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Lavoro in orario notturno: quali sono le conseguenze degli infortuni?
Roma, 5 Mag – In aggiornamento e approfondimento, a distanza di diversi anni, della pubblicazione “Gli infortuni del lavoro notturno”, pubblicata nella Rivista degli infortuni e delle malattie professionali dell’Inail (Brusco et al. 2011), l’Inail è tornata nel 2024 sull’argomento connesso al fenomeno infortunistico dei lavoratori in orario notturno con il documento “ Gli infortuni sul lavoro in orario notturno in Italia”.
Il documento, pubblicato dalla Consulenza statistico attuariale (CSA) Inail e curato da Adelina Brusco, Giuseppe Bucci, Stefano Campea, Alessandra Filottrano, Francesca Marracino, Gina Romualdi, si sofferma sugli infortuni esaminando le denunce e i casi definiti positivamente (riconosciuti) avvenuti nel quinquennio 2018-2022.
Rispetto al documento del 2011, la pubblicazione del 2024 affronta il tema del lavoro notturno “con l’intento di aggiornare le statistiche degli infortuni sul lavoro, ampliando le analisi con ulteriori variabili, per evidenziare peculiarità e cogliere aspetti nuovi”. Le statistiche presentate “analizzano sia le denunce, con l’evidenza dei casi mortali, sia le definizioni positive e le conseguenze degli eventi”. A completamento è presenta “una panoramica aggiornata della normativa di riferimento”.
Dopo aver già parlato, presentando il volume, di norme, effetti sulla salute e diffusione del lavoro notturno nei vari comparti lavorativi, oggi ci fermiamo sui seguenti argomenti:
- Lavoro in orario notturno: chi sono i lavoratori notturni?
- Lavoro in orario notturno: quali sono le cause e le conseguenze degli infortuni?
- Lavoro in orario notturno: qual è l’incidenza infortunistica annua?
Lavoro in orario notturno: chi sono i lavoratori notturni?
Riguardo ai dati si indica che “la maggioranza dei lavoratori notturni è dipendente (85,6%, contro il 78,5% degli occupati totali); oltre otto su dieci con contratto a tempo indeterminato e solo il 17% ha un contratto a termine. Il 14,4% è un autonomo (è il 22,4% per il complesso degli occupati)”.
Inoltre si segnala che questi lavoratori sono “prevalentemente di sesso maschile, poco meno del 70% del totale, con una differenza rilevante rispetto al caso dei lavoratori che non effettuano l’attività in notturna, per i quali la percentuale è inferiore di ben 13 punti, a dimostrazione che le attività svolte al crepuscolo sono prevalentemente ad appannaggio degli uomini”.
Per età si evidenzia che il 39,4% è “tra i 35 e i 49 anni, il 33,6% dai 50 anni in su (in generale la fascia di età a maggior occupazione); i giovani sono il 27% (contro il 22,1% di chi fa lavoro diurno); probabilmente la diversa composizione per età fa pensare che con l’avanzare dell’età si sia meno disposti a svolgere turni notturni o nella ricerca di lavoro si prediligano attività in orario diurno”.
Infine segnaliamo che gli stranieri “rappresentano il 12,4%, oltre due punti in più rispetto a chi non fa il turno notturno”.
Lavoro in orario notturno: quali sono le cause e le conseguenze degli infortuni?
Il documento fornisce poi interessanti indicazioni sui casi di infortunio, accertati positivamente e avvenuti nel quinquennio 2018-2022.
Riguardo alle conseguenze dell’infortunio, con “particolare riferimento alla diagnosi medica registrata”, si nota – indicano gli autori - che “nel quinquennio contusioni, lussazioni e fratture rappresentano in complesso l’80,7% del totale, al netto dei casi per i quali non è stata definita la natura della lesione. Tale percentuale risulta maggiore rispetto a quella registrata per le medesime lesioni negli infortuni in complesso (75,7%)”.
Ed è la contusione, con il 35%, la lesione che “determina maggiormente la differenza rispetto al corrispondente valore negli infortuni in complesso (30,2%)”.
Riprendiamo una tabella pubblicata nel documento:

Mentre per i casi mortali “fratture, lesioni da altri agenti e contusioni sono state le principali cause dei decessi (oltre il 92% del totale al netto dei casi non definiti), quota leggermente più bassa rispetto al corrispondente dato rilevato per gli infortuni mortali in complesso (94,5%)”.
L’analisi per sede della lesione ha evidenziato poi che “oltre il 30% degli infortuni riconosciuti positivamente nel quinquennio (al netto dei casi non definiti) ha riguardato la mano e la colonna vertebrale (rispettivamente 19,5% e 13,9%). Seguono gli arti inferiori con caviglia (9,4%), ginocchio (8,6%) e la zona toracica con cingolo (7,1%) e parete (6,1%)”.
