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LA VOCE DEI LETTORI

Redazione
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 Rischio chimico
13/01/2006: PuntoSicuro pubblica un estratto della tesi di laurea di una lettrice che analizza il rischio chimico nelle attività di produzione di asfalti, asfaltatura e impermeabilizzazione. Parte prima.
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PuntoSicuro comincia con questo numero (per motivi pratici la pubblicazione è divisa in 3 parti) la pubblicazione di un estratto della tesi di laurea di una lettrice che analizza il rischio chimico nelle attività di produzione di asfalti, asfaltatura e impermeabilizzazione.

 

In questa prima parte sono analizzati i materiali in uso e analizzato il processo di lavoro. Nella seconda saranno descritti i profili qualitativi di esposizione agli agenti chimici, mentre nella terza parte saranno illustrate le evidenze di danno e di rischio e le misure di prevenzione e protezione.

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RISCHIO CHIMICO NELLE ATTIVITÀ DI PRODUZIONE DI ASFALTI, ASFALTATURA, IMPERMEABILIZZAZIONE.

 

La caratterizzazione del rischio derivante dall’utilizzo di agenti chimici e la scelta di idonee misure di prevenzione e protezione.

A cura della dott.ssa Giuseppina Paolantonio.

 

 

Le attività di produzione dei conglomerati bituminosi (comunemente detti “asfalti”), di asfaltatura strade o marciapiedi, e di impermeabilizzazione di coperture, piazzali, fondamenta o muri contro terra sono tutte caratterizzate dall’esteso utilizzo di prodotti chimici.

L’obiettivo del lavoro[1] di cui vengono qui presentate le linee essenziali era quello di rilevare l’esistenza di un rischio per la salute degli addetti in queste attività lavorative, quindi di definirne la tipologia e l’entità al fine di indicare - secondo il percorso previsto dal D.Lgs. n. 626/94 e specificamente dai Titoli VII (“Protezione da agenti cancerogeni mutageni”) e VII-bis (“Protezione da agenti chimici”) - concreti interventi di prevenzione e protezione che possano efficacemente condurre alla riduzione del rischio.

 

Individuazione dei materiali in uso

Le attività prese in esame sono accomunate dall’utilizzo di bitume di petrolio o di suoi derivati tecnologici. E’ bene non confondere il bitume con l’asfalto o il catrame: nel linguaggio comune questi termini sono tutti indifferentemente utilizzati ad indicare lo stesso prodotto (probabilmente a causa dell’origine simile e dell’utilizzo comune), mentre corrispondono a materiali molto diversi nell’origine e nella composizione chimica, ai quali perciò corrispondono differenze nel comportamento tossicologico e di conseguenza nel tipo e nel livello di rischio a cui sono esposti gli addetti.

Il bitume è una miscela di idrocarburi e derivati, ottenuta industrialmente dalla distillazione del petrolio ma esistente anche in giacimenti naturali, la cui univoca definizione è difficile a causa della complessa e variabile composizione quali-quantitativa; a livello europeo l’inventario EINECS[2] (European Inventory of Existing Commercial Chemical Substances) attualmente comprende alla voce “bitumi” diverse miscele, la cui più generica definizione è: “combinazione molto complessa di composti organici ad alto peso molecolare, contenente una quantità relativamente elevata di idrocarburi con numero di atomi di carbonio prevalentemente superiore a C25, ed alti rapporti carbonio-idrogeno”.

Il bitume in sé attualmente non è classificato come prodotto pericoloso, a differenza del catrame– un materiale che deriva dalla distillazione distruttiva del carbone fossile o, meno frequentemente, di lignite, torba, scisto, legno - la cui composizione, ricca in Idrocarburi Policiclici Aromatici cancerogeni, ne fa un prodotto di pericolosità rilevante: il catrame di carbone è infatti identificato dalla Comunità Europea con il numero Index 648-055-00-5 a cui corrisponde la classificazione “cancerogeno di seconda categoria”[3] (sono emersi elementi sufficienti per ritenere probabile lo sviluppo di tumori nell’uomo a seguito di esposizione), ed è considerato dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, (IARC, emanazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) un cancerogeno accertato (gruppo 1 di cancerogenicità)[4]. Il catrame è stato molto utilizzato per le pavimentazioni stradali in Gran Bretagna, mentre in Italia il suo uso non si è mai realmente affermato.

L’asfaltoo conglomerato bituminoso è invece un derivato tecnologico del bitume, originato dalla sua miscelazione con materiale liticoquale pietrisco, pietrischetto, graniglia, sabbia, polveri minerali: si ottiene così un materiale adatto ad essere steso sulla superficie stradale grazie alle proprietà di duttilità, adesività ed impermeabilità proprie del bitume e dalla resistenza all’usura conferitagli dal materiale lapideo. L’aggiunta nella formulazione di specifici additivi (generalmente in misura massima del 2%) è inoltre in grado di conferirgli particolari requisiti prestazionali (colorazione, aumento della duttilità, aumento della resistenza, potere drenante, fonoassorbenza).

Accanto a questi materiali, utilizzati nei processi lavorativi della produzione di asfalti e della successiva asfaltatura, nelle attività di lavoro esaminate ne esistono altri aventi sempre come costituente caratterizzante il bitume di petrolio:

- emulsione bituminosa(asfaltatura), una sospensione di bitume in acqua con additivi emulsivi (esteri, eteri, colloidi, sostanze acide o basiche);

- bitume ossidato(impermeabilizzazione), si ottiene dall’ossidazione del bitume, conducendo ad un materiale di diversa composizione chimica e con una maggiore resistenza agli stress termici e meccanici;

- vernice bituminosa(impermeabilizzazione), anche chiamata primer bituminoso, è una soluzione di bitume e polimeri in solventi;

- membrana bituminosa(impermeabilizzazione), una sorta di tappeto costituito da un’anima in tessuto-non-tessuto ricoperta di bitume/bitume ossidato e polimero elastomerico, in modo da ottenere un materiale resistente all’acqua ed agli stress termici e meccanici, ma anche elastico ed agevole da posare;

- guaina bituminosa(impermeabilizzazione), soluzione di bitume e polimeri elastomerici e plastomerici in acqua o solventi, che viene applicata a pennello o a spruzzo.

