pensiero. Tengo solo puntualizzare che ho 34 anni di onorata carriera di Ispettore quindi posso permettermi di dire o sostenere certe tesi, la cosa che più mi da fastidio è quando, anche velatamente, si denigra o svilisce il nostro operato che è pari al vostro e certamente più completo per le attività a noi demandate con la vigilanza in materia di sicurezza nei cantieri. La nostra attività per la cantieristica tocca la sfera del lavoro a 360 gradi. Poi in quanto all'operato penso che tutti facciamo prevenzione noi e voi , quindi dov'è la differenza ? Per ciò che riguarda voi ho sempre sostenuto la tesi delle competenze dei tecnici e non dei medici ai quali sarebbe giusto delegargli solo la parte sanitaria. Mi dica se conosce qualche ASP dove a comandare sia un tecnico ? Come mai ? E' questione di poltrone o i tecnici delle ASP sono poco considerati nelle strutture ? Poi non è questione di ASP o Ministero qui è che gli infortuni non calano, malgrado il piccolo nostro operato nel solo settore edile, ed il vostro enorme potere di vigilanza in tutti i settori del mondo del lavoro, quindi come si vede vanno riviste tante cose e con questo l'intero sistema che forse non rende come dovrebbe . L'agenzia unica potrebbe essere una buona strada ed unirci tutti insieme, ma sotto quale guida ? Non penso proprio alle Regioni, queste sembrano le repubbliche di franceschello ognuno dice la sua .... La direzione non può essere che ministeriale se vogliamo univocità di comportamenti ed atti . Sono pienamente d'accordo con lei sull'istituzione di una Procura speciale (come suggerito dal Dr Guariniello con il quale mi onoro di aver lavorato tanti anni fà insieme). Poi sugli obiettivi come tutti si fà un gran parlare e numeri da mercatino, non sempre sfocianti in qualità, con una differenza, noi non prendiamo mai una lira per il prodotto annuale. Sulla formazione ed aggiornamento continuo di tutti noi mi vede d'accordo anzi ho sempre ed in qualunque sede sia sindacale che politica perorato tale carenza. Sulle retribuzioni stendo un velo pietoso e quanto da lei sostenuto trova il mio appoggio ( non è giusto che i medici guadagnino il triplo dei tecnici ), come pure ben vengano i controlli a chi fa ed ha fatto business sulla sicurezza e formazione ed altro, di certo noi ci sentiamo di dormire sonni più tranquilli. Sulla modulistica preferisco essere epigrafico se mi contatta le mando la nostra e vedrà quanto è completa e professionale ( noi non facciamo i fogli ispettivi con le cruciverba - non mi fraintenda sicuramente la battuta non è per lei che conosco per i suoi scritti e quindi capacità. Un ultima chicca sui soggetti legislativamente riconosciuti alla vigilanza sugll'igiene e sicurezza nei luoghi di lavoro ... il Ministero della Salute ebbe ad esprimersi che " stante la normativa vigente a svolgere attività di vigilanza è il tecnico della prevenzione e non i medici , possono svolgere detta professione i possessori della relativa laurea o i possessori di uno dei titoli di cui alla Sez. B del D.M. 27.7.2000 ( si vadi a guardare l'art. 1 , non mi pare figurino i medici e come vede sarebbe ottimo che le verifiche le facessero i soli tecnici ). Non voglio annoiarla oltre sono contento ancora una volta d'aver avuto l'opportunità di dialogare con lei in quanto persona stimata dal sottoscritto. Ciao e vorrei tanto incontrarla RAFFAELE
Rispondi Autore: Alssandro20/07/2012 (10:32:32)
Caro Giancarlo, Ti rispondo per Punti in corrispondenza delle Tue .


Negrello:Per questo ritengo che la collocazione dei Servizi di vigilanza nell'ambito della sanità non è sbagliata.
Si può proporre di togliere la tessera di ispettore UPG per poter fare tranquillamente solo prevenzione con assistenza e supporto a tutti i datori di lavoro e ai professionisti nonché ai lavoratori. Penso che questa sia la strada migliore se si vuole fortemente fare prevenzione .

