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Riprendiamo la presentazione dei documenti tratti dal
sito della
campagna
straordinaria di formazione VIVERSICURA, campagna promossa dall’Assessorato
alle Politiche della Formazione della
Regione Veneto con l’obiettivo
di diffondere la cultura della sicurezza sul posto di lavoro.
Dopo aver affrontato il tema dello
stress
lavoro correlato e dei
sistemi
di gestione, ci soffermiamo oggi su un documento che può essere utile per
tutti coloro che devono progettare
interventi
di formazione aziendale.
Questo documento, dal titolo “
Tradurre conoscenze in comportamenti”,
è
il resoconto di una lezione svolta da Anna Galiazzo per la Fondazione
Giacomo Rumor Centro Produttività Veneto (
CPV), una fondazione che
unisce cinque Camere di Commercio del Veneto, aziende, associazioni
imprenditoriali, enti pubblici e anche singole persone interessate alle
problematiche dello sviluppo economico.
Per affrontare questa sfida è bene ricordare che
formare è “intervenire in maniera
finalizzata ed organizzata sulla cultura professionale di individui e gruppi,
attraverso la metodologia dell’apprendimento consapevole”. E la cultura
professionale di una persona è “costituita di un patrimonio di informazioni,
conoscenze tecniche, metodologie e un patrimonio di
valori
professionali, credenze, atteggiamenti, norme implicite”, …
Inoltre per formare un lavoratore bisogna occuparsi non
tanto di
pedagogia,
scienza che si occupa in modo particolare delle modalità attraverso le quali il
bambino apprende, ma di
andragogia,
di didattica rivolta cioè agli adulti.
Infatti vi sono molte differenze
nell’apprendimento dell’adulto rispetto all’apprendimento del bambino:
- il concetto di sé: “nel bambino dipende dagli altri,
tende ad identificare se stesso secondo definizioni esterne; l’adulto ha un
concetto di sé come essere autonomo, ed esige il rispetto della sua autonomia
anche nel contesto formativo”;
- l’esperienza: “l’adulto identifica se stesso attraverso
l’esperienza, se non viene attribuita l’importanza alla sua esperienza
percepisce un rifiuto come persona. In ambito formativo, il nuovo apprendimento
deve essere integrato con il precedente”;
- la disponibilità ad apprendere: “il bambino ha una
disponibilità illimitata. Per l’adulto è mirata ad apprendere ciò di cui ha
bisogno e che pensa di poter utilizzare facendo riferimento alla vita reale”;
- l’orientamento all’apprendimento: “il bambino è abituato
ad un apprendimento per materie e la sua prospettiva è quella dell’utilizzo
successivo. L’adulto è orientato all’
apprendimento
sui problemi posti dalla vita reale, e la sua prospettiva è quella
dell’immediata applicazione”.
Nella lezione viene anche ricordata la differenza tra formazione, informazione e
addestramento:
-
formazione: “
processo
educativo attraverso il quale trasferire ai lavoratori ed agli altri
soggetti del sistema di prevenzione e protezione aziendale conoscenze e
procedure utili all’acquisizione di competenze per lo svolgimento in sicurezza
dei rispettivi compiti in azienda e alla identificazione, alla riduzione e alla
gestione dei rischi”;
- informazione:
“complesso delle attività dirette a fornire conoscenze utili alla
identificazione, alla riduzione e alla gestione dei rischi in ambiente di
lavoro”;
-
addestramento:
“complesso delle attività dirette a
fare
apprendere ai lavoratori l'uso corretto di attrezzature, macchine,
impianti, sostanze, dispositivi, anche di protezione individuale, e le
procedure di lavoro”.
Per progettare un
corso di formazione è necessario “trasformare gli obiettivi didattici in un programma formativo”.
Le competenze richieste sono competenze di materia
(sull’argomento del corso) e competenze didattico-andragogiche (su come
ottimizzare l’apprendimento).
