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Pisa,
30 Apr – I temi relativi allo stress, ai
problemi
ergonomici e alla monotonia e ripetitività di alcune attività lavorative
sono temi di grande attualità, sia in relazione alla maggiore attenzione al
benessere psicofisico dei lavoratori che all’aumento dei carichi di lavoro
collegati alle necessità produttive di molte aziende.
Un
intervento a questo seminario ha affrontato, in equilibrio tra spunti teorici e
aspetti pratici, il tema dello stress
e della monotonia.
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La
prima parte dell’intervento riporta alcune indicazioni relative alla proposta,
avvenuta negli scorsi anni in
ambito
ferroviario, di sostituire il secondo agente di guida con il
Sistema di Sicurezza “Uomo Morto”. Un
dispositivo di controllo della presenza e della vigilanza del macchinista che
consiste nel premere un congegno/pedale ogni 55”: se il macchinista non preme
il pedale, il treno si arresta.
Se
il presupposto è che “per premere e rilasciare pedale è necessario essere
vigili”, in realtà una ricerca già nel ’90 “aveva dimostrato che per azionare
il dispositivo ‘Uomo Morto’ non è necessario essere vigili”.
Alcunistudi rilevano inoltre che il
sistema “Uomo Morto” non solo “non raggiunge lo scopo per il quale dovrebbe
essere installato sui treni, ma può comportare gravi rischi”, sia per la salute
(disturbi cardiocircolatori), che per la sicurezza. Infatti “il dispositivo
stesso è induttore di fatica e di sonnolenza” e “se il sistema sostituisse il
secondo macchinista eliminerebbe un ‘fattore di sicurezza’”.
In
questo senso l’intervento propone una rivisitazione psicofisiologica del
concetto di “errore umano” in
rapporto all’organizzazione del lavoro.
Infatti
un cambiamento nell’organizzazione del lavoro “può creare le condizioni
affinché un cosiddetto ‘
errore
umano’, possa manifestarsi con maggiore probabilità”, ad esempio il
cambiamento organizzativo che consiste nel passaggio da Doppio Agente in cabina
di guida ad Agente solo.
Passaggio
che, “secondo quanto emerso dai partecipanti al gruppo omogeneo svolto alla
Cattedra di Psicofisiologia Clinica del prof. Vezio Ruggieri”, ha comportato l’aumento di isolamento, di
monotonia, di costrizione psicofisica, di responsabilità, del carico di lavoro
fisico e mentale e la perdita di supporto sociale.
Riguardo
a questi punti la relatrice propone alcune indicazioni accompagnate da alcuni
esplicativi commenti di macchinisti.
Riguardo
all’aumento di monotonia la
relatrice spiega che gli “stimoli monotoni inducono un’inibizione cerebrale e
quindi uno stato di ridotta vigilanza. Il tentativo e lo sforzo per resistere
instaurano un circuito vizioso in cui alla fatica centrale, indotta
direttamente dalla monotonia, si aggiunge la fatica e lo stress del tentativo
di resistervi” (macchinista: “…nei DVR
passati si parlava di lavoro monotono e ripetitivo e si diceva che il rischio
era abbattuto dalla presenza di due macchinisti. Oggi il lavoro monotono
ripetitivo è sparito dai DVR…”).
In
merito all’
aumento di costrizione
psicofisica si indica che “l’
immobilizzazione
viene utilizzata come tecnica sperimentale per indurre una
condizione
di stress. Esperimenti sui topi che, costretti in una condizione di
immobilizzazione, sviluppano ulcere gastriche”. E si sviluppa inoltre fatica
muscolare, per la necessità di inibire (attraverso contrazioni muscolari
isometriche) il movimento non possibile” (“
…noi
abbiamo i FAST, i treni veloci senza fermate, quindi 3 ore e 15 minuti
inchiodato alla sedia! Senza potere non dico andare al bagno, ma neanche
alzarmi!”).
Riportiamo
altre testimonianze di macchinisti in merito a:
-aumento di responsabilità e del carico
di lavoro fisico e mentale: “…Lo
stress è aumentato anche perché la velocità da 140 Km/h è arrivata a 300 Km/h,
da solo, devi accelerare e decelerare in continuazione, è tutto manuale, ti
metti a filo dei 300 Km/h e devi mantenerlo altrimenti ti chiamano al telefono:
“hai perso 1 minuto”! Qui lo stress che dicevi viene amplificato perché devi
stare vigile fino a quando non arrivi, non c’è stazione, non hai punti di
riferimento, non c’è niente, solo i ceppi chilometrici”(…) “Certi problemi c’erano anche quando eravamo
in due ma ti potevi confrontare! Quante volte mi è capitato che il mio collega
mi dicesse “no, guarda non è così”, adesso non lo so… ci si confrontava e c’era
uno scambio anche per le “soluzioni”, oggi non c’è più…”;
-aumento di rischi e possibilità d’errore:
“…Se a casa hai un problema ti ritrovi
alla stazione successiva senza nemmeno accorgertene: “come sono arrivato qui”?
Rispondiamo alle sollecitazioni di queste macchinette che hanno messo a bordo,
e le Ferrovie sostengono che la guida è più facile con queste che con il
collega accanto, ma la testa è altrove…si, meccanicamente abbiamo rispettato
segnali e velocità altrimenti il treno sarebbe andato in frenatura ma…la marcia
del treno richiede un controllo più esteso, non è una guida automatica …”.
Dopo
aver riportato alcune ipotesi relative alla perdita di supporto sociale e l’aumento di isolamento (ad esempio
con riferimento all’evidenza di “un’associazione causale tra isolamento,
mancanza di supporto sociale, depressione e cause e prognosi di malattia
cardiaca coronaria”), la relazione si occupa della componente soggettiva nella valutazione del rischio stress lavoro
correlato.
Ognuno
dei fattori considerati “comporta aumento di fatica + fatica dovuta ai fattori
di rischio tradizionali (es. lavoro e turni) + fatica da fattori di rischio
emergenti (forme contrattuali, mobbing...). Ognuno di quei fattori, analizzato
singolarmente, potrebbe non raggiungere il ‘livello di soglia’ di rischio… ma
l’interazione”?
Si
segnala inoltre che:
-
“la
persona stressata si sente
inadeguata al compito richiesto, sente che la richiesta, fisica o emotiva,
sopravanza, le sue possibilità;
-
tale vissuto soggettivo rappresenta la sintesi di più fattori, anche di
contesto: è portatore di un contenuto informativo altrimenti irreperibile;
-
il comportamento lavorativo (e quello fisiologico che, nel tempo, potrà esitare
in patologia), sarà organizzato da quel vissuto”.
In
relazione agli errori umani negli
incidenti ferroviari, la relatrice
conclude il suo intervento con un’affermazione di James Reason (professore di
psicologia presso l'Università di Manchester in Gran Bretagna) a seguito di un
incidente costato la vita a 25 persone: "Piuttosto che gli istigatori principali di un incidente, gli operatori
tendono ad essere gli eredi di un sistema creato da cattiva progettazione,
errori di installazione, manutenzione difettosa, e cattiva gestione delle
decisioni. La parte loro di solito è quello di aggiungere la guarnizione finale
a un infuso letale i cui ingredienti sono già stati a lungo in cucina".
Tiziano
Menduto
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