Da Tecnico penso senza dubbi che il problema è tecnico, altrimenti chiudiamo tutte le facoltà tecnico/scientifiche e teniamone solo una, quella medica. Potrebbe essere cosa buona in tempi di risparmio di spesa , magari ci aumentano pure lo stipendio.

Ognuno il suo mestiere, i cittadini vogliono che gli ospedali funzionino , senza liste d’attesa e con alta professionalità; utilizziamo quelli che sono in uffici non confacenti con l’attività tecnica e collochiamoli nei reparti, risparmieremo sul costo dei concorsi. Che ne dici!?!?!

Purtroppo non sono tempi di assunzioni per i tecnici, invero se vedi in gazzetta solo per medici.
Come mai?

Si, hai ragione a Bolzano l’attività è proprio diversa da Palermo. Ho visto gli ottimi risultati dell’Ispettorato di Campagna e Sicilia relativamente ad indagini di lavoro irregolare e sicurezza del lavoro. Nonostante siano in pochi, veramente.

Ti illudi troppo; Forse devi leggere meglio tra le righe quello che vuole Guariniello.

Tra l’altro sono ben rappresentati in parlamento, noi per nulla e quindi impossibile; considerando che se esiste una regia medico-centrica la cosa non verrà mai realizzata. Ricordo che vengono erogati degli incentivi ai Tecnici di € 5000 per il raggiungimento degli obiettivi.
Inoltre questi obiettivi servono per far raggiungere il bugdet anche ai dirigenti.
Cosa dici della gestione con il bilancino dei corsi di formazione da far fare a questo o quel tecnico. Si dovrebbe avere il coraggio di dire basta. Ma quanti sono disposti a rinunciare con coraggio agli incentivi sopra menzionati? Di tutti solo 3 o 4 .

Te ne sei accorto ora? Perché non hai mai detto nulla della situazione di vessazione a cui sono soggetti alcuni tuoi Colleghi?

Ti sei mai chiesto il perché dell’obbligatorietà dei crediti? No non credo.
E perché i Tecnici della Prevenzione sono esclusi dall’avere open legis il titolo di RSPP? Beh! La risposta è a te vicina.

Si hai proprio ragione comprese le cariche pubbliche.


10°
Come le commissioni/gruppi di lavoro edilizia, agricoltura per sfornare documenti che non hanno senso ma contribuiscono ad appesantire burocraticamente ed economicamente l’attività dell’impresa o dei privati ( linee vita sui tetti delle case…………sai il costo per un’abitazione singola? E le manutenzioni?……) con adempimenti non certo di buon senso.
Ricordo che ci sono norme ingegneristiche che parlano dell’argomento (sicurezza sui tetti dal 1982) con soluzioni tecniche, che se adottate da tutti stakeholder avrebbero risolto molti problemi senza oneri economici aggiuntivi.