Nella lezione - ricca di esercitazioni e di esempi
dimostrativi che vi invitiamo a leggere – si riportano, a titolo
esemplificativo, gli obiettivi per una
formazione
di “accompagnamento allo sviluppo organizzativo”, in relazione a un’azienda che
decide di “introdurre un sofisticato sistema informatico per la gestione di
tutti i fatti amministrativi inerenti il personale (paghe, data base,
rilevazione delle presenze, …)”.
La docente ricorda poi che è “necessario che gli obiettivi
didattici siano S.M.A.R.T., ovvero:
- specifici: devono riferirsi ad aspetti particolari che i
partecipanti dovranno aver acquisito/maturato al termine dell’intervento
formativo o della singola lezione;
- misurabili: la misurabilità è legata alla specificità.
Gli elementi appresi vanno misurati, anche per poterne verificare l’effettivo
apprendimento;
- azione: gli obiettivi sono proiettati all’azione, nel
senso che saranno raggiunti se verranno attuate azioni concrete (es: lo studio
permette l’apprendimento teorico; l’applicazione pratica consente
l’acquisizione di capacità, ecc.);
- realizzabili: realizzabili con le risorse disponibili
(umane, finanziarie, materiali, di tempo)”.
Oltre agli obiettivi, nella progettazione è importante
considerare i destinatari/partecipanti:
- “loro
preparazione – competenza sul tema del corso;
- caratteristiche
socio culturali (età, scolarità, anzianità,..);
- clima complessivo
nel momento”.
Ed è necessario considerare anche i vincoli organizzativi e le risorse
disponibili: “tempo totale e per ogni modulo, sede e logistica, tipo di
docenti, supporti informatici, …”.
Queste le due fasi
della progettazione:
- stesura della struttura complessiva del corso (macro):
“per ogni unità didattica (= quarto di giornata); argomento da trattare (in
sintesi); metodologia da usare”;
- realizzazione delle singole unità didattiche (micro):
“stesura dei sussidi visivi, stesura delle esercitazioni, realizzazione dei
video,
…”.
Un
intervento
formativo si costruisce attraverso l’individuazione delle esigenze, la
progettazione, l’erogazione e la valutazione dei risultati.
Tali interventi possono essere svolti:
- per capacità operative e pratiche: è proposto uno schema
classico (lezione/dire, dimostrazione/fare, esercitazione/far fare), uno per
capacità più complesse e uno per già esperti;
- per conoscenze e capacità “chiuse”: sono presenti
diversi schemi (classico, molto efficace, veloce, per già esperti);
- per capacità intellettuali “aperte”: è presente uno
schema classico e uno per già esperti;
- per insegnare
comportamenti:
sono indicati tre schemi in relazione alla
formazione
(classica e coinvolgente; molto morbida; induttiva).
Ricordando che la programmazione facilita il rispetto dei
tempi, questi i criteri base per
progettare:
- “ascoltare è faticoso ed ascoltando non si impara: la
lezione non basta, occorrono sempre delle
esercitazioni;
- comunicare ed insegnare sono due cose diverse: si
comunica ad una via con le conferenze,
si insegna discutendo e coinvolgendo, … e facendo fare;
- la memoria dell’essere umano è visiva: occorre usare
mezzi visivi (lavagna luminosa, ecc.);
- la concentrazione diminuisce durante la giornata:
mattina per le spiegazioni, pomeriggio per le esercitazioni”.
Queste le sei
domande utili per progettare la lezione:
chi? (a chi è rivolta, chi sono i partecipanti), perché? (quali sono gli
obiettivi), che cosa? (quali sono i contenuti), quando? (quali sono i tempi),
dove? (dove si svolge), come? (quali sono le metodologie e gli strumenti).
Si indica, infine, che un valido supporto nella fase di
progettazione di una lezione è il “piano
d’aula”, una “sorta di scaletta dell’intervento che si andrà a realizzare
in aula. Si tratta di una griglia in cui si pianificano gli argomenti da
trattare nel corso della lezione, specificando il tempo da dedicare a ciascuno,
la modalità in cui proporli ai partecipanti e quali strumenti e supporti
utilizzare”.
Tiziano Menduto