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ThyssenKrupp: sentenza epocale e monito per tutti i vertici aziendali


Oltre 16 anni all’amministratore delegato, da 10 anni a 13 anni per altri 5 dirigenti, 1 milione di euro e altre sanzioni ex D.Lgs. 231/01 all’azienda, pesantissimi risarcimenti a favore di parti civili, enti locali, sindacati, associazioni. Di R. Dubini.

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Milano, 26 Apr
 
1. La gravosa condanna delle persone fisiche e della persona giuridica
 
Con sentenza della Corte D’Assise di Torino del 15 aprile 2011 si chiude il processo iniziato il 15 gennaio 2009 in seguito all’incidente avvenuto il 6 dicembre 2007 alla linea 5 dell’acciaieria ThyssenKrupp di Torino nel quale morirono a causa dell’incendio Giuseppe de Masi (23 anni), Angelo Laurino (43 anni), Rosario Rodinò (26 anni), Bruno Santino (26 anni), Rocco Marzo (54 anni), Roberto Marzo (54 anni), Roberto Scola (32 anni), Antonio Schiavone (36 anni).
 
Quando la linea 5 dell'impianto di Corso Regina ha preso fuoco, la gran parte dei lavoratori era in fase di trasferimento in vista della dismissione dello stabilimento torinese, i dipendenti rimasti erano pochi, e le condizioni di lavoro, nonostante i ritmi forsennati, erano al di sotto della soglia minima di dignità e di sicurezza: “ci fu un'esplosione con qualcosa di anomalo: le fiamme diventarono enormi, grandissime. Sembravano una grossa mano, un'onda anomala, si alzarono per qualche metro e poi sono come ricadute, l'esplosione fece un rumore sordo simile, anche se molto amplificato, a quello che si sente quando si apre l'acqua calda e si accende la fiammella della caldaia a gas". Con queste parole, Antonio Boccuzzi, uno dei superstiti del rogo, ha raccontato durante una delle udienze di questo processo, la dinamica di quella tragica notte di dicembre.
Lo stesso Boccuzzi, che quella notte, sentiva sciogliersi l'orecchio destro nel vano tentativo di aiutare i compagni che morivano, ha più volte raccontato che poche ora prima del rogo il lavoro sulla linea si era interrotto a causa di un principio di incendio: "Il 5 dicembre c'era stata una fermata dell'impianto, che si era bloccato per un problema legato ad una fotocellula. La linea ripartì a mezzanotte e mezza. Si sviluppò poi un incendio molto, molto piccolo. Ne avevamo visti di peggiori. Provai a spegnere le fiamme alte circa dieci-quindici centimetri con un estintore, ma era praticamente vuoto. Lo lanciai via stizzito, andai con Bruno Santino e Angelo Laurino (rimasti poi uccisi nel rogo, ndr) a recuperare una manichetta, la trasportammo fino all'innesto da cui doveva uscire l'acqua, io tenevo in mano l'innesto, a quattro-cinque metri dalla zona dell'incendio. Lo collegai - continua Boccuzzi - controllai che l'acqua uscisse e riempisse la manichetta, poi tirai su la testa per vedere se l'acqua usciva dalla lancia, tenuta in mano da Roberto Scola, ma in quel momento ci fu un'esplosione e le fiamme divennero altissime".
 
Il primo grado del giudizio si chiude in tempi record dopo più di ottanta udienze: il presidente Maria Iannibelli, il giudice a latere Paola Dezani e i sei giudici popolari hanno preso una decisione storica per la Giurisprudenza Italiana in relazione ai reati contestati ai sei imputati. Sono state accolte tutte le richieste dell'accusa (pene richieste secondo “scienza e coscienza”, ha detto Guariniello in udienza) in relazione all'“incredibile capacità di delinquere degli imputatati”, sempre parole del PM Guariniello:
 
1) l’amministratore delegato Herald Espenhahn, con delega in materia di sicurezza sul lavoro, è stato condannato a 16 anni e mezzo di reclusione per omicidio volontario con dolo eventuale (ovvero per essersi concretamente rappresentato prima del fatto l’evento incendio micidiale), disastro e incendio dolosi.
L'impianto delle accuse formulate dai magistrati portava a ritenere che Espenhahn avesse “accettato” il rischio di un disastro mortale all’interno della sua azienda e che abbia scelto, in vista dell'ormai decisa dismissione dello stabilimento torinese a vantaggio di quello di Terni, una “logica del risparmio economico” che ha sacrificato la sicurezza dei lavoratori al punto di provocare la strage. Espenhahn, nonostante fosse a completa conoscenza dei problemi, “prendeva dapprima la decisione di posticipare dal 2006/2007 al 2007/2008 gli investimenti antincendio per lo stabilimento di Torino pur avendone già programmata la chiusura”, e poi “la decisione di posticipare l'investimento per l'adeguamento della linea 5 ad epoca successiva al suo trasferimento da Torino a Terni”. L'amministratore delegato è stato dunque condannato per aver “omesso di adottare misure tecniche, organizzative, procedurali, di prevenzione e protezione contro gli incendi” con riferimento alla linea 5.
 
