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Percezione del rischio e formazione tra i lavoratori stranieri

Tiziano Menduto

Autore: Tiziano Menduto

Categoria: Differenze di genere, età, cultura

30/10/2008

Un intervista al Prof. Federico Ricci, docente di Psicologia del Lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia. “La soggettività è un elemento che porta alla decisione di affrontare o evitare la situazione di rischio”.

Percezione del rischio e formazione tra i lavoratori stranieri

Un intervista al Prof. Federico Ricci, docente di Psicologia del Lavoro all’Università di Modena e Reggio Emilia. “La soggettività è un elemento che porta alla decisione di affrontare o evitare la situazione di rischio”.

Tutti i rapporti sugli infortuni sottolineano da tempo che il numero incidenti tra i lavoratori stranieri è in aumento.

Ad esempio nel Rapporto annuale INAIL 2007 si indica che, riguardo a questa tipologia di lavoratori, gli infortuni aumentano rispetto al 2006 dell'8,7%, specialmente tra i  migranti dei Paesi U.E. (dal 1° gennaio 2007 Romania e Bulgaria sono entrate nella Comunità Europea).

Per i lavoratori stranieri il settore più a rischio rimane quello delle costruzioni, sia in relazione agli infortuni che agli incidenti mortali (39 casi nel 2007).

Di fronte a questa emergenza, non sempre rilevata dai nostri organi di stampa, PuntoSicuro ha deciso di partecipare, durante la manifestazione Ambiente Lavoro Convention di Modena, al seminario “Percezione del rischio lavorativo e differenze culturali” e poter conoscere le difficoltà relative alla formazione dei lavoratori stranieri riguardo ai rischi e alle normative del nostro paese.
 
Questo seminario si inserisce nel progetto “ Percezione del rischio, sicurezza sul lavoro, professionalità” ideato e gestito da AECA con il contributo del FSE e della Provincia di Modena. Un progetto rivolto a imprenditori, consulenti, RSPP, RLS, delegati sindacali, lavoratori e formatori, che vuole affrontare il problema della rappresentazione del rischio lavorativo e degli elementi di natura personale, organizzativa e culturale come variabili tra percezione del rischio e assunzione di comportamenti rischiosi.
Collegata al progetto la rappresentazione dello spettacolo teatrale “Opere di fantasia. La classe operaia non va in paradiso” (testo e regia di Andrea Tè), incentrata sul drammatico ed attualissimo tema delle “morti bianche“.
 
Per approfondire alcune tematiche, affrontate solo parzialmente nel seminario, abbiamo intervistato il suo principale relatore, il Prof. Federico Ricci.
Psicologo del lavoro da diversi anni, il Prof. Ricci ha iniziato a lavorare in azienda occupandosi di gestione del personale e da cinque anni è docente dell’ Università di Modena e Reggio Emilia dove insegna Psicologia del Lavoro a Scienze della Comunicazione.
Si occupa di formazione della sicurezza non da tecnico della sicurezza, ma da persona che progetta interventi formativi partendo dall’analisi dei bisogni: cercare di conoscere i bisogni per mettere insieme le competenze tecniche.
 
Intervista a cura di Tiziano Menduto
 
Partiamo subito da un’affermazione che lei ha fatto nel seminario e che credo sia un elemento cardine del problema della percezione del rischio: “la soggettività è un elemento che porta alla decisione di affrontare o evitare la situazione di rischio”. In questa soggettività che valenza hanno i valori culturali e i valori personali?
 
Federico Ricci: “Il punto è proprio quello: tutto è determinato dai valori personali e culturali.
Ognuno di noi nel processo di socializzazione assorbe, apprende vedendo le altre persone nel proprio ambiente di vita, a cominciare dalla famiglia, dagli amici, fino al gruppo di lavoro. Impara per imitazione, non tanto per quello che gli viene detto. Ognuno di noi crede di più a quello che vede fare e ha, dunque, dei propri valori personali che, in parte, sono gli stessi della propria cultura di riferimento. Quindi con differenze, ad esempio, tra la cultura italiana, europea o occidentale rispetto a culture differenti e distanti come quelle di persone che vengono dall’Africa o dall’Asia e che con noi condividono solo in parte certi valori o una certa sensibilità.
Quindi per riuscire a comunicare efficacemente la sicurezza e per far sì che le persone percepiscano davvero i rischi che hanno di fronte, prima di tutto dobbiamo sapere quali sono le caratteristiche di queste persone, di queste culture”.
 
Nella sua funzione di supporto alla formazione avrà, immagino, incontrato esempi diretti dei problemi di trasmissione di una conoscenza tra culture diverse... C’è qualche esempio che può essere illuminante su come lavoratori di culture differenti possano non recepire ciò che noi normalmente comunichiamo in una formazione?
 
