- “poche probabilità di causare malattie nell’uomo”;
- “può causare
malattie nell’uomo”, ma è alquanto improbabile “che si propaghi nella comunità, si può contrastare con efficaci strumenti di profilassi e cura;
- può causare gravi malattie in soggetti umani. Può propagarsi nella comunità ma si può contrastare con efficaci misure di profilassi e cura”;
- può causare gravi malattie nell’uomo. Può presentare un rischio di propagazione elevato e di norma non sono disponibili efficaci misure di profilassi e cura”.
Ricordiamo che l’elenco degli
agenti biologici classificati nei gruppi 2,3 e 4 è riportato nell’allegato XVLI del D.Lgs. 81/2008.
Il documento riporta poi alcune misure tecniche, organizzative e procedurali per eliminare o ridurre al minimo il rischio di esposizione, ad esempio:
- "evitare l’utilizzo di
agenti biologici nocivi se il tipo di attività lo consente;
- ridurre per quanto possibile il numero di addetti esposti, o potenzialmente esposti, al pericolo;
- adottare le misure per prevenire o ridurre al minimo la propagazione accidentale all’esterno dell’area di lavoro" (ad esempio misure collettive di protezione ovvero
misure di protezione individuali qualora non sia possibile evitare altrimenti l'esposizione);
- "esporre in modo chiaro e visibile il segnale di rischio biologico;
- mettere in atto le procedure idonee per il prelievo, la manipolazione e il trattamento dei campioni di origine animale ed umana;
- definire le procedure di emergenza in caso di incidente;
- evitare l’utilizzo di contenitori non idonei e/o sprovvisti di indicazione del contenuto;
- adottare misure igieniche" per prevenire e ridurre al minimo la propagazione accidentale di un
agente biologico fuori dal luogo di lavoro;
- verificare la presenza di agenti biologici sul luogo di lavoro al di fuori del contenimento fisico primario, se necessario o tecnicamente realizzabile.
Si ricorda inoltre che:
- i servizi igienici dei lavoratori “debbono essere dotati di doccia calda e fredda, di lavaggi oculari ed antisettici;
Inoltre deve essere tassativamente vietato fumare, ed assumere cibi e bevande nei luoghi di utilizzo degli agenti biologici.
Il secondo documento, “
Rischio biologico nei laboratori: valutazione del rischio”, entra direttamente nel tema relativo alla
valutazione del rischio biologico e ai modelli di valutazione relativi, ricorda come “per lungo tempo il rischio biologico in ambito lavorativo è stato considerato soprattutto come rischio infettivo per quei gruppi di lavoratori esposti a microorganismi in ambito sanitario e per quelli a rischio di contrarre zoonosi (veterinari, agricoltori ecc.)”.
È solo grazie all'affinamento dei mezzi diagnostici che successivamente “tra i rischi di natura biologica sono stati riconosciuti quelli allergici, tossici e cancerogeni” ed è stato così possibile “ricondurre ad
esposizioni lavorative a muffe, funghi, endotossine batteriche ed enzimi, sindromi irritative delle mucose e delle prime vie respiratorie, riconoscere i
rischi cancerogeni connessi con l'
esposizione alla polvere di legno o a linee cellulari tumorigene”.
Secondo il documento dell’Università la valutazione del rischio biologico si dovrebbe articolare in due momenti: la valutazione del pericolo e la valutazione del danno.
Il problema è che la stima della pericolosità e della dannosità degli agenti biologici “risente di limiti conoscitivi”:
- “varietà e ubiquitarietà delle specie batteriche e virali aerodisperse;
- molteplicità e varietà della risposta adattativa o immunitaria dell’organismo umano ospite;
- mancanza di sicure relazioni dose-risposta (in termini di entità di contagio-infettività) per i microorganismi di maggior interesse infettivo logico”.
E non è dunque sempre possibile:
- “definire dosi che abbiano funzione di soglia per discriminare tra condizioni di presenza o assenza di
rischio;
- conoscere, ad una certa entità di esposizione, qual è la frequenza di danno nel gruppo di soggetti esposti”.
Comunque laddove “il pericolo di esposizione non è presente come condizione intrinseca nel ciclo produttivo, ma nasce come evento accidentale più o meno prevedibile e legato alle caratteristiche di lavoro, individuali e alle attitudini lavorative del singolo” è possibile, attraverso la rilevazione degli eventi accidentali e la rilevazione degli infortuni, definire il:
- “rischio osservato: rappresentato da eventi o situazioni già osservate, calcolato stimando la pericolosità e la dannosità già manifestatasi;
- rischio atteso: il pericolo che pur presente al momento della valutazione, non è abbinato al danno ma la cui comparsa è attesa in un tempo successivo”.
Successivamente il documento affronta dei
modelli di valutazione del
rischio biologico.
Ad esempio in ambienti in cui non si ha utilizzo deliberato di agenti biologici è possibile svolgere quattro attività:
- “monitoraggio degli infortuni riferibili a rischio biologico;
- monitoraggio dei casi di sieroconversione (per HBV-HCV-HIV) conseguente agli incidenti avvenuti;
- conoscenza dei profili sierologici del personale relativamente a HBV, HCV, HIV;
- monitoraggio microbiologico in ambiente critico (comprensivo della ricerca di legionella spp)”. Per la valutazione del rischio biologico in ambienti in cui si ha utilizzo deliberato di agenti biologici è possibile fare un:
- “monitoraggio delle attività inerenti la manipolazione volontaria degli agenti biologici;
- monitoraggio infortuni tramite registrazione dei casi di esposizione individuale e dei casi di malattia e decesso”.
Si ricorda che la
valutazione del rischio biologico risulta “preliminare ad una conseguente programmazione delle misure di prevenzione e protezione, che consistono nel
ridurre il più possibile i livelli di esposizione individuale e contaminazione ambientale:
- aumentando la resistenza degli individui nei confronti degli agenti biologici (buono stato di salute, vaccini);
- inattivando gli agenti infettivi con metodi fisici (calore) o chimici (disinfezione ambiente e strumenti di lavoro);
- interrompendo le modalità di trasmissione (adozione costante e sistematica di precauzioni nell’esecuzione di manovre a rischio)”.
Il documento, affronta infine i problemi della bioprotezione nei laboratori ricordando che “biosicurezza è il termine usato per descrivere norme, tecnologie e pratiche di contenimento che sono realizzate per prevenire esposizioni involontarie o fuoriuscite accidentali di agenti patogeni o tossine”.
La biosicurezza si riferisce dunque “a misure di sicurezza istituzionali e personali elaborate per prevenire perdite, furti, usi scorretti, fuoriuscite accidentali o intenzionali di patogeni o tossine”.
Tiziano Menduto