2-3-4-5) Il responsabile del servizio prevenzione e protezione, nonché dirigente, Cosimo Cafueri; il responsabile dello stabilimento Raffaele Salerno; i membri del comitato esecutivo Marco Pucci e Gerarld Priegnitz con deleghe in materia commerciale finanziaria; tutti condannati a 13 anni e mezzo di reclusione per omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento, disastro e incendio.
 
6) Il responsabile della pianificazione degli investimenti antincendio Daniele Moroni è stato condannato a 10 anni e 10 mesi per gli stessi reati.
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Per quel che riguarda la responsabilità amministrativa della ThyssenKrupp dipendente da reati commessi da figure apicali dell’azienda di cui al D.Lgs. n. 231/2001, la sanzione pecuniaria a carico dell’impresa medesima è di un milione di euro, mentre altri 800.000 euro sono stati addebitati a titolo di confisca del prezzo del profitto (basato sul risparmio nella sicurezza), e sono state disposte ulteriori misure accessorie quali:
1) il divieto di pubblicizzare i propri prodotti per 6 mesi;
2) esclusione per 6 mesi da sussidi e finanziamenti pubblici;
3) revoca dei finanziamenti pubblici già concessi;
4) la pubblicazione della sentenza sui quotidiani nazionali “La Stampa”, “La Repubblica” e il “Corriere della Sera”.
 
Inoltre la sentenza prevede un lungo elenco di risarcimenti alla parte civile, ma non solo, che si aggiungono ai 12 milioni e 970 mila di euro che erano già stati consegnati ai familiari delle 7 vittime:
 
1) un milione di euro al comune di Torino, fatte salve le somme ulteriori che verranno stabilite avanti il giudice civile;
2) 973.300 euro alla Regione Piemonte;
3) 500.000 euro alla Provincia di Torino;
4) 100.000 euro ad ognuno dei Sindacati FIM-CISL; FIOM-CGIL: UILM-UIL; FLM-CUB;
5) 100.000 euro a Medicina Democratica;
6) altri risarcimenti sono stati riconosciuti a decine di ex colleghi delle vittime che lavoravano nello stabilimento di Torino;
7) è stata riconosciuta una provvisionale all’unico sopravvissuto della squadra vittima dell’incendio, Antonio Boccuzzi, oggi parlamentare.
 
La corte ha infatti disposto, in coda al dispositivo, "la trasmissione degli atti alla procura": verrà iscritto nel registro degli indagati anche, oltre ad altre persone, Berardino Queto, che al processo ha svolto una consulenza per la difesa ma che, per l’azienda, aveva curato una parte della valutazione del rischio antincendio, che lui stesso, qualche anno fa, aveva messo a punto per l’azienda. Erano stati gli stessi pubblici ministeri a chiedere alla Corte la trasmissione degli atti, ipotizzando omicidio colposo e rimozione volontaria di cautele. Il procedimento si riferisce alle omissioni che, secondo le accuse avallate dalla Corte, finirono per alimentare la tragedia del 6 dicembre 2007, costata la vita ai sette operai.
 
La Corte ha anche consegnato alla procura le carte relative alla posizione di tre persone (Arturo Ferrucci, Leonardo Lisi e Frank Kruse) in modo che si valuti l'ipotesi di falsa testimonianza.
 
Ma non solo: i pubblici ministeri indagheranno anche su 4 funzionari dello Spresal che avvertivano l'azienda prima dei sopralluoghi, e su una decina di falsi testimoni. Durante il processo erano stati avvicinati per raccontare in aula una versione "addolcita" sulle condizioni di lavoro dello stabilimento. Inoltre si procederà anche per le responsabilità per il caso dei lavoratori colpiti da gravissimo stress emotivo dopo la tragedia.
 
"Sarebbe bastato un impianto di rilevazione fumi, anche di quelli che costano poche migliaia di euro, a evitare la tragedia - ha aggiunto ilpubblico ministero Laura Longo - con una procedura d'emergenza diversa, infatti, gli operai non sarebbero stati costretti a intervenire con gli estintori, si sarebbero allontanati dalla linea e non sarebbero stati investiti dalla nuvola di fuoco e olio bollente che li ha uccisi". “È stato doloroso”: il giudice Paola Dezani, si lascia sfuggire poche parole e ammette che il processo ThyssenKrupp è stato segnato da una profonda tensione emotiva.
 
