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: Il difficile cammino del giornalista d'inchiesta.

Intervista a Marco Menduni, l'inviato che ha vinto il premio giornalistico Di Donato andando sui luoghi del lavoro che uccide.

È Marco Menduni il giornalista che si è classificato al primo posto, nella sezione "carta stampata", del Premio intitolato a Pietro Di Donato, promosso per la VII edizione dal Comune di Taranta Peligna, per volontà dell'amministrazione comunale presieduta dal Sindaco Marcello Di Martino, in collaborazione con l'ANMIL, l'ANCI, l'ENEL, la Regione Abruzzo, la Confederazione Italiana Agricoltori, la Federazione Stampa Italiana e l'INAIL Direzione Regionale Abruzzo. Il suo servizio ampio e articolato, intitolato "Muratore, magazziniere, contadino: i lavori pericolosi", è stato pubblicato su "La Stampa" il 12 marzo scorso, centrando in pieno l'obiettivo dell'iniziativa che vuole avvicinare l'informazione, e in particolare il giornalismo d'inchiesta, al tema della sicurezza sul lavoro. Una la finalità, per riprendere le parole del presidente dell'ANMIL, Franco Bettoni: "Stimolare nell'opinione pubblica una riflessione che, il più delle volte, viene risvegliata soltanto da drammatici fatti di cronaca".

Con Marco parlo al telefono, a poche ore dalla premiazione, mentre è in viaggio per Taranta Peligna per concordare l'intervista che segue. Ancora non sa di essere arrivato primo, ma vuole partecipare all'evento conclusivo del Premio perché "essere là dove le cose avvengono" è la prima regola che si è dato nel suo lavoro. E lui, il giorno dopo a premiazione avvenuta, quando lo richiamo, è ancora in viaggio, ma questa volta in direzione di Genova, in quanto lavora al Secolo XIX. 

 

- Che cosa hai provato quando hai saputo che la tua inchiesta aveva vinto il primo premio? 

Io l'ho saputo nel momento in cui sono stato premiato perché i promotori sono stati bravi a non dire nulla fino alla premiazione. Avevo già avuto qualche altro riconoscimento giornalistico nella mia vita, ma questo è uno dei più nobili. Mi ha fatto piacere innanzitutto partecipare e naturalmente è stato importante vincere. Ho anche apprezzato il fatto di vedere che ci sono persone che si interessano al nostro lavoro giornalistico. Lo stesso convegno che ha preceduto la premiazione è stato di altissimo livello. Bisogna battere, battere, battere su questi temi, anche con la pressione dei media, per poter arrivare ad incidenti zero. Anche il mio lavoro può essere a rischio. Io stesso, qualche volta, mi sono trovato in situazioni di pericolo perché non faccio il giornalista da scrivania. Io sui posti ci vado. Ho perso una macchina in un'alluvione e non mi fermo di fronte ad una tragedia naturale o ad una manifestazione popolare violenta. E forse è anche per questo che ho scelto di affrontare certi argomenti. 

 

- Perché hai deciso di partecipare a questo premio? È la prima volta? 

È la prima volta che partecipo e ho preso questa decisione perché ritenevo di avere realizzato una buona inchiesta. Insomma ci credevo molto perché ero convinto che fosse uno dei miei lavori più belli e perché l'ho fatto veramente con il cuore. Anche il tema era azzeccato, in linea con la finalità del Premio Di Donato. Per realizzare l'inchiesta ci ho messo tempo, sono andato in giro, ho raccolto dati e testimonianze e non è stato facile fare un servizio del genere sul campo. Posso però dire che, alla fine, questo premio mi è sembrato nobile e onesto. Il fatto di averci creduto ha confermato tutte le mie aspettative. 

 

- Dunque hai voluto realizzare le interviste parlando personalmente con gli intervistati e non al telefono. È stato difficile ottenere risposte? 