Cordiali saluti
Alessandro
Rispondi Autore: Massimo Peca22/07/2012 (16:31:54)
L'affare si allunga. Non mi sento all'altezza di scrivere un altro decalogo di comandamenti e, soprattutto, dare l'impressione che il problema di cui discutiamo è quello di essere contro i medici che guidano gli SPSAL oppure no. Vincerà la biologia.
Chiunque abbia una posizione di prevaricazione, di arroganza o da delinquente deve essere semplicemente allontanato dalle sue funzioni.
Negrello (ciao Giancarlo), ha fatto un discorso “alto”. In parte lo condivido. Ahimè, io ne faro uno più “basso”.
Certamente, questa attuale suddivisione di compiti, e di sudditanza, ha le sue origini storiche e politiche. È giunto il tempo di cambiare l'attuale configurazione legislativa e conformarci a quella europea, abbandonando il provincialismo che ci connota.
Credo che le cose che ci “dividono” (ispettori tecnici e dei tecnici della prevenzione) siano molto meno di quelle che ci uniscono. Per quanto mi riguarda, una su tutte, fondamentale: il concetto di “prevenzione”. Sull'argomento delle competenze può essere rilevante, se si concepisce lo Stato, solo come l'oppressore delle libertà e, quindi dei comportamenti, al contrario degli enti locali, che essendo “più vicini” alle persone, possono meglio assecondare i loro bisogni, educarle per raggiungere il benessere di tutti. Lo Stato siamo noi, quando lavoriamo, quando votiamo. Se ci immedesimiamo nello Stato, se ci crediamo, non possiamo che ragionare in ambito nazionale.
Chi pensa che lo Stato, e quindi la pubblica amministrazione che controlla, ha il compito principale, quasi unico, di agevolare chi è destinatario di obblighi giuridici, attraverso azioni di supporto alla comprensione e quindi al rispetto delle norme, fa un grosso torto a quei principi di liberismo che vorrebbe garantire e si sostituisce ad altre organizzazioni sociali o imprenditoriali che sono il frutto di tale liberismo e che, così facendo, morirebbero assieme al liberismo stesso. Qualcuno direbbe che questo è un comportamento “comunista”.
Dicevo, il significato di prevenzione, io lo prendo dalla legge, perchè in uno Stato democratico, la legge serve a tutti e deve valere per tutti: “il complesso delle disposizioni o misure necessarie anche secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e dell’integrità dell’ambiente esterno;”. Per chi non è del mestiere, questa è la definizione riportata nell'articolo 2, comma 1, lettera n) del cosiddetto Testo unico (DLGS 81/2008). Ma non è una novità.
Il significato medico del termine è più articolato (it.wikipedia.org/wiki/Prevenzione) e prescinde, ovviamente dai precetti normativi.
Come ho già detto in precedenza, bisogna coniugare le due cose, semplicemente perchè abbiamo degli obblighi che la legge ci impone e semprechè, tali obblighi siano percepiti.
Le due cose, si possono coniugare, io cerco di farlo: accanto all'azione di informazione e di assistenza istituzionale (senza mai sostituirsi ai consulenti privati), che si sviluppa con tutte quelle iniziative di studio, organizzative e mediatiche rivolte ai lavoratori ed alle aziende, siamo chiamati a rilevare le violazioni alla normativa che tutela la salute e la sicurezza dei lavoratori. In questo ambito, con lo strumento della prescrizione si deve correggere la situazione illecita ed anche in questa occasione si assiste ed informa il datore di lavoro su come adempiere alla prescrizione. Con i limiti già menzionati e con tutta la professionalità che possiamo esprimere. Nonostante il “pressing” degli obiettivi numerici, spesso inutili ed in contrapposizione con la doverosa qualità per raggiungere gli scopi fondamentali del nostro lavoro.
Non ci possono essere scorciatoie, cioè “l'assistenza” fatta in luogo dell'analisi delle illiceità rilevate durante l'attività ispettiva e culminante in una procedura diversa da quella prevista dal decreto legislativo 758 del 1994, o altre (poche) norme. Se serve, posso essere più esplicito.
Perciò, siamo d'accordo che l'obiettivo unico è la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori con tutti i mezzi a nostra disposizione, ma sempre conformandoci ai nostri obblighi e non sostituendoci a quelli degli altri di cui ho già detto. Anzi, pretendendo che gli altri li rispettino.
È il “sistema” che deve funzionare, anche col nostro contributo di esperienza e capacità. Non possiamo e non dobbiamo essere gli unici protagonisti. È vero che l'obiettivo si raggiunge con azioni diverse, ma hanno tutte pari importanza ed una non esclude l'altra.
Poi, se farlo nel servizio sanitario nazionale o in un ipotetico ente statale apposito, possiamo discuterlo. Ma la storia di questi 34 anni dice che si sono creati dei micromondi (gli SPSAL) che costituiscono un arcipelago feudale.