La ThyssenKrupp ha messo in vendita gli oltre 200 mila metri quadrati dei capannoni e degli spazi esterni del suo ex stabilimento torinese, ma nessuno acquisterà l’area finché rimarrà sotto sequestro giudiziario la “linea della morte”. “Prima” della tragedia, la multinazionale ne aveva previsto il trasferimento nella fabbrica di Terni. Bloccata la linea 5 per motivi processuali, nemmeno l’area può avere un valore immobiliare. Si tratta di più di 100 milioni di euro congelati per chissà quanto. La ThyssenKrupp ha completato lo smantellamento degli altri impianti e li ha trasferiti a Terni. Anche le grandi vasche sotto i laminatoi sono state svuotate e bonificate. Rimane la linea 5 di ricottura e decapaggio, bruciacchiata e annerita, ma sostanzialmente intatta nei quasi 200 metri di lunghezza e 9 di altezza. Antonio Boccuzzi, il superstite della tragedia, che vi ha lavorato per più di 10 anni, ricorda che “entrò in funzione nel 1992, tre anni prima che io fossi assunto. Degli altri quattro analoghi impianti era il più recente, destinato ad avere ancora una lunga vita produttiva, se pensiamo che la linea 1 da noi era produttiva dal 1934”.
 
Per quel tipo di impianti, dopo l’incendio allo stabilimento di Krefeld (dove si verificò un grave incendio il 22 giugno 2006), la società di assicurazioni Axa aveva alzato la franchigia della propria polizza assicurativa a 100 milioni di euro lamentando le gravissime carenze antincendio. La Corte d’Assise ne ha ordinato il dissequestro “al passaggio in giudicato della presente sentenza”, non potendo escludere che la difesa chieda in appello una perizia sull’incidente.
 
Il procuratore capo di Torino dr. Caselli ha dichiarato: “Non posso che dire grazie ai colleghi“.
Dal suo ufficio Guariniello allarga le braccia. Per lui ora è il momento dei ringraziamenti ai suoi collaboratori, in particolare ai due sostituti Laura Longo e Francesca Traverso. “Senza tutti loro il processo non si sarebbe nemmeno potuto fare”. Per Guariniello la sentenza “lancia un messaggio” ai consigli di amministrazione e a tutti i luoghi “dove le aziende decidono le politiche sulla sicurezza”. Il pm torinese ha avuto una lunga conversazione con il ministro del Lavoro Sacconi, che ha rilanciato: “Questa tragedia impone una prevenzione più diffusa. Sentenze rigorose non possono compensare la perdita di vite umane”.
 
Sempre il ministro del lavoro Maurizio Sacconi ha plaudito la decisione della Corte Torinese: “La sentenza ha accolto il solido impianto accusatorio è costituisce un valido precedente. Essa dimostra per altro che l’assetto sanzionatorio disponibile è adeguato anche nel caso delle violazioni più gravi “.
 
Questo giudizio del ministro appare particolarmente appropriato e giustificato. La sentenza conferma in pieno l’impianto accusatorio formulato dal pool del procuratore aggiunto Raffaele Guariniello capace di un’incredibile lavoro investigativo volto ad accertare la verità.
 
L’Avvocato della difesa Zaccone, richiesto delle ragioni di una così grave sentenza di condanna, ha dichiarato “voi – indicando i giornalisti presenti – e tutto questo – allargando le braccia e indicando l’aula gremita - tutto questo e sconsolante. Andremo in appello ma non penso che otterremo molto di più”.
 
In conclusione appaiono illuminanti le dichiarazioni di Raffaele Guariniello, alla luce delle quali sembra aprirsi una nuova e più impegnativa stagione per le aziende in materia di salute e sicurezza del lavoro nonché di responsabilità amministrative dell’ente secondo quanto previsto dal D.Lgs. 231/01:
 
Siamo di fronte ad una svolta epocale, una sentenza non è mai da festeggiare, perché vuol dire che prima è accaduto qualcosa di brutto. Meglio di così, però, non poteva andare. Per la prima volta viene riconosciuto l’omicidio volontario per un infortunio sul lavoro e anche la società viene condannata. Non avevo mai chiesto una condanna a 16 anni, l’idea del carcere non mi ha mai entusiasmato, anche se ricorrervi può essere necessario. In precedenza non avevo mai sconfinato nei profili dolosi dei “miei” reati. Penso che la sentenza influirà sui ragionamenti dei manager nei consigli di amministrazione. Immagino che dicano: “Non si scherza più, si rischia davvero di andare in carcere”. E che si dicano di fare più attenzione alla sicurezza e alla salute dei lavoratori. I riverberi della sentenza sui futuri infortuni mi interessano molto. Il salto di qualità più importante che si potesse fare per la giurisprudenza. Adesso i lavoratori si sentiranno più tutelati e le aziende investiranno di più in sicurezza”.
Per quel che riguarda il comportamento della giuria popolare, poche parole, ma chiare: “Studiare le norme e valutare le prove è difficile, ma un giurato può portare del buonsenso. Linfa vitale, a volte, per la nostra magistratura”.
 