Sì, è stato molto difficile anche se, facendo l'inviato da molti anni, ero partito con la convinzione che avrei trovato delle difficoltà. E così è stato. Purtroppo mi rendo conto che dove si lavora, dove ci sono attività rischiose e dove c'è un'alta percentuale di pericolo, esiste una grande difficoltà a parlare con i lavoratori e io, in qualche caso, mi sono fatto aiutare dai sindacati. Tutti infatti avevano timore di esporsi e di avere problemi o ritorsioni. Viviamo una situazione lavorativa, in Italia, in cui chi ha un'occupazione se la tiene stretta. Il timore dei lavoratori a parlare l'ho sentito con le mie orecchie e l'ho visto con i miei occhi. Per un inviato è davvero difficile raccogliere testimonianze. 

 

- Perché ti sei avvicinato ai problemi del mondo del lavoro e in particolare al tema della sicurezza? 

Non è una novità per me. Ho sempre seguito con passione il mondo del lavoro. Io provengo da Genova, una città che ha un forte passato industriale. Ho raccontato vicende legate soprattutto al mondo portuale, che è stato esposto a grandi rischi, anche se da alcuni anni la situazione è migliorata. A Genova la cultura del lavoro è particolarmente sentita e io stesso, per la mia personale inclinazione, nutro per il mondo del lavoro grande interesse. Come inviato ho seguito tante vicende, dalle tragedie naturali alla cronaca nera. Ma la tristezza più grande è quella che mi lascia il fatto che ci sia qualcuno che rimanga vittima di un incidente sul lavoro, sia che perda la vita, sia che resti menomato. Non posso pensare che ciò possa accadere ad una persona che sta facendo il suo dovere per guadagnare la giornata per sè e per la sua famiglia allo scopo di vivere in maniera decente. La cosa mi colpisce perché non si può dare la colpa ad una tragedia naturale o ad una dinamica che può portare, per esempio, ad un omicidio. Qui provo tristezza nel constatare che una persona che stava lavorando, magari con passione e onestà, sia stata vittima di una serie di circostanze che tante volte si sarebbero potute evitare, semplicemente con maggiore accortezza o applicando criteri più sicuri. 

 

- Credi che il ruolo dell’inviato che si sporca le scarpe dia un valore aggiunto al lavoro di un cronista?

Assolutamente sì. Dipende da come lo fai. Io, per tutta la mia vita, ho sempre pensato che l'unico modo per raccontare bene le cose sia, come dici tu, sporcarsi le scarpe. A me le cose fatte per telefono, a distanza, non piacciono. Tutte le volte che ho dovuto seguire un evento sono andato con le mie gambe a vedere che cosa succedeva, a raccogliere informazioni precise, a raccontare in maniera più onesta possibile quello che mi passava davanti. Ho seguito tante vicende che hanno colpito anche la mia città. A Genova c'è stata la grandissima tragedia del ponte crollato e, dall'agosto scorso, mi sono trovato a raccontarla. L'idea da cui sono partito, quando ho deciso di fare l'inchiesta che ho presentato al Premio Di Donato, è stato un servizio - realizzato un paio di anni fa a Carrara - dove era accaduto un grave incidente, in un cantiere di marmo, in cui avevano perso la vita due operai. Un altro, che era sopravvissuto, era rimasto legato ad una fune per ore, sospeso nel vuoto, prima di essere salvato. Immagini che ci mettono davanti alla grandezza di una tragedia sul lavoro. Non è facile parlare con le persone, anche nella zona di Carrara, perché quello è il loro lavoro da secoli e nessuno parla volentieri dei rischi che corre tutti i giorni. 

 

- I dati che riporti a corredo della tua inchiesta sono agghiaccianti. In base alle testimonianze che hai raccolto, quali sono gli indici di rischio di maggiore rilievo? 

