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Alcune regole per il corretto utilizzo degli applicativi di riconoscimento facciale

Alcune regole per il corretto utilizzo degli applicativi di riconoscimento facciale
Adalberto Biasiotti

Autore: Adalberto Biasiotti

Categoria: Privacy

24/04/2024

Le forze dell’ordine, di qua e di là dell’Atlantico, utilizzano sempre più spesso applicativi di riconoscimento facciale. Una recente indagine del GAO ha messo però in evidenza la necessità di definire alcune regole per il corretto utilizzo di questi appl

Gli applicativi di riconoscimento facciale stanno diventando sempre più intelligenti e questo è il motivo per cui le forze dell’ordine tendono a utilizzarli sempre più spesso, nel corso di indagini di varia natura. Alcune segnalazioni, giunte sui mezzi di comunicazione di massa, hanno messo però in evidenza come, almeno negli Stati Uniti, questi applicativi, potenzialmente assai invasivi, non sempre vengono utilizzati in modo corretto.

 

Anche se nessuno dubita del fatto che le tecnologie di riconoscimento facciale possano essere di grande utilità nelle indagini penali, sono molti gli esperti di protezione dei dati personali che ritengono che questi applicativi potrebbero avere un impatto potenziale assai grave sui diritti civili dei cittadini.

 

Tanto per cominciare, questi applicativi, come tutte le tecnologie biometriche, hanno un certo potenziale di errore e quindi possono identificare in maniera non corretta un individuo. Da ciò potrebbe discendere il fatto che un’indagine penale può portare all’arresto di soggetti innocenti, soprattutto quando questi soggetti appartengono una certa fascia di età ed a particolari categorie etniche. Un altro aspetto, messo in evidenza dal GAO, riguarda il fatto che l’uso di applicativi di riconoscimento facciale in determinate circostanze, ad esempio filmando delle manifestazioni di protesta di massa, potrebbe avere un effetto scoraggiante sugli individui, che non potrebbero quindi liberamente esprimere i propri pensieri.

 

Per capirne di più su questo tema, gli esperti hanno esaminato le regole, in base alle quali sette grandi agenzie federali americane utilizzano questi applicativi. Stiamo parlando di autentici giganti, come il Dipartimento della sicurezza interna - DHS o il Dipartimento della giustizia- DCJ.

 

L’esito dell’indagine è stato piuttosto scoraggiante. Tanto per cominciare, le sette grandi agenzie federali intervistate hanno dichiarato di utilizzare quattro diversi applicativi di riconoscimento facciale e non hanno saputo dare chiare spiegazioni sul motivo per il quale hanno scelto un determinato applicativo, rispetto ad un altro.


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Inoltre, non tutte le agenzie hanno un chiaro programma, che metta in evidenza le modalità di utilizzo e classifichi gli eventuali risultati positivi o negativi dell’utilizzo stesso.

 

In un caso, un’agenzia federale ha utilizzato un applicativo di riconoscimento facciale per indagare su un sospetto incendio doloso di una autovettura della polizia. Gli investigatori hanno utilizzato le immagini provenienti da un impianto di videosorveglianza, che copriva la scena dell’evento criminoso, ed hanno attivato l’applicativo di riconoscimento facciale, che è stato in grado, dopo poco, di riconoscere un individuo sospetto, che successivamente è stato arrestato e condannato.

 

L’Agenzia di controllo delle frontiere utilizza tali applicativi per verificare l’identità dei viaggiatori. Il sistema utilizza delle funzionalità in tempo reale, per controllare le fotografie di un viaggiatore, catturate in tempo reale, con quelle archiviate nell’archivio federale della sicurezza, come ad esempio le fotografie pubblicate sul passaporto o su un altro documento di identificazione.

 

L’FBI utilizza invece questi applicativi di riconoscimento facciale per funzionalità di ricerca ed educazione del personale, ad esempio per vedere come questi applicativi si comportano sul campo, quando vengono applicati a casi specifici.

 

Solo alcune agenzie federali utilizzano questi applicativi come dispositivi di controllo dell’accesso ad aree particolari.

 

Dopo la tragedia che si è verificata il 25 maggio 2020, quando un soggetto che era stato fermato dalla polizia di Minneapolis è rimasto ucciso, questi applicativi sono stati utilizzati per analizzare le riprese delle numerose manifestazioni di piazza, che erano state attivate proprio per protestare contro questo drammatico evento.

 

Questi applicativi sono stati utilizzati anche durante l’ormai famoso attacco al Campidoglio, il 6 gennaio 2021, quando alcuni degli attaccanti sono stati inquadrati e successivamente riconosciuti, grazie ad applicativi di riconoscimento facciale.

 

Per rispettare le forti pressioni che giungono su queste agenzie federali, da parte delle associazioni di tutela dei diritti civili, sono state adottate delle procedure interne, che limitano l’uso di questi applicativi solo a particolari circostanze, che abbiano caratteristiche di particolare criticità.

 

Particolarmente interessante è la decisione di un’agenzia di non utilizzare questi applicativi, sulla base di fotografie scattate durante manifestazioni per il rispetto dei diritti civili, che non abbiano comportato situazioni particolarmente gravi, tali da uscire dall’ambito delle attività lecite e di libera manifestazione del proprio pensiero, entrando nell’ambito di comportamenti penalmente rilevanti.

 

Un tema piuttosto critico, che è stato messo in evidenza durante l’indagine, riguarda il fatto che non viene dedicato sufficiente spazio alla formazione degli operatori, che debbono utilizzare questi applicativi. Ciò porta a problemi pratici non indifferenti ed ecco perché una delle principali raccomandazioni è proprio quella che nessuna agenzia federale utilizzi questi applicativi, senza avere avviato un programma di formazione degli operatori coinvolti e, soprattutto, senza aver definito con chiarezza in quali ambiti tali applicativi possono essere utilizzati.

 

L’esito di questa indagine è stato inviato a tutte le agenzie coinvolte, e si attende ora di sapere in che modo e sino a che punto queste raccomandazioni verranno definite ed attuate.

 

Ritengo che questa indagine sia di estremo interesse anche nel contesto italiano, dove risulta allo scrivente che siano numerosi gli enti pubblici, che utilizzano questi applicativi, in un contesto ad oggi non chiaramente definito e classificato.

 

Adalberto Biasiotti

 

 

 

 

 




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