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Sicurezza: continuiamo a discutere del dopo, ma dobbiamo agire sul prima
L' articolo di Marcello Basilico (Consigliere CSM) pubblicato su “Il Sole 24 Ore” del 18 agosto 2026, dedicato alla responsabilità dei vertici aziendali in materia di salute e sicurezza sul lavoro, offre lo spunto per una riflessione che credo debba andare oltre il pur importante dibattito giuridico.
Il tema affrontato è delicato: fino a che punto può estendersi la responsabilità penale dei massimi dirigenti di una grande organizzazione? E soprattutto, come evitare che la posizione di garanzia derivante dal ruolo ricoperto finisca per trasformarsi in una sorta di responsabilità automatica?
È una questione importante. Ma forse non è la questione più importante. Continuiamo a guardare l'infortunio dalla parte sbagliata. Da molti anni, quando si verifica un grave infortunio sul lavoro, una parte rilevante del dibattito si concentra inevitabilmente sul "dopo". Chi è responsabile? Quale pena deve essere applicata? La normativa è sufficientemente severa? Le domande sono legittime e sono questioni che uno Stato di diritto deve necessariamente affrontare. Ma nessuna di queste domande, da sola, impedisce ad un lavoratore di cadere da un ponteggio domani mattina.
Nel primo semestre del 2026, come ricorda Basilico citando i dati INAIL, gli infortuni sul lavoro risultano aumentati del 4,7%, mentre i decessi diminuiscono soltanto del 4,2%. Ancora più significativo è l'incremento delle denunce di malattia professionale, pari al 16,7%. E tutto questo senza considerare quell'area sommersa costituita dal lavoro nero e irregolare. Di fronte a questi numeri, discutere delle responsabilità penali è necessario. Ma la prevenzione viene prima del processo. Abbiamo davvero bisogno di altre norme?
Il nostro Paese dispone di un sistema normativo sulla salute e sicurezza sul lavoro estremamente articolato. Il D.Lgs. 81/08 mette già a disposizione moltissimi strumenti: valutazione dei rischi, formazione, informazione, addestramento, sorveglianza sanitaria, organizzazione della prevenzione, vigilanza, procedure, riunione periodica e individua con precisione i principali protagonisti del sistema: Datore di Lavoro, dirigenti, preposti, RSPP, RLS, Medico Competente e lavoratori. Probabilmente, quindi, dovremmo iniziare a porci una domanda diversa. Questi strumenti funzionano davvero nelle aziende? Perché tra avere uno strumento e utilizzarlo efficacemente esiste una differenza enorme. Possiamo avere un DVR formalmente perfetto e contemporaneamente un'organizzazione del lavoro insicura, e possiamo avere un Datore di Lavoro che ha formalmente adempiuto a moltissimi obblighi ma che non conosce sufficientemente ciò che accade ogni giorno nei propri luoghi di lavoro.
È qui che emerge uno dei problemi fondamentali della prevenzione italiana: la distanza tra sicurezza formale e sicurezza reale.
Un documento di valutazione dei rischi non rende sicura un'azienda semplicemente perché è stato redatto, aggiornato e firmato. La formazione non produce automaticamente comportamenti sicuri perché i lavoratori hanno frequentato il numero di ore previsto dalla normativa. La domanda che dovremmo porci ogni volta è molto semplice: cosa è cambiato realmente nel luogo di lavoro dopo aver utilizzato questi strumenti? Se gli stessi quasi infortuni continuano a ripetersi, non basta registrarli: bisogna capire perché l'organizzazione non riesca ad apprendere da quegli eventi. La sicurezza dovrebbe essere misurata sempre più per ciò che riesce a cambiare e sempre meno per ciò che riesce a documentare.
Prima delle responsabilità penali vengono quelle organizzative, ma questo non significa ridimensionare il tema delle responsabilità. Significa riportarlo nel luogo nel quale la responsabilità può produrre il suo effetto più importante: prima dell'infortunio.