Se per ipotesi, tutti gli SPSAL avessero funzionato correttamente, come ho spiegato finora, non ci sarebbe nessun problema, anzi troverei assurdo che il Ministero del lavoro avesse ancora delle competenze che si sovrappongono a quelle degli SPSAL e quindi sarebbe legittima la posizione in tal senso espressa dalla Conferenza Stato-Regioni. Aggiungo: e la mia storia lavorativa avrebbe seguito altri percorsi.
Molti, oggi, hanno la memoria corta. La Repubblica italiana è costata morti e sacrifici di parecchie persone, anche giovanissime. È costituita da persone con culture diverse, ma siamo un unico Stato. Dobbiamo ancora diventare un Paese? Pare di si.
Insomma, una diversa concezione culturale degli argomenti esposti, porta necessariamente a conclusioni diverse e quindi a preferenze organizzative apparentemente opposte. Mi appaiono in contraddizione il gradito concetto univoco di tutela generale della salute e quello sgradito che a garantirlo non sia un altrettanto unico organismo di controllo/tutela o tutela/controllo. Così come è gradita una Procura generale per la sicurezza del lavoro, che evidentemente, segue le regole generali (in primis il codice penale e quello di procedura penale) e fa parte di un sistema statale, centralizzato, sebbene con ovvie diramazioni territoriali.
Evidentemente, si concorda col principio che i controlli non possono dipendere dalle latitudini. Ma questi, nell'attuale sistema legislativo della sicurezza nel lavoro, non sono disgiunti da altre funzioni “educative”. Allora, o il legislatore è stato lungimirante, e quindi dobbiamo ancora vederne i frutti, oppure non si è reso conto di quale anima filantropica avrebbe prevalso nei “controllori locali” attribuendogli anche delle funzioni antitetiche? Le identità e le specificità non centrano niente, nessuno le discute. Però, non possono essere alibi per gestioni discrezionali e “interpretative” di regole generali e perciò uniche.
L'ipotetico organo di controllo statale dovrebbe essere costituito col meglio di entrambi i “mondi” e reso efficiente con personale e mezzi adeguati. Si può fare a costo zero e noi dobbiamo esserne i protagonisti, comunicando le nostre idee, ad esempio al senatore Oreste Tofani. Persona molto lontana dalla mie idee politiche, tanto per essere chiari.
La considerazione della peculiarità di ogni territorio che deve condizionare la programmazione delle attività da attuare, non può prescindere dalle regole generali, del cui rispetto, tutti noi siamo garanti.
A meno che, non si preferisca subordinare l'osservanza delle leggi alla modifica dei comportamenti delle persone solo con mezzi psicologici, perchè l'applicazione delle sanzioni previste dalle leggi è considerata solo una punizione e non anche un mezzo preventivo instaurato dalla filosofia del diritto in secoli di storia. Questo atteggiamento, mi fa pensare molto a principi religiosi, del cattolicesimo in particolare.
Ma un educatore/controllore o controllore/educatore, non dovrebbe essere laico (nel senso più ampio del termine)?
Chissà cosa penserebbe John Locke di tutto ciò.
Rispondi Autore: danilo cazzaro22/07/2012 (17:18:23)
Concordo in gran parte con le considerazioni fatte da Giancarlo, ovvio che un sistema di verifica con i concetti di EBM, regionale o nazionale, sarebbe più che utile. Ma sappiamo che è ancora un sogno vista la qualità di molti tra dirigenti ed operatori. Probabilmente il futuro si chiamerà INAIL, per tutti cololo che ancora operano nei servizi di prevenzione, del resto è la collocazione più in linea con i paesi europei avanzati. Ma in tutto questo eliminare le specificità regionali sarebbe un grave errore, ora che l'economia ragiona per distretti (o "dislarghi")... Il resto, ovvero le posizioni più o meno individuali o di categoria che sono emerse dal dibattito fanno parte del passato, ancora più tristi quando diventano polemiche tra "statalisti e regionalisti". Sono posizioni puramente autoreferenziali. Infine che direbbe J.Locke, citato da Peca ?? bhè sicuramente aveva cose più importanti a cui pensare.
un caro saluto. Danilo Cazzaro.
Rispondi Autore: Raffaele25/07/2012 (16:33:49)
Caro Danilo Cazzaro, rispetto il tuo pensiero, ma intendo precisarti che ad essere attaccati (sui midia) e dagli appartenenti alle ASP o loro carrozzoni , siamo sempre noi Ispettori Tecnici del Lavoro, chissà perchè ? Forse perchè espletiamo più dignitosamente il nostro mandato senza manifesti o altro ? Oramai lo sanno tutti ( Ditte , Lavoratori, Coordinatori, Istituzioni, ecc.) che è questione di gelosia di mestiere e per questo noi, come sempre, continuiamo a lavorare assiduamente ribattendo solo quando ci toccano e buttano fango alla categoria. Ciao e buon fine settimana Raffaele

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