Uno dei lavori in cui si muore di più è quello nei campi, a bordo delle macchine agricole. Anche l'edilizia è una disperazione perché è veramente difficile trovare cantieri perfettamente in regola. Nella mia inchiesta, ho parlato inoltre delle persone che lavorano nei cantieri autostradali e che corrono grandi rischi dovuti per lo più agli appalti a cui le grosse società si affidano. Ho anche parlato con un autostrasportatore di sostanza pericolose che mi ha spiegato che, a fronte dei corsi di formazione che vengono effettuati nelle aziende più organizzate e nonostante le accortezze che sono messe in pratica, si incontrano grandi difficoltà sulle strade, a cominciare dalle pessime condizioni in cui versano nel nostro paese. E poi, tra gli indici di rischio, c'è anche il fattore tempo, cioè la rapidità con cui si deve realizzare un lavoro, soprattutto in edilizia. Ho parlato con alcuni operai che mi hanno raccontato che la velocità di esecuzione, che viene pretesa, non sempre consente di seguire in modo scrupoloso tutte le norme antinfortunistiche.

 

- Che cosa occorre fare, a tuo parere, per invertire la tendenza e per dare maggiori garanzie non solo per la salute dei lavoratori, ma anche per il bene del Paese? 

Non voglio sovrastimare il lavoro di noi giornalisti, ma credo che sia importante parlare molto di questo tema. E per farlo è fondamentale la partecipazione di tutti. Un'amica mi ha raccontato di avere chiesto ad un responsabile di un cantiere perché gli operai stessero lavorando in una situazione totalmente insicura. Un'altra cosa che occorre  assolutamente fare è coinvolgere i responsabili dell'INAIL. E ancora bisognerebbe incrementare il numero degli ispettori del lavoro, sia all'interno delle Asl che dei Carabinieri. A quanto ho capito, manca in Italia il coordinamento tra le varie forze che devono investigare sulla sicurezza del lavoro. Non so se un'agenzia o un corpo unico potrebbe sortire migliori effetti. In Italia si agisce in maniera dispersiva e, anche se le leggi ci sono, a volte non si riescono a fare i controlli in maniera mirata. 

 

- La Stampa, per cui lavori, si è sempre dimostrata sensibile ai temi sociali. Leggo a lato della tua inchiesta un messaggio per i lettori: "Assieme all'Italia che funziona c'è anche un'Italia che non va. Segnalateci tutto ciò su cui a vostro avviso vale la pena di indagare scrivendo a inchieste@lastampa.it". È una modalità che funziona? 

Funziona. Una foto che mi è stata mandata, e che ho pubblicato sul mio giornale, mostrava una persona che, nel pieno centro di Genova, stava lavorando in maniera pericolosissima su una impalcatura, al sesto piano di uno stabile e senza alcun tipo di protezione: né il caschetto, né l'imbragatura, né le scarpe antinfortunistiche. Sarebbe bastato un capogiro, o un colpo di vento, e ci saremmo trovati a raccontare  un'altra tragedia.  

 

- Che cosa ritieni colpisca maggiormente i lettori? 

Nella mia vita ho sempre realizzato inchieste ed è questa la modalità che caratterizza il mio lavoro. Credo che sia un impegno importante, anche se non è sempre facile perché richiede tempo e disponibilità, oltre al sostegno da parte del direttore e dell'editore. Le tragedie vanno raccontate - l'ho detto anche in occasione della premiazione sul palco di Taranta Peligna - ma capita spesso che, dopo una dramma, si parli di quanto è accaduto per uno, due, tre giorni e poi lo si metta nel dimenticatoio. Ritengo che occorra promuovere una cultura diversa. E non lo dico per difendere quello che faccio, ma bisogna parlare degli incidenti sul lavoro in maniera sistematica e non sull'emozione del momento. Quando ho fatto la mia inchiesta sui lavori più pericolosi, mi sono reso conto, navigando in rete, che esistono elenchi infiniti di tragedie, ma pochissimi approfondimenti su queste tematiche. 

 

- Hai qualche suggerimento per la prossima edizione del Premio?

Magari facciamolo d'estate. Taranta Peligna è un posto delizioso, ma è difficile da raggiungere soprattutto durante la stagione invernale. Con questo non voglio dire di cambiare la sede del Premio, ma - se mi posso permettere - farei una replica della premiazione a Roma perché è più facile da raggiungere, non solo da chi viene premiato, ma anche dai giornalisti specializzati che potrebbero dare maggiore risalto all'iniziativa e agli argomenti di cui si occupa.

 

Fonte: ANMIL

 


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