Per quanto riguarda gli infortuni con esito mortale “il cranio è la sede della lesione maggiormente interessata da fratture, contusioni o lesioni da altri agenti (73 eventi mortali che rappresentano più del 53% dei casi codificati)”.
Veniamo alle cause e circostanze che hanno determinato l’evento infortunistico in orario notturno.
Oltre l’88% dei casi riconosciuti in occasione di lavoro sono dovute a varie tipologie di deviazione (intesa come ‘l’ultimo evento, deviante rispetto alla norma, che ha portato all’infortunio’):
- movimenti del corpo con o senza sforzo fisico (circa 45%),
- perdita di controllo di una macchina/mezzo di trasporto (18,5%),
- scivolamento/inciampamento con caduta di persona (15,9%)
- “traboccamento, rovesciamento, …, vaporizzazione” (9,5%) “in cui sono presenti i casi classificati come infezione da SARS-CoV-2”.
Per quanto riguarda poi gli infortuni notturni con esito mortale “ben il 77% dei casi risulta attribuito alla perdita di controllo di una macchina/mezzo di trasporto/attrezzatura di movimentazione”.
In merito al tipo di “attività fisica svolta al verificarsi dell’evento infortunistico” si indica che “il movimento determina il 41,6% dei casi, mentre la manipolazione di oggetti, il trasporto manuale e la guida/presenza a bordo di un mezzo di trasporto incidono rispettivamente per il 19,8%, 15,1% e 10,8%”.
Lavoro in orario notturno: qual è l’incidenza infortunistica annua?
Nelle conclusioni gli autori, dopo aver fornito dati sugli infortuni e sui lavoratori notturni, forniscono anche indicazioni sulla “rischiosità”.
Partendo dai numeri degli infortuni e dei lavoratori notturni “è possibile determinare un indice di incidenza infortunistica annua da confrontare con l’analogo riferito a tutti gli occupati”.
Fatte varie premesse a cui rimandiamo (ad esempio nella casistica degli infortuni esaminati rientra anche una quota di personale “che svolge regolarmente un lavoro diurno/serale e che occasionalmente per attività straordinaria valica la mezzanotte”), “l’incidenza infortunistica annua, relativa al 2022, ottenuta come rapporto tra le denunce di infortunio sul lavoro e gli occupati, produce due indicatori pari rispettivamente a 27,7 per mille per il complesso delle denunce e 7,0 per mille per i lavoratori notturni”. Anche poi considerando solo gli infortuni in occasione di lavoro, “gli indicatori darebbero risultati abbastanza vicini ai primi e pari rispettivamente a 23,7 per mille e 5,4 per mille”.
In definitiva si “riconferma sostanzialmente quanto evidenziato nella precedente pubblicazione” citata in apertura di articolo, ossia “un rischio più elevato per il complesso dei lavoratori”. Bisogna tuttavia tener conto che molte lavorazioni ad alto rischio non concorrono alla determinazione del rischio infortunistico notturno “perché svolte quasi esclusivamente in orario diurno come, per esempio, le costruzioni (per le quali solo l’1% dei lavoratori svolge orario notturno) o alcuni comparti dell’industria manifatturiera”. Mentre nelle attività del terziario “trovano maggior spazio i lavori crepuscolari: vigilanza, ristorazione, pulizia di uffici e strutture varie, stampa di quotidiani, attività che possono essere più agevoli quando gli ambienti sono privi del servizio o di personale (per esempio lavori di manutenzione o sostituzione di macchinari)”. Ma in generale occorre ricordare “che i servizi sono caratterizzati da una rischiosità più bassa di quella delle attività a carattere industriale”.
Inoltre l’indice di rischio così determinato “ha il limite di non poter valutare quantitativamente i livelli di stanchezza del lavoratore che si appresta a svolgere un lavoro notturno. Così come non distingue i diversi aspetti che possono concorrere al verificarsi dell’evento infortunistico: alcune attività notturne, sono svolte analogamente a quelle diurne, altre si caratterizzano come funzioni esclusivamente di controllo e presidio”.
Senza poi dimenticare che l’insorgenza della malattia professionale, a differenza degli infortuni, “è graduale nel tempo con periodi di latenza (intervallo di tempo che intercorre tra la prima esposizione al rischio e la manifestazione della malattia) molto lunghi; pertanto, non è riconducibile a specifici orari lavorativi”.
Rimandiamo, in conclusione, alla lettura integrale del documento Inail che fornisce numerosi altri dati numerici e grafici sugli infortuni denunciati e definiti positivi nel periodo 2018-2022.
Tiziano Menduto
Scarica il documento da cui è tratto l'articolo:
Inail, Consulenza statistico attuariale, “ Gli infortuni sul lavoro in orario notturno in Italia”, a cura di Adelina Brusco, Giuseppe Bucci, Stefano Campea, Alessandra Filottrano, Francesca Marracino, Gina Romualdi (CSA, Inail), Collana Salute e Sicurezza, edizione 2024 (formato PDF, 1.56 MB).
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