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Il Metodo di Analisi della Risonanza Funzionale FRAM

Il Metodo di Analisi della Risonanza Funzionale FRAM
Massimo Servadio

Autore: Massimo Servadio

Categoria: Valutazione dei rischi

29/07/2021

Una Metodologia che può essere utilizzata per costruire “ex novo” un modello di funzioni necessarie per lo svolgimento delle prestazioni quotidiane, specifiche per le attività lavorative e in quel preciso contesto aziendale e ambientale.

 

I molteplici studi sulla resilienza in ambito sicurezza hanno ampiamente dimostrato che la stessa viene percepita nella maggior parte dei casi come un’assenza di fallimenti o eventi più o meno gravi (infortuni, near misses, guasti, etc.). Questo è stato solo il punto di partenza per andare oltre il concetto di “fallimento tecnologico”, e di focalizzarsi maggiormente sul concetto di errore umano, di percezione del rischio, e di cultura della sicurezza. Ma ancora non basta; uno degli aspetti più importanti ma anche più delicati e, allo stesso tempo, complessi, da considerare, è la presenza delle numerose variabili di uno o più sistemi di riferimento (nel caso specifico, gli ambienti di lavoro più o meno complessi, i tratti stradali, alcuni contesti particolari, etc.) che sono continuamente soggetti a cambiamenti.

 

Il Metodo di Analisi della Risonanza Funzionale (Functional Resonance Analysis Method – FRAM) ideato dal professore danese Erik Hollnagel è in grado di colmare questo vuoto.

Mentre i metodi più convenzionali spiegano gli eventi interpretandoli in base a modelli già esistenti, quindi in un certo senso standardizzati, la Metodologia FRAM viene utilizzata per costruire “ex novo” un modello di funzioni necessarie per lo svolgimento delle prestazioni quotidiane, specifiche per le attività lavorative e in quel preciso contesto aziendale e ambientale.

 

I modelli costruiti con il Metodo FRAM possono essere usati per spiegare l’accadimento di specifici eventi, quali infortuni, quasi-infortuni, incidenti o danni materiali, mostrando in tempo reale come le varie funzioni possono essere collegate tra loro, e soprattutto come la variabilità di tutte le prestazioni quotidiane e dell’ambiente in cui esse vengono svolte può spesso portare all’accadimento di risultati inattesi e fuori standard, non solo positivi, ma anche e soprattutto negativi.

 

La Metodologia FRAM è basata su quattro principi:

  • l’equivalenza di fallimenti e successi
  • l’adattamento approssimato delle prestazioni
  • l’emergenza
  • la risonanza funzionale

 

Dal momento che il FRAM è un Metodo, e non un Modello Standardizzato, non parte da presupposti o “pregiudizi” su come il sistema di riferimento, che in quel momento si sta studiando, è organizzato o strutturato, e neanche, dettaglio più importante, sulle possibili cause pre-esistenti e sulle potenziali “relazioni causa-effetto”. In pratica, il FRAM non va alla ricerca di fallimenti e guasti, bensì studia come le varie funzioni possono o non possono venire accoppiate tra di loro, e di come la variabilità delle prestazioni quotidiane e dell’ambiente di riferimento in esame possano entrare in risonanza.

 

Questo concetto è fondamentale per comprendere meglio il funzionamento sia dei sistemi dinamici e complessi sia di quelli socio-tecnici, e soprattutto per capire sia il successo sia il fallimento di determinati eventi.

 


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Cambiare prospettiva spesso può aiutare a trasformare qualcosa che inizialmente poteva sembrare un fallimento in un’opportunità; ad esempio, un errore procedurale può portare sì ad un evento che poteva risultare un potenziale infortunio, ma talvolta anche a risultati migliori rispetto all’aver seguito alla lettera il contenuto della procedura di partenza. Quindi, un qualcosa che da sempre poteva essere percepito come un errore o uno sbaglio, quindi negativamente, guardato da un’altra dimensione può trasformarsi in un nuovo essere ottimisti, e l’ottimismo è qualcosa che si può “allenare”.

 

Anche a livello organizzativo, possiamo provare a sfruttare la capacità di cambiare prospettiva, e di applicare quindi una sorta di risonanza funzionale, e chiederci se davanti ad un evento inaspettato, una realtà complessa o estremamente variabile, chiederci se “il bicchiere ci sembra mezzo pieno o mezzo vuoto”. Nel suo trattato “Mindset: The New Psychology of Success”, la psicologa americana Carol Dweck racconta infatti che il modo in cui vediamo noi stessi ha un grande impatto sulle nostre possibilità di raggiungere determinati obbiettivi che ci siamo prefissati; e potrebbe essere proprio un cambiamento di prospettiva a trasformare una sfida o una difficoltà in una nuova opportunità.

 

Un nuovo modo di pensare ottimista potrebbe permettere di contestualizzare una situazione secondo un punto di vista diverso (il “bicchiere mezzo vuoto” che diventa “mezzo pieno”), e trarre quindi vantaggi dalla medesima situazione di fronte alla quale ci troviamo, facendo entrare in risonanza i nostri punti di forza.

 

Il nostro punto di vista è spesso determinato da una specie di “cornice mentale” che delimita in un certo senso quello che vediamo, o meglio quello che pensiamo di vedere; questa cornice, di cui nessuno di noi è automaticamente consapevole, può assumere diverse forme, in base alle nostre appartenenze culturali, esperienziali e caratteriali, e ci accompagna per tutta la vita. Purtroppo, però, questa cornice è statica (“standard”, volendo usare un termine più tecnico), e pertanto non ci permette di identificare subito tutte le nostre risorse che potremmo effettivamente utilizzare se volessimo cambiare una specifica situazione che ci troviamo davanti. Se riuscissimo, però, a spostare questa cornice, potremmo cambiare quello che vediamo, e di conseguenza anche le sensazioni che proviamo, e anche le nostre azioni ed i nostri comportamenti ne uscirebbero, di riflesso, modificate. Tutto ciò ci permetterebbe di raggiungere i nostri obbiettivi più facilmente: se ci allenassimo a farlo, potremmo spostare la nostra cornice personale in qualsiasi momento, e far emergere nuove soluzioni e nuove risonanze che prima erano nascoste se non addirittura invisibili ai nostri occhi, e che forse possiamo sfruttare a nostro vantaggio, sia in termini di tutela, analisi e prevenzione dei rischi durante le attività lavorativa, sia a livello organizzativo aziendale. Imparare ad osservare i diversi scenari della nostra vita, lavorativa e non, attraverso una “cornice mobile”, è, secondo Carol Dweck, la base della una nuova prospettiva ottimistica sopra citata, che non ci lascia intimorire dalla possibilità di fallimenti o danni o semplicemente da situazioni complesse, ma che ci permette di interpretare sia gli errori che i contesti complessi come un’occasione per investire su qualcosa di nuovo. 

 

Diventare consapevoli di tutte le nostre risorse e capacità, è il punto di partenza per cambiare una situazione che inizialmente percepiamo come negativa, immaginando nuovi scenari nella nostra mente: anziché continuare a rimanere bloccati mentalmente su un evento avverso passato o in corso, l’allenamento parte dal provare a “visualizzarci” all’interno di nuovi sistemi di riferimento in cui sono presenti nuove variabili, farle entrare in risonanza tra loro per realizzare nuove situazioni alternative.

 

 

Massimo Servadio

Psicoterapeuta Sistemico Relazionale e Psicologo del Lavoro e delle Organizzazioni

 

 

 



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