Serve certamente più vigilanza, ma questo da solo non basta. Basilico individua giustamente un'altra debolezza strutturale: un sistema ispettivo che negli anni è stato depotenziato, accompagnato dalla presenza di lavoro povero e irregolare. È difficile parlare seriamente di libertà del lavoratore di fronte al rischio quando la precarietà economica lo mette nelle condizioni di dover scegliere tra contestare una situazione pericolosa e conservare il proprio posto di lavoro. Per questo rafforzare la vigilanza pubblica è indispensabile. Ma anche aumentare il numero delle ispezioni non può rappresentare, da solo, la soluzione. Nessun sistema ispettivo potrà essere presente ogni giorno in ogni azienda, in ogni reparto, in ogni cantiere. La prima linea della prevenzione deve necessariamente trovarsi dentro i luoghi di lavoro. Ed è per questo che il funzionamento delle figure della prevenzione diventa decisivo.
Basilico conclude richiamando la necessità di un vero intervento di sistema. È probabilmente questa la parte della riflessione che merita maggiore attenzione. Perché un intervento di sistema non può significare semplicemente modificare ancora una volta qualche articolo di legge. A mio avviso dovrebbe poggiare contemporaneamente su tre pilastri: controlli pubblici efficaci, qualità e regolarità del lavoro, funzionamento sostanziale del sistema aziendale della prevenzione.
Se manca la vigilanza, le regole rischiano di rimanere prive di controllo. Se manca la qualità del lavoro, precarietà e ricattabilità possono costringere le persone ad accettare condizioni che non dovrebbero accettare. Se non funziona il sistema interno di prevenzione, anche l'organizzazione più formalmente conforme può continuare a produrre rischi. È l'insieme di questi elementi che può determinare un cambiamento.
Dobbiamo spostare l'attenzione sul "prima" e dovremmo allora modificare anche il modo con cui discutiamo degli infortuni sul lavoro. Dopo ogni tragedia chiediamo chi abbia sbagliato. Ma dovremmo dedicare almeno la stessa energia a un'altra domanda: perché il sistema non è riuscito ad accorgersi prima che qualcosa non funzionava?
Quasi sempre, prima di un grave incidente, esistono segnali. È lì che deve intervenire la prevenzione. Non quando dobbiamo stabilire davanti a un giudice chi avrebbe dovuto fare qualcosa. Ma quando siamo ancora nelle condizioni di farla.
Per questo il vero problema della sicurezza sul lavoro non è soltanto stabilire chi debba rispondere dopo un infortunio. La sfida molto più difficile è costruire organizzazioni nelle quali ciascuno eserciti realmente il proprio ruolo prima che quell'infortunio accada.
Continuare a modificare soltanto pene, sanzioni e criteri di responsabilità rischia altrimenti di farci concentrare ancora una volta sulle conseguenze. La prevenzione, invece, ha un compito diverso: intervenire sulle cause prima che diventino un infortunio.
Marco Lupi
APS #girolevitespezzate
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Pubblica un commento
| Rispondi Autore: GIANNI | 04/11/2026 (08:56:28) |
| Da un pò di tempo s'inizia a leggere degli articoli critici sull'infortunistica ( mortale e non ), per fortuna e non solo quelli di parte, anche se purtroppo il problema continua a mietere vittime. A mio avviso la soluzione è molto difficile in quanto è di natura " Politica ed Economica " ,sino a quando esisterà un certa politica con un certo indirizzo economico ( concorrenza, guadagno a tutti i costi indipendentemente dal fattore umano, prodotto da appalti e subappalti di subappalti, più protezione di un certo modo di produrre o di organizzare il mondo produttivo o peggio ancora l'economia in generale ) non credo si risolva qualcosa | |
| Rispondi Autore: Nicola | 04/11/2026 (10:08:55) |
| Uno dei problemi fondamentali è uma normativa scritta da chi non sta in campo, da chi non è mai stato più giorni in azienda, dalla mattina alla sera, accanto ad un RSPP o ASPP che deve stare dietro a n-mila fogli di carta (spesso inutili), a n-mila cose da gestire. Forse, se dedicassero un mese della loro vita a fare questo, ripeto forse, avremmo normative più utili e sensate. | |