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Analisi degli infortuni sul lavoro: i lavoratori stranieri e la dimensione di genere
Le riflessioni che partono dai dati su infortuni e malattie professionali, anche in ambito locale, e che riescono a rilevare alcune problematiche importanti nella nostra forza lavoro, come l’invecchiamento, la dimensione di genere e le fragilità dei lavoratori stranieri, sono molto utili.
Per questo motivo pubblichiamo l’interessante contributo inviato da due nostri lettori – i medici del lavoro Ludovica Azzola eGiuseppe Leocata – dal titolo “Una analisi degli infortuni sul lavoro nella provincia di Savona (2020-2025)”.
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Una analisi degli infortuni sul lavoro nella provincia di Savona (2020-2025)
Il nostro Paese, nel corso degli ultimi venti anni, ha vissuto una sorta di improvviso risveglio dalla sua illusione di essere una terra di sola emigrazione; al 1° gennaio 2024 gli stranieri residenti in Italia sono circa 5.000.000, il 9% della popolazione complessiva.
Si tratta di una popolazione molto più giovane - età media di 35,7 anni contro i 46,9 degli italiani.
Nel 2023, la presenza straniera nel mercato del lavoro italiano si attestava intorno ai 2.374.000 occupati, oltre il 10% della forza lavoro complessiva; tra questi, quasi un milione erano donne: il tasso di occupazione per le donne straniere è del 48,7%, mentre quello maschile si aggira sul 75,6%; cifre che, a confronto con quelle degli italiani (69,9% per gli uomini e 53% per le donne), restituiscono un quadro di iper-lavoro per gli uomini stranieri e di doppia penalizzazione per le donne.
Il nostro Paese è in rapido invecchiamento e, senza i nuovi arrivi, rischierebbe di vedere la propria forza lavoro collassare sotto il peso del proprio sistema pensionistico. Senza i migranti, l’Italia sarebbe già entrata da tempo in una fase di declino demografico irreversibile.
È stata effettuata un’analisi descrittiva retrospettiva degli infortuni occorsi e registrati nel savonese tra il 1° gennaio 2020 e il 20 gennaio 2025 (i dati sono stati raccolti dalla banca dati del Servizio di Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro, nell’ambito dell’ASL2 savonese).
Durante i cinque anni sono stati registrati un totale di 2.000 infortuni sul lavoro, di cui 437 (21,85%) hanno riguardato i lavoratori migranti e 1.563 (78,15%) i lavoratori italiani. I cittadini stranieri costituiscono il 9% della popolazione, tuttavia rappresentano quasi il 22% totale degli infortunati, indicando una maggior incidenza di infortuni tra i migranti rispetto alla popolazione generale.
La percentuale di infortuni nelle donne migranti è del 19,72% rispetto agli uomini migranti (365 uomini e 72 donne), mentre nelle donne italiane è il 55.06% rispetto agli uomini stessi (1008 uomini e 555 donne): ciò indicherebbe un maggior tasso di disoccupazione nelle migranti rispetto alle italiane.
In entrambi i gruppi (migranti ed italiani), la percentuale di infortuni nelle donne è minore rispetto agli uomini: ciò potrebbe essere legato sia ad un maggior tasso di disoccupazione femminile come anche all’effettuazione di mansioni meno gravose da parte delle donne.
La popolazione italiana che lavora è sempre più anziana, con un picco che si situa nella fascia di età 51-60 anni. Gli infortuni tra i migranti, invece, sono preminenti anche nelle fasce 31-40 anni e 41- 50 anni. In questo si può leggere il riflesso dell’andamento della piramide demografica italiana, con una tendenza a una riduzione dei tassi di natalità e l’età media della popolazione che aumenta di anno in anno.
Riguardo agli infortuni, si osserva che: tra i migranti abbiamo lo 0,9% di deceduti contro lo 0,5% degli italiani e la prognosi media è di 44,96 giorni nei migranti e di 46,12 giorni negli italiani.
La percentuale di infortuni mortali è il doppio nei migranti rispetto alla popolazione italiana e spesso legata a barriere linguistiche ed anche a grosse carenze nei corsi di formazione- informazione- addestramento, oltre che al lavoro nero e alla scarsa tutela della salute da parte di alcuni imprenditori.
I dati nazionali INAIL del 2023 riportano che il “16,2% degli infortuni denunciati coinvolge lavoratori stranieri, pur rappresentando questi solo il 10,5% della forza lavoro”. A ciò si aggiunge la dimensione di genere. Le donne migranti impiegate nel lavoro di cura - prevalentemente informale e svolto in ambito domestico - subiscono un’intersezione di rischi biologici e da movimentazione carichi (infezioni, esposizione a fluidi e sollevamenti ripetuti), psicosociali (isolamento, turni notturni, precarietà economica), e giuridici (assenza di contratti, ricatto abitativo o sessuale).
L’indagine presentata è anche indicativa su come il diritto alla salute negli ambienti di lavoro spesso non si traduce nella pratica.
I dati illustrati propongono delle riflessioni sulla sicurezza nel lavoro per tutti e in specifico sui migranti, i quali subiscono conseguenze più pesanti rispetto ai lavoratori italiani.
Le carenze sono da attribuire alla frequente noncuranza in merito alla sicurezza del lavoro ed alla cultura della prevenzione da parte dei datori lavoro, specie di alcuni settori produttivi (vedi: edilizia e agricoltura).
- E’ cruciale la carenza di validi percorsi di formazione differenziata, con materiale multilingue, validato per livello di alfabetizzazione e provenienza geografica (magari attraverso mediatori interculturali).
- Maggiore attenzione alla problematica è necessaria da parte dei Responsabili del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) e dei Medici Competenti aziendali (non sempre nominati e/o attenti soltanto a visita mediche e non alle problematiche organizzative nei luoghi di lavoro);
- Necessita in tutte le realtà lavorative la presenza e l’impegno sia dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RRLS) sia dei Rappresentanze Sindacali;
- Altro aspetto critico è la ridotta presenza sul campo degli organi ispettivi (Servizi di Prevenzione e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro delle ATS e gli Ispettori del Lavoro delle sedi territoriali);tali istituzioni stiano diventando sempre più residuali, con poco personale e talvolta anche poco motivato.
In conclusione, dovremmo ricostruire nel sociale una cultura della salute e della sicurezza sul lavoro, fuori da logiche di mercato e di sfruttamento, le ispezioni e le sanzioni da sole non servono a cambiare la realtà, seppur necessarie. Dobbiamo agire e insieme per un mondo migliore e un lavoro più sicuro per tutti.
Non si tratta più soltanto di prevenire incidenti (oggi eventi strutturali e non più emergenziali),
ma di sottrarre i corpi alla logica dell’invisibilità e dell’oblio, restituendo loro, attraverso un’azione globale sull’igiene e la sicurezza del lavoro, il diritto alla salute anche nei luoghi di lavoro per tutti.
Ludovica Azzola e Giuseppe Leocata
Medici del lavoro
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