 

Analisi del processo di lavoro

Le attività lavorative di produzione di asfalti, asfaltatura ed impermeabilizzazione si differenziano non solo nei materiali utilizzati, ma anche nelle modalità operative e nelle attrezzature in uso.

1.     La produzione di asfalti consiste essenzialmente nella dosatura e miscelazione dei diversi costituenti (bitume, materiali litici, additivi), che avviene a caldo; successivamente il prodotto finito può essere trasferito dal mescolatore ai camion che lo trasporteranno al luogo di utilizzo, oppure stoccato in serbatoi di acciaio riscaldati e provvisti di pareti isolanti, ed ivi conservato fino alla richiesta.

2.     L’asfaltatura di strade inizia con l’allestimento del cantiere stradale, quindi il processo di lavoro si differenzia a seconda che l’opera riguardi il rifacimento di una pavimentazione stradale già esistente oppure la creazione di una nuova pavimentazione stradale: infatti nel primo caso è necessario rimuovere lo strato superficiale della pavimentazione (“strato di usura”) mediante fresatura (macchine scarificatrici) e asportazione (macchine spazzatrici) del materiale fresato. Le superfici da asfaltare vengono poi preparate per favorire l’adesione del tappeto di copertura mediante applicazione a spruzzo di emulsione bituminosa, che può essere effettuata a caldo o a freddo, manualmente o per mezzo di macchine. Quindi mediante macchine vibrofinitrici si effettua la stesa di più strati di conglomerato bituminoso; occorre considerare che esistono differenti tipologie di asfalto, che necessitano anche di diverse modalità operative nella stesa:

- conglomerati a caldo: sono di gran lunga gli asfalti più utilizzati in Italia, devono essere mantenuti a temperature tra i 120°C ed i 160°C anche durante la messa in opera;

- conglomerati a freddo: la temperatura di messa in opera è intorno ai 60-70°C.

Il nuovo strato viene infine compattato mediante rulli compattatori e piastre vibranti.

L’asfaltatura di marciapiedi è un processo più semplice dell’asfaltatura di strade, sia nelle modalità operative che nelle componenti tecnologiche: avviene esclusivamente per via manuale e consiste nel prelevare dal veicolo-cisterna l’asfalto colato (più plastico di quello stradale), ivi conservato a 230°C-260°C, tramite carriola e nel rovesciarlo sul marciapiede: la sua distribuzione ed il livellamento avvengono manualmente, per mezzo di lunghe spatole di legno manovrate dagli operatori in stazione eretta. Il materiale viene poi cosparso di sabbia e talvolta, per favorirne il raffreddamento, di acqua.

3.     L’impermeabilizzazione si distingue dalle operazioni precedentemente esaminate sia per i prodotti utilizzati che per le modalità operative. L’attività inizia con la preparazione della superficie tramite spazzole metalliche o macchine abrasive, al fine di renderla esente da residui e asperità che potrebbero diminuire il grippaggio dello strato impermeabilizzante. La fase successiva consiste nell’applicazione (a pennello o spazzolone, a rullo o a spruzzo) di vernice bituminosa; se l’impermeabilizzazione riguarda fondamenta o muri contro terra, si procede a stendere una seconda mano di vernice bituminosa che, una volta asciugatasi, costituisce uno strato impermeabile all’acqua. Quando invece si deve impermeabilizzare una copertura, il processo è più complesso e in questo caso la vernice bituminosa funge da primer verso i trattamenti successivi; in seguito viene posata la membrana bituminosa che necessita di fiammatura (meno utilizzata è la guaina bituminosa). Per la finitura si utilizza ilbitume ossidato, contenuto in un serbatoio riscaldato, che viene prelevato ed applicato manualmente.

 

© dott.ssa Giuseppina Paolantonio (giusi_paolantonio@libero.it)

 

Fine della prima parte.
Le successive saranno pubblicate nei prossimi numeri.

 


[1] Giuseppina Paolantonio, “Profilo di rischio chimico e cancerogeno nei comparti produzione di conglomerati bituminosi, asfaltatura, impermeabilizzazione”, tesi di laurea di primo livello in Tecniche della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, 2005

[2] Comunicazione n. 90/C della Commissione ai sensidell’articolo 13 della Direttiva 67/548/CEE del Consiglio, del 27 giugno 1967, concernente il ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative relative alla classificazione, all'imballaggio e all'etichettatura delle sostanze pericolose, modificata dalla Direttiva 79/831/CEE – EINECS, in Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee C146A del 15 giugno 1990

[3] Direttiva 96/54/CE del 30 luglio 1996 recante ventiduesimo adeguamento al progresso tecnico della direttiva 67/548/CEE concernente il ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative relative alla classificazione, all'imballaggio e all'etichettatura delle sostanze pericolose, in Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee L 248 del 30 settembre 1996, recepita in Italia con Decreto Ministeriale (Sanità) n. 164 del 28 aprile 1997

[4] “Overall evaluations of carcinogenicity: an updating of IARC Monographs volumes 1 to 42”,Monographs on the evaluation of the carcinogeninc risk to humans –Suppl. n. 7,International Agency for Research on Cancer, Lyon 1987

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