F.R.: “Ho un esempio eclatante nell’ambito del tessile, dove ci sono molti lavoratori occupati regolarmente – escludendo i casi di lavoro irregolare che esistono anche nel nostro territorio- che provengono dalla Cina o dal Pakistan. E parlo di casi in cui la formazione è fatta anche attraverso mediatori culturali, persone sanno tradurre i concetti in un modo che sia culturalmente comprensibile e accettato da chi ti sta di fronte... Anche in questi casi accade, al di là delle parole e del contenuto che tu comunichi e traduci, che ci possano essere difficoltà, ad esempio, ad avere un riscontro dal lavoratore.
Mi spiego: magari il lavoratore ti dice cha ha capito e non ti fa domande, sembra tutto chiarissimo. Generalmente in questi casi o non ha capito nulla o ha capito tutto.
Ma in realtà abbiamo scoperto che il problema era un altro: culturalmente certi lavoratori hanno difficoltà ad esporsi, a porre delle domande in pubblico, in prima persona.
Cosa si è fatto in quel caso?
Si è fatto girare un foglio in cui, in modo anonimo, le persone scrivevano le domande.
Ora le domande non avevano più un viso e un nome, erano anonime e noi davamo le risposte. Questa era una soluzione per evitare che le persone si sentissero giudicate dagli altri”.
 
Insomma una difficoltà a mettersi in gioco che magari è aggravata dalla situazione di debolezza di una persona migrante che arriva in un paese straniero e non conosce la lingua...
 
F.R.: “Sì, assolutamente. Però non dobbiamo dimenticare che questo accade a volte anche ai miei studenti universitari, giovani, che quando a lezione chiedi se hanno delle domande non rispondono perché hanno paura di essere giudicati dai pari, dagli amici, da quelli con cui vanno al bar o escono la sera”.
 
Diamo qualche elemento in più ai nostri lettori riguardo al cosa fare, al come comportarsi in situazione di differenze culturali. Si è detto di conoscere il lavoratore, di conoscere la cultura di riferimento,... Ad esempio con una formazione non solo tradotta in lingua ma, come si diceva nel seminario, una “formazione ad hoc”...
 
F.R.: “La formazione ad hoc è il concetto della buona formazione. Per la formazione di qualità non è sufficiente sfogliare un catalogo.
Ad esempio l’Università di Modena e Reggio Emilia è stata premiata per il miglior pacchetto di formazione a distanza in materia di sicurezza: ma noi non possiamo prendere questo pacchetto e venderlo perché corrisponde a certi valori e a certe esigenze.
La buona formazione dà risultati, si può verificare. Il grande errore di chi fa formazione è quello di andar lì a insegnare ma magari non preoccuparsi che chi hai di fronte stia apprendendo”.
 
Un buon ambiente lavorativo per quanto riguarda la sicurezza è anche un ambiente in cui ci sia tra i lavoratori comunicazione e collaborazione. Nei luoghi di lavoro in cui si trovano insieme lavoratori di culture differenti cosa si potrebbe fare, secondo lei, per migliorare la comunicazione?
 
F.R.: “La comunicazione nei gruppi passa attraverso poche persone, quelle che fan circolare l’informazione.
Noi non abbiamo bisogno di coinvolgere contemporaneamente tutti i lavoratori, ma sicuramente quelli che vengono ascoltate dagli altri, dai pari. Quindi in questo modo abbiamo necessità prima di tutto di sapere quelli che sono gli opinion leader, cioè le persone di riferimento all’interno dei gruppi. Le persone che vengono ascoltate e che possono coinvolgere gli altri componenti del gruppo. Coinvolgendo questi, noi coinvolgiamo a cascata anche gli altri; il meccanismo a cascata è un meccanismo che funziona contemporaneamente su tutti.
Se così non fosse rischieremmo di disperdere tante risorse e probabilmente non raggiungeremmo i nostri obiettivi”.
 
Lei mi pare che sia uno dei responsabili del progetto “Percezione del rischio, sicurezza sul lavoro, professionalità”...
 
F.R.: “Sì, ne sono il responsabile scientifico. Il progetto ha avuto avvio nei mesi scorsi attraverso la rappresentazione teatrale che è stata messa in scena ad Ambiente Lavoro Convention e che ha avuto tre repliche in provincia di Modena, nei distretti produttivi. Da questo spettacolo ha preso avvio un’attività di laboratorio di narrazione con l’idea di raccogliere  racconti di vita vissuta - esperienze reali di rischio, di infortunio, di mancato infortunio, di quasi infortunio - nella propria attività lavorativa. Da queste testimonianze verrà costruita poi una nuova narrazione teatrale che verrà messa in scena dagli stessi attori, quindi da Andrea Tè e Giuseppe Campo.
A questo affianchiamo un’attività seminariale più seriosa. Un’attività dove tecnici, esperti e responsabili aziendali possano discutere di come poter migliorare la sicurezza sul lavoro nella vita di tutti i giorni.
Lo strumento teatrale, il racconto, serve affinché in questo modo, sorridendo, si sia più portati ad ascoltare. Il messaggio arriva di più alle nostre corde emotive e quindi può mettere radici più profonde.
 
Presentazione del progetto “ Percezione del rischio, sicurezza sul lavoro, professionalità” (formato PPT, 172 kB).
Estratto dello spettacolo teatrale “ Opere di fantasia. La classe operaia non va in paradiso”.

Creative Commons License Questo articolo è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.


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