Guariniello aggiunge che “bisogna fare in fretta le indagini per questi disastri, utilizzando le modalità usate da noi in questa inchiesta: perquisizione nei computer aziendali analisi dei bilanci, delle email“. La guardia di finanza sequestrò anche un documento in tedesco, detto “Einleitung” usato poi come ”arma” fondamentale dell’accusa: “in questa indagine abbiamo fatto leva sui fattori di rapidità e pervasività, utilizzando ogni tecnologia utile. Dopo il sequestro della linea della tragedia, siamo andati subito nella sede centrale di Terni, con la Guardia di Finanza, bravissima, e i tecnici informatici. Abbiamo perquisito i computer, sequestrato file e posta elettronica. E nella valigetta di Espenhahn abbiamo trovato quel documento in lingua tedesca rivelatosi fondamentale per capire come intendeva muoversi la ThyssenKrupp italiana. Lo scenario normale delle inchieste sulle vittime del lavoro prevede solo il sopralluogo. Dobbiamo invece riferirci all’organizzazione del lavoro che necessita di continue e rapide comunicazioni: sequestrare la posta elettronica, nei casi ove occorra, può portare come per la ThyssenKrupp a scoprire tanto. Le e-mail fra i manager ThyssenKrupp si sono rivelate utilissime a farci capire che si era scelto di risparmiare sulla sicurezza dei lavoratori di un’acciaieria. Abbiamo semplicemente adottato le tecniche di indagine spese contro la criminalità. Solo in questo senso ci può stare un punto di contatto fra certi scenari”.
 
Il magistrato sottolinea che “il dolo non è applicabile meccanicamente a tutti i casi di infortunio sul lavoro. Noi non lo abbiamo cercato. La nostra indagine era cominciata, come di consueto, per un omicidio colposo. Poi abbiamo trovato gli elementi che ci hanno portato a contestare il dolo. Ma abbiamo dovuto applicare metodologie di indagine nuove per gli incidenti sul lavoro, metodologie più tipiche da reati di criminalità organizzata: non abbiamo fatto un normale sopralluogo, abbiamo fatto delle perquisizioni, in cui determinante è stato il ruolo della Guardia di finanza, esaminando anche gli scambi di email aziendali. Non ci siamo, insomma, fermati alle anomalie dello stabilimento: abbiamo cercato di capire perché si erano create quelle anomalie”.
 
Sempre Guariniello sottolinea che ”occorrono indagini rapide, il processo breve è la via per assicurare giustizia alle vittime, ma occorrono risorse adeguate. Dedichiamo questa vittoria al presidente della repubblica“.
 
E conclude: “Questa sentenza può scuotere e cambiare le coscienze degli imprenditori – perché – da oggi, quando andranno in azienda, devono aver presente che sono loro i responsabili della sicurezza, e se succede qualcosa non sono più protetti da condanne “virtuali” che non verranno mai scontate. Ora le condanne sono diventate “reali” e loro rischiano la galera.“È nei consigli di amministrazione che si prendono le grandi scelte aziendali e quelle che riguardano la sicurezza: l'obbligo di valutare il rischio è del datore di lavoro, e quindi del Cda, e non è delegabile. Gli imprenditori devono sapere cosa può accadere e assumersi la responsabilità delle loro scelte". “Da oggi - spiega - è possibile che la sentenza si riverberi sui ragionamenti che si fanno nei consigli di amministrazione. Le pene che si possono applicare non sono teoriche. E allora qualcuno potrebbe chiedersi: Se facciamo o non facciamo questo, se prendiamo o non prendiamo quel provvedimento, c’è il rischio che spuntino elementi di dolo tali da portarci in galera?”.
 
Il rischio infatti, oltre al carcere, è quello di rovinare anche economicamente il futuro delle loro stesse aziende con la condanna a sanzioni amministrative pesantissime come quelle inflitte alla ThyssenKrupp. "La seconda novità - ha aggiunto il pm - riguarda la responsabilità amministrativa dell'azienda. È la prima volta che una ditta viene condannata a sanzioni così forti".
 
 
 
Rolando Dubini, avvocato in Milano.
 
 
 
Nota: la seconda parte dell’articolo, dedicata a un approfondimento sul concetto di omicidio volontario con dolo eventuale e sulla previsione della confisca del profitto derivante dal reato prevista dal D.lgs. 231/2001 sarà pubblicata nei prossimi